Il prezzo della prima guerra globale

La guerra in Iran ha portato il petrolio oltre 100 dollari e bloccato lo Stretto di Hormuz. Analizziamo l’impatto sull’economia italiana e mondiale con scenari probabilistici, analisi SWOT e indicazioni operative per imprese e risparmiatori.
Guerra in Iran: petroliere ferme in attesa nello Stretto di Hormuz al tramonto.

Guerra in Iran: petrolio oltre 100 dollari, Hormuz bloccato, mercati in bilico… l’economia mondiale entra in territorio inesplorato

Il quadro globale: anatomia di uno shock simultaneo

La guerra in Iran non è paragonabile alle crisi energetiche precedenti per una ragione strutturale: colpisce simultaneamente petrolio, gas naturale liquefatto, rotte aeree, catene logistiche e stabilità finanziaria di un’intera regione. Non uno shock, ma cinque sovrapposti.

Lo Stretto di Hormuz — 54 chilometri d’acqua tra le coste iraniane e la penisola arabica — movimentava fino al 27 febbraio circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, un quinto del consumo mondiale, oltre al 20% del GNL globale, principalmente qatarino. Dal 1° marzo, dopo che i Pasdaran ne hanno dichiarato il “controllo totale”, il transito è virtualmente azzerato. Centinaia di petroliere sono ferme su entrambi i lati. Gli assicuratori marittimi hanno sospeso la copertura war risk dall’area operativa a partire dal 5 marzo, rendendo il passaggio economicamente impraticabile anche in assenza di un blocco militare formale.

Le conseguenze si sono propagate con una velocità senza precedenti. Il Qatar ha dichiarato forza maggiore sulle esportazioni di GNL — il Paese fornisce il 20% del gas liquefatto mondiale — dopo attacchi di droni iraniani. L’Arabia Saudita ha chiuso il terminale di Ras Tanura, il più grande impianto di esportazione del greggio al mondo. Iraq, Kuwait ed Emirati stanno tagliando la produzione perché gli stoccaggi sono saturi e il greggio non ha più sbocchi marittimi.

In termini aggregati, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, dal mercato globale è stata rimossa quasi un quinto dell’offerta complessiva di greggio e gas. Un dato che non ha equivalenti nel dopoguerra.

I mercati finanziari hanno reagito con violenza asimmetrica. In Asia, il KOSPI sudcoreano ha subito il crollo più pesante dalla crisi del 2008, perdendo fino al 12% in una singola seduta con attivazione del circuit breaker. Il Nikkei giapponese ha ceduto il 5-7%. In Europa, l’impatto è stato parzialmente assorbito dalla composizione settoriale dei listini — i titoli energy e difesa hanno compensato il ribasso generalizzato — ma il FTSE MIB ha aperto a -3% prima di recuperare nel pomeriggio, chiudendo a -0,41% con un’escursione intraday di quasi 1.200 punti. L’oro ha superato i 5.100 dollari l’oncia, segnale inequivocabile di fuga verso i beni rifugio.

La perdita complessiva di capitalizzazione sui mercati azionari globali nelle prime 96 ore del conflitto è stimata in 3.200 miliardi di dollari.

Mercati finanziari globali — 9 marzo 2026
Indice Chiusura Var. % Min intraday
FTSE MIB 43.971 −0,41% 42.862
DAX 23.414 −0,75% 22.928
S&P 500 6.706 −0,50% 6.636
Nikkei 225 −5/7%
KOSPI −6/8% circuit breaker
Hang Seng 25.408 −1,35% 24.906
Fonti: Borsa Italiana, Milano Finanza, Al Jazeera. Dati ore 17:30 CET

L’Europa nell’occhio del ciclone energetico

Se esiste un’area geografica strutturalmente impreparata a uno shock di queste proporzioni, quella è l’Europa. La dipendenza energetica dell’Unione, già messa alla prova dalla crisi ucraina, si ripresenta ora in forma aggravata.

La perdita delle forniture qatarine di GNL colpisce direttamente il sistema di approvvigionamento europeo nel momento in cui le scorte invernali sono in fase di esaurimento e la domanda stagionale resta elevata. Il mercato del gas europeo (TTF) ha già registrato rialzi a doppia cifra. Se il blocco di Hormuz si protraesse oltre le due-tre settimane, le utility europee sarebbero costrette ad approvvigionarsi sul mercato spot americano e africano a prezzi significativamente superiori, con un impatto diretto sulle bollette industriali e domestiche.

La BCE si troverà di fronte al dilemma più acuto dalla crisi del 2022: inflazione importata da shock energetico, che la politica monetaria non può curare, sovrapposta a un rallentamento della domanda aggregata che richiederebbe invece un allentamento. La trappola è identica a quella del 2022, ma con margini fiscali più stretti e un’economia europea che non ha ancora completato la ripresa post-pandemica.

I Paesi del Golfo, hub cruciale per gli investimenti e le esportazioni europee, sono essi stessi teatro del conflitto. La chiusura degli spazi aerei di Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein ha interrotto uno dei corridoi di trasporto aereo più trafficati del mondo, con ripercussioni immediate sul turismo, sulla logistica espressa e sulle catene di fornitura manifatturiere che utilizzano Dubai come snodo.


Italia: la doppia esposizione

L’Italia presenta una vulnerabilità peculiare che la distingue dai principali partner europei: combina una dipendenza energetica strutturale — il Paese importa il 75% del proprio fabbisogno, il 90% del gas e il 95% del petrolio — con una specializzazione manifatturiera ad alta intensità energetica e un tessuto produttivo dominato da PMI con margini sottili e capacità di copertura finanziaria limitata.

Commodity e beni rifugio — 9 marzo 2026
Asset Prezzo Var. 1 sett. Max intraday
Brent (ICE futures) ~110 $/bbl +25% 119,50
WTI ~99 $/bbl +24% 104,90
Oro 5.100 $/oz
Spread BTP-Bund 76 bp stabile
Benzina Italia (self) 1,76 €/l +9,2 cent
Fonti: Oilprice.com, Investing.com, eToro, PetrolioOggi, Codacons. Dati aggiornati 9/3/2026

L’esposizione energetica. Dal Medio Oriente proviene il 12,2% del greggio importato dall’Italia, con Iraq (6,1%) e Arabia Saudita (5,8%) come principali fornitori nell’area. La buona notizia relativa è che la diversificazione verso l’Africa (41,7% delle importazioni, con la Libia al 24,2%) e l’Asia centrale (Azerbaijan 16,8%, Kazakhstan 13,1%) ha ridotto la dipendenza diretta dal Golfo. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio è uno: quando Hormuz chiude, il Brent sale per tutti, indipendentemente dalla provenienza fisica delle molecole.

Importazioni italiane di greggio per area — dati UNEM 2025
Area Quota % Principali fornitori Var. vs 2024
Africa 41,7% Libia (24,2%), Nigeria (5,5%), Niger (3%) +11,9%
Asia centrale 29,9% Azerbaijan (16,8%), Kazakhstan (13,1%)
Medio Oriente 12,2% Iraq (6,1%), Arabia Saudita (5,8%) −27,1%
Americhe 11,4% USA (9%), Brasile (2,4%) +13,2%
Europa 2,7% Norvegia (1,7%), Regno Unito (0,9%) −23,7%
Fonte: UNEM — Unione Energie per la Mobilità (dati 2025), via LaPresse / Sky TG24

L’impatto sui costi. I prezzi alla pompa hanno già registrato aumenti significativi: la benzina self è salita a 1,76 euro al litro (+9,2 centesimi dalla settimana precedente), il gasolio a 1,91 euro (+18,9 centesimi). Le bollette delle famiglie italiane potrebbero aumentare del 15%, con un aggravio stimato di 278 euro annui per il gas e 91 euro per l’elettricità. Per le PMI manifatturiere, l’incremento delle bollette potrebbe raggiungere il 30-40%.

L’esposizione commerciale. Confartigianato stima che la guerra metta a rischio 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero verso l’area del Golfo — quasi il 5% delle vendite manifatturiere italiane. I distretti più colpiti non sarebbero quelli che ci si aspetterebbe: la Toscana presenta l’esposizione più elevata in rapporto al PIL regionale, per via delle filiere del lusso, della pelletteria e dell’agroalimentare che avevano trovato nel Golfo un mercato in forte espansione, anche come alternativa ai mercati colpiti dai dazi americani.

Lo scenario peggiore. Conflavoro ha quantificato l’impatto potenziale di un blocco prolungato di Hormuz in 33 miliardi di euro in sei mesi, pari all’1,5% del PIL, con picchi del 3,5% per il comparto manifatturiero. I settori più esposti sono vetro, acciaio, ceramica, chimica e carta — tutti ad alta intensità energetica — con produzioni a rischio di contrazione fino al 20%.

Il governo Meloni, il cui Documento di finanza pubblica era costruito su un’ipotesi di petrolio a 66 dollari al barile, sta valutando l’attivazione del meccanismo di accisa mobile introdotto nel 2008 per calmierare i prezzi dei carburanti mediante una riduzione anticiclica dell’IVA. Uno strumento necessario ma insufficiente se la crisi si protrae.

Impatto stimato sull’economia italiana per durata della crisi
Indicatore 2-4 sett. 2-3 mesi 6+ mesi
Brent stimato 80-90 $ 90-110 $ 120-150 $
Impatto PIL −0,1% −0,2/0,3% −1,5%
Bollette famiglie +5-8% +15% +30-40%
Bollette PMI +10% +30-40% +75-80%
Export a rischio limitato € 10-15 mld € 27,8 mld
Costo complessivo € 5-8 mld € 15-20 mld € 33 mld
Stime elaborate da Conflavoro, Confartigianato, Codacons, Piano strutturale di bilancio. Dati 9/3/2026

Gli scenari probabilistici

Sulla base delle informazioni disponibili, delle posizioni espresse dai principali attori e della dinamica del conflitto, è possibile delineare tre scenari con diversa probabilità e orizzonte temporale.

Scenario 1. Risoluzione rapida (probabilità: 30-35%)

Il conflitto si esaurisce entro due-quattro settimane. Un cessate il fuoco, anche informale, consente la graduale riapertura di Hormuz. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo risultano limitati e i danni riparabili. I Paesi del Golfo riprendono le esportazioni. Il rilascio coordinato delle riserve strategiche del G7 (le riserve IEA ammontano a 1,2 miliardi di barili più 600 milioni di depositi privati obbligatori) funge da ponte.

Implicazioni: il Brent rientra sotto gli 80 dollari entro l’estate. L’inflazione sale di 0,5 punti percentuali nelle economie avanzate, effetto assorbibile. I mercati azionari recuperano. L’Italia subisce un impatto transitorio stimabile in 5-8 miliardi di euro di costi aggiuntivi. È lo scenario implicito nella curva futures (110 dollari oggi, 81 a novembre), ma la storia insegna che i mercati tendono a sottovalutare la durata delle crisi geopolitiche.

Oxford Economics e Alpine Macro sostengono questa tesi: il conflitto non durerà più di due mesi, e ogni ribasso violento sugli asset di GCC, Asia ed Europa va interpretato come opportunità di acquisto.

Scenario 2. Crisi prolungata con degrado controllato (probabilità: 40-45%)

Il conflitto militare si attenua ma Hormuz resta contestato per mesi. Le assicurazioni marittime non vengono ripristinate. I premi di rischio si stabilizzano su livelli elevati. Il transito riprende parzialmente, ma a costi logistici molto superiori. Il Brent si assesta tra 90 e 110 dollari. Il gas europeo subisce una stretta severa.

Implicazioni: è lo scenario più probabile e il più insidioso, perché non genera una crisi acuta che forza una risposta politica unitaria, ma un’erosione progressiva. L’inflazione nelle economie avanzate sale di 1-1,5 punti. La BCE è costretta a rinviare i tagli dei tassi o addirittura a invertire la rotta. La crescita dell’Eurozona scende sotto l’1%. L’Italia rischia la stagnazione tecnica, con il rapporto debito/PIL che torna a peggiorare e lo spread BTP-Bund — oggi a 76 punti base — che potrebbe risalire verso i 150-180.

Per le PMI italiane è lo scenario di massimo stress operativo: non abbastanza grave da attivare gli ammortizzatori straordinari, abbastanza prolungato da erodere i margini fino al punto di rottura. Il credito deteriorato nel segmento manifatturiero potrebbe tornare ai livelli del 2012.

Scenario 3. Escalation e nuovo ordine energetico (probabilità: 15-20%)

Il conflitto si allarga. L’Iran intensifica gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo. L’Arabia Saudita e gli Emirati vengono coinvolti militarmente. Hormuz resta chiuso per un periodo prolungato. Il Brent supera i 150 dollari. La crisi energetica diventa strutturale e accelera la frammentazione del sistema commerciale globale.

Implicazioni: recessione globale nel secondo semestre 2026. Crisi del debito sovrano nelle economie emergenti importatrici nette di energia. Accelerazione della de-dollarizzazione dei flussi energetici, con la Cina che rende operativi i sistemi di pagamento alternativi (CIPS, mBridge) su scala. Gli Stati Uniti, sostanzialmente autosufficienti grazie allo shale, emergono come fornitori di ultima istanza per gli alleati — rafforzando la propria leva strategica sull’Europa. Per l’Italia, l’impatto stimato da Conflavoro di 33 miliardi in sei mesi si rivelerebbe ottimistico.


Analisi SWOT: Italia di fronte alla crisi

Punti di forza

  • Diversificazione delle fonti. L’Italia ha ridotto la dipendenza dal Medio Oriente del 27% rispetto al 2024. L’Africa fornisce il 41,7% del greggio, con la Libia — geograficamente vicina e collegata via pipeline — come primo fornitore. L’Azerbaijan e il Kazakhstan, che non transitano per Hormuz, pesano per il 30%.
  • Infrastruttura GNL in espansione. I rigassificatori di Piombino e Ravenna, attivati dopo la crisi ucraina, offrono una capacità di importazione alternativa che nel 2022 non esisteva.
  • Tessuto manifatturiero adattivo. Le PMI italiane hanno dimostrato nel 2022-2023 una capacità di adattamento superiore alle attese, riducendo i consumi energetici del 15-18% senza contrazioni proporzionali della produzione.
  • Posizione fiscale relativa. Lo spread a 76 bp indica che i mercati non discriminano ancora tra debito italiano e core europeo. Questo offre una finestra di intervento fiscale, se utilizzata rapidamente.

Punti di debolezza

  • Dipendenza energetica strutturale. Il 75% del fabbisogno è importato. È una vulnerabilità irriducibile nel breve periodo.
  • Margini fiscali limitati. Il rapporto debito/PIL non consente interventi di compensazione paragonabili a quelli tedeschi o francesi. Il Piano strutturale di bilancio è calibrato su un petrolio a 66 dollari: ogni 10 dollari in più tagliano 0,1-0,2 punti di crescita.
  • Esposizione delle PMI. Il 60% dei costi aggiuntivi da rincaro energetico ricade direttamente sulle piccole e medie imprese, che non dispongono di strumenti di copertura finanziaria né di potere negoziale sui contratti di fornitura.
  • Inflazione alimentare. Un terzo del commercio globale di fertilizzanti transita per Hormuz. Una penuria prolungata si trasmetterebbe ai costi agricoli e al carrello della spesa, in un Paese in cui la componente alimentare pesa sui bilanci familiari più che nel resto dell’Eurozona.

Opportunità

  • Accelerazione della transizione energetica. Ogni crisi energetica dal 1973 in poi ha prodotto un’accelerazione strutturale degli investimenti in fonti alternative. L’Italia, con il suo potenziale solare e eolico largamente inespresso, potrebbe trasformare la crisi in un catalizzatore.
  • Riposizionamento delle filiere. La crisi del Golfo come hub logistico forza una riconfigurazione delle catene di fornitura che potrebbe favorire il reshoring manifatturiero verso il Mediterraneo — area in cui l’Italia ha vantaggi posizionali naturali.
  • Titoli energy e difesa. Eni, Saipem, Leonardo beneficiano direttamente dello scenario bellico. Per gli investitori, la composizione del listino italiano offre una copertura naturale parziale.
  • Domanda di credito alternativo. Le PMI sotto stress energetico genereranno domanda di strumenti finanziari flessibili — cessione crediti, crowdlending, factoring — che il sistema bancario tradizionale non è strutturato per soddisfare con la rapidità necessaria.

Minacce

  • Stagflazione. La combinazione di inflazione importata e rallentamento della domanda è il rischio macroeconomico principale. La BCE non ha strumenti efficaci contro questo scenario.
  • Contagio finanziario. Se la crisi si protrae, il rischio di repricing del debito sovrano periferico europeo è concreto. L’Italia sarebbe il primo bersaglio.
  • Crisi alimentare. L’effetto fertilizzanti, combinato con il rincaro logistico, potrebbe generare un’inflazione alimentare superiore al 10% nei prossimi sei mesi — con implicazioni sociali oltre che economiche.
  • Frammentazione del sistema commerciale. L’accelerazione della de-dollarizzazione e la creazione di circuiti energetici paralleli (Cina-Iran-Russia) ridurrebbero strutturalmente l’efficienza del mercato globale, aumentando i costi di transazione per tutti.

Indicazioni operative

Per le imprese

Immediato (prossime 2-4 settimane). Rinegoziare i contratti di fornitura energetica con clausole di indicizzazione. Attivare le coperture sui costi del carburante disponibili tramite il sistema bancario. Verificare l’esposizione dei propri fornitori alle rotte del Golfo. Rivedere i budget 2026 su un’ipotesi di petrolio a 95-100 dollari come base e 120 come stress.

Medio termine (3-6 mesi). Accelerare gli investimenti in efficienza energetica che erano stati rinviati. Diversificare i mercati di sbocco riducendo la concentrazione sul Golfo. Valutare strumenti di finanza alternativa per gestire la liquidità sotto pressione. Le PMI dei settori energivori — vetro, ceramica, acciaio, chimica — devono prepararsi a scenari di contrazione della domanda del 10-20% e dimensionare di conseguenza l’esposizione creditizia.

Strutturale. La crisi conferma che la dipendenza energetica è un rischio industriale, non solo una variabile macroeconomica. Ogni euro investito in autoproduzione da fonti rinnovabili è un euro di copertura permanente contro shock futuri.

Per i risparmiatori

Non farsi guidare dal panico. I mercati azionari europei stanno reggendo meglio delle attese. Il FTSE MIB ha chiuso oggi a -0,41% nonostante un’apertura a -3%. La storia dei conflitti energetici mostra che i sell-off iniziali vengono tipicamente riassorbiti entro 3-6 mesi se la crisi non degenera.

Osservare la curva futures, non lo spot. Il Brent a 110 dollari oggi ma a 81 a novembre dice che il mercato prezza una risoluzione. Se quella curva si appiattisce verso l’alto nelle prossime settimane, lo scenario cambia radicalmente.

Protezione prima di rendimento. L’oro a 5.100 dollari ha già prezzato molto dello shock, ma resta la copertura naturale. I titoli di Stato indicizzati all’inflazione (BTP€i) offrono protezione se lo scenario stagflazionistico si materializza. I titoli del settore energy europeo (Eni, TotalEnergies, Shell) beneficiano direttamente, ma attenzione a non entrare dopo il rialzo.

Liquidità come opzione. In un regime di incertezza strutturale, la liquidità non è un costo-opportunità ma un’opzione reale. Mantenere una riserva del 15-20% del portafoglio in strumenti a brevissimo termine consente di cogliere opportunità quando — e se — il panico si materializzerà sui mercati azionari.

Lo spread BTP-Bund è il termometro da monitorare. A 76 punti base oggi segnala calma. Se supera i 120, significa che il mercato ha iniziato a discriminare il rischio Italia. A quel punto le strategie di portafoglio vanno riviste radicalmente.

Il mondo dopo Hormuz

Qualunque sia l’esito militare del conflitto, il 28 febbraio 2026 segna una discontinuità nell’ordine economico globale. Lo Stretto di Hormuz era dato per scontato — un collo di bottiglia teoricamente vulnerabile ma praticamente intoccabile, protetto dalla deterrenza americana e dall’interesse reciproco di tutti gli attori a mantenerlo aperto. Quell’assunto è caduto.

Le imprese, i governi e i risparmiatori che avevano costruito i propri piani su un mondo in cui l’energia fluisce liberamente attraverso rotte sicure e assicurabili devono ora incorporare una variabile che era stata rimossa dai modelli: la possibilità concreta, non più teorica, che quelle rotte vengano interrotte.

Non siamo di fronte alla terza guerra mondiale. Siamo di fronte alla prima guerra globale — un conflitto che non ha fronti definiti ma i cui effetti si propagano istantaneamente attraverso i mercati energetici, finanziari e logistici fino a toccare la bolletta di un’impresa di Brescia e il carrello della spesa di una famiglia di Bari.

Il prezzo di questa guerra non si misura solo in barili. Si misura nella fine di un’illusione: quella di un mondo in cui la geografia non conta più.

Domande frequenti

Qual è l’impatto della guerra in Iran sull’economia italiana? +

L’Italia rischia un impatto fino a 33 miliardi di euro in sei mesi (1,5% del PIL) nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. Le bollette delle famiglie potrebbero salire del 15%, quelle delle PMI del 30-40%. Sono a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero verso l’area del Golfo.

Perché il prezzo del petrolio è salito oltre 100 dollari? +

Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio mondiale, è di fatto bloccato dalla ritorsione iraniana agli attacchi USA-Israele del 28 febbraio 2026. Gli assicuratori marittimi hanno sospeso la copertura, rendendo il transito impraticabile. Iraq, Kuwait ed Emirati hanno tagliato la produzione per saturazione degli stoccaggi.

Da dove importa il petrolio l’Italia e quanto dipende dal Medio Oriente? +

L’Italia importa il 41,7% del greggio dall’Africa (Libia 24,2%), il 29,9% dall’Asia centrale (Azerbaijan, Kazakhstan), il 12,2% dal Medio Oriente (Iraq, Arabia Saudita) e l’11,4% dalle Americhe. La dipendenza dal Medio Oriente è calata del 27% rispetto al 2024, ma il prezzo del petrolio è globale: quando Hormuz chiude, il Brent sale per tutti.

Quanto potrebbe durare la crisi del petrolio legata alla guerra in Iran? +

Lo scenario più probabile (40-45%) prevede una crisi prolungata di 2-3 mesi con Hormuz contestato e Brent tra 90 e 110 dollari. Una risoluzione rapida entro 2-4 settimane ha il 30-35% di probabilità. L’escalation con Brent oltre 150 dollari ha il 15-20%. La curva futures prezza una normalizzazione entro l’autunno.

Cosa possono fare le imprese italiane per proteggersi dallo shock energetico? +

Nel breve termine: rinegoziare i contratti energetici, attivare coperture sui carburanti, rivedere i budget su un’ipotesi di petrolio a 95-100 dollari. Nel medio termine: accelerare gli investimenti in efficienza energetica, diversificare i mercati di sbocco e valutare strumenti di finanza alternativa per la gestione della liquidità.

Come devono comportarsi i risparmiatori durante la crisi del petrolio? +

Non farsi guidare dal panico: i sell-off iniziali vengono tipicamente riassorbiti entro 3-6 mesi. Monitorare la curva futures del Brent e lo spread BTP-Bund (sotto 120 bp indica calma, sopra segnala rischio Italia). Valutare BTP indicizzati all’inflazione e mantenere il 15-20% del portafoglio in liquidità come opzione strategica.


Le analisi contenute in questo articolo si basano su dati di mercato aggiornati al 9 marzo 2026 ore 17:30 CET e su fonti istituzionali (IEA, IMF, Oxford Economics, Chatham House, ACLED, Confartigianato, Conflavoro). Le indicazioni operative non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata.

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