Long term care: il grande vuoto della pianificazione italiana

La pianificazione long term care è essenziale: tra badanti (22-26mila euro/anno), RSA (oltre 2.800 euro/mese) e welfare pubblico insufficiente, servono polizze LTC, fondi dedicati e strategie integrate per proteggere dignità e patrimoni dalla non autosufficienza.
Pianificazione long term care: mani anziane su documenti finanziari e banconote euro,

Mentre il paese invecchia e la riforma dell’indennità di accompagnamento resta in bilico, milioni di famiglie scoprono troppo tardi che il welfare pubblico non basta. Ecco cosa serve sapere per non farsi trovare impreparati.

Di non autosufficienza, in Italia, si parla quasi sempre quando è troppo tardi. Quando il genitore cade e si frattura il femore. Quando la diagnosi di Alzheimer trasforma una famiglia in un presidio sanitario improvvisato. Quando il conto della badante diventa la voce più pesante del bilancio domestico. Eppure i numeri sono lì da anni, nitidi e implacabili: oltre 3,8 milioni di anziani non autosufficienti secondo le stime Istat, un rapporto tra over 65 e popolazione attiva che nel 2050 toccherà il 63%, e un sistema pubblico di protezione che copre una frazione del fabbisogno reale. La domanda non è se il problema ci riguarderà, ma quando.

Il buco nero dell’accompagnamento

L’indennità di accompagnamento — 531,76 euro al mese nel 2024, cifra che non ha mai tenuto il passo con i costi reali dell’assistenza — rappresenta oggi il pilastro su cui poggia il welfare italiano della non autosufficienza. Un pilastro fragile. La riforma prevista dal decreto legislativo 29/2024, attuativo della legge delega 33/2023 sulla non autosufficienza, promette una “prestazione universale” potenziata per gli ultra ottantenni con Isee sotto i 6.000 euro: un assegno fino a circa 1.380 euro mensili, vincolato però all’acquisto di servizi qualificati. L’intenzione è trasformare un trasferimento monetario indifferenziato in uno strumento che generi assistenza vera. Ma la sperimentazione, partita nel 2025, copre una platea limitatissima — si stima intorno ai 29.000 beneficiari potenziali — e lascia fuori la stragrande maggioranza delle famiglie italiane che ogni giorno fanno i conti con la non autosufficienza di un congiunto.

Il risultato è un paradosso: l’Italia spende per la non autosufficienza circa l’1,7% del Pil, in linea con la media europea, ma lo fa in modo frammentato e inefficiente. Una quota rilevante transita attraverso trasferimenti monetari senza vincolo di destinazione, che finiscono per alimentare il mercato irregolare della cura — le circa 1 milione di badanti attive nel paese, di cui una larga parte senza contratto regolare.

Quanto costa davvero non essere autosufficienti

Chi non ha mai affrontato il problema tende a sottostimarlo. I numeri raccontano una realtà diversa dalle aspettative.

Un’assistente familiare inquadrata regolarmente con il contratto collettivo nazionale del lavoro domestico, livello CS (convivente), costa al datore di lavoro tra i 1.600 e i 2.000 euro netti al mese, cui si aggiungono contributi previdenziali, tredicesima, TFR, ferie e vitto e alloggio. Il costo complessivo annuo oscilla realisticamente tra i 22.000 e i 26.000 euro. Per un’assistenza non convivente, su turni diurni, si parte da 1.200-1.400 euro mensili netti, ma raramente basta un solo turno.

Una Rsa — residenza sanitaria assistenziale — nel Nord Italia costa in media tra 2.200 e 3.500 euro al mese per la quota alberghiera a carico della famiglia. In Lombardia le rette medie superano i 2.800 euro mensili, in Emilia-Romagna si attestano intorno ai 2.400. Al Sud i costi scendono, ma scende anche la disponibilità di posti.

L’assistenza domiciliare integrata erogata dal Servizio sanitario nazionale copre in media 18 ore annue per assistito — poco più di mezz’ora a settimana — secondo i dati del Ministero della salute. Integrare con servizi privati (fisioterapia, infermiere, Oss a domicilio) significa aggiungere tra i 15 e i 25 euro l’ora a seconda della qualifica e della zona geografica.

Proiettando questi costi su un periodo medio di non autosufficienza — che la letteratura attuariale stima in 4-6 anni per le forme gravi — si arriva a un fabbisogno complessivo che oscilla tra i 100.000 e i 180.000 euro. Una cifra che poche famiglie italiane possono assorbire senza pianificazione, e che nella maggior parte dei casi erode il patrimonio accumulato in una vita di lavoro.

Costi dell’assistenza per non autosufficienza

Tipologia assistenza Costo mensile Costo annuo
Badante convivente regolare 1.600–2.000 € 22.000–26.000 €
Badante non convivente 1.200–1.400 € 14.400–16.800 €
RSA Nord Italia 2.200–3.500 € 26.400–42.000 €
Indennità accompagnamento 2024 531,76 € 6.381 €
ADI pubblica (ore annue) 18 ore/anno (0,35 ore/settimana)

La falsa alternativa: pensione integrativa o long term care

Tra i 45 e i 60 anni, l’orizzonte della pianificazione previdenziale e quello della protezione dalla non autosufficienza sembrano competere per le stesse risorse limitate: il risparmio disponibile. Molti consulenti finanziari, molti lavoratori, pongono la questione in termini di aut-aut. È un errore concettuale prima ancora che finanziario.

Il fondo pensione risponde a un rischio certo — il calo del reddito al momento del pensionamento — con un orizzonte temporale definito. La copertura Ltc risponde a un rischio probabile ma non certo — circa il 35-40% della popolazione over 65 sperimenterà una qualche forma di non autosufficienza — con un impatto economico potenzialmente devastante e concentrato in un arco di tempo più breve.

In termini tecnici, si tratta di due rischi con profili diversi: il rischio previdenziale è un rischio di longevità gestibile con l’accumulo progressivo; il rischio di non autosufficienza è un rischio catastrofale, a bassa frequenza e alto impatto, che per sua natura si presta meglio alla mutualizzazione assicurativa.

La risposta razionale, per chi ha margine di risparmio, non è scegliere ma costruire entrambe le coperture, calibrandole in funzione della situazione familiare. Un cinquantenne con entrambi i genitori ancora autonomi e un gap previdenziale significativo farà bene a privilegiare il fondo pensione. Lo stesso cinquantenne con un genitore già fragile e una previsione pensionistica adeguata dovrebbe guardare con urgenza alla copertura Ltc — non per sé, ma per evitare che l’assistenza al genitore divori le risorse destinate alla propria vecchiaia.

Polizze long term care: promesse e limiti

Il mercato assicurativo italiano della Ltc è storicamente sottosviluppato. Secondo i dati Ania, le polizze individuali Ltc in portafoglio sono poche centinaia di migliaia — una penetrazione irrisoria rispetto a mercati come Francia, Germania o Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici: premi percepiti come elevati, diffidenza verso prodotti complessi, scarsa cultura della pianificazione, e — va detto — un’offerta che non sempre è stata trasparente o competitiva.

Le polizze Ltc classiche funzionano così: l’assicurato paga un premio (annuo o unico) e, in caso di perdita certificata dell’autosufficienza — generalmente misurata sulla incapacità di compiere almeno 3-4 delle 6 attività fondamentali della vita quotidiana (lavarsi, vestirsi, alimentarsi, muoversi, usare i servizi igienici, spostarsi) — riceve una rendita mensile predefinita, tipicamente tra i 1.000 e i 3.000 euro, per tutta la durata della non autosufficienza.

Quando convengono. Per chi sottoscrive tra i 40 e i 55 anni, con buona salute, i premi annui sono ancora accessibili — indicativamente tra i 600 e i 1.500 euro all’anno per una rendita di 1.500-2.000 euro mensili, a seconda dell’età, del sesso e della compagnia. Su un orizzonte ventennale, l’effetto di mutualizzazione del rischio rende la polizza più efficiente dell’autoassicurazione: si paga un premio certo e contenuto per proteggersi da un evento incerto ma finanziariamente insostenibile.

Quando non convengono. Dopo i 60 anni i premi salgono rapidamente, spesso con maggiorazioni per condizioni di salute preesistenti. Le carenze — periodi iniziali in cui la garanzia non opera — possono arrivare a 24 mesi. Alcune polizze prevedono esclusioni per patologie neurodegenerative, che rappresentano una delle cause più frequenti e costose di non autosufficienza. E il rischio di controparte — la solidità della compagnia su un orizzonte pluridecennale — non è trascurabile.

Il punto critico è la selezione del prodotto: leggere le condizioni di esclusione, verificare i criteri di accertamento della non autosufficienza, controllare se la rendita è rivalutabile nel tempo (un dato cruciale: 2.000 euro oggi varranno molto meno tra vent’anni senza indicizzazione), accertarsi che il prodotto sia garantito e non rescindibile dalla compagnia.

La via ibrida: costruire un sistema, non comprare un prodotto

La soluzione più robusta, per chi ha la lucidità di pianificare in tempo, non è affidarsi a un singolo strumento ma costruire un sistema integrato. Un approccio che combini tre livelli.

Il primo è la copertura assicurativa pura, una polizza Ltc individuale o collettiva (molti contratti di lavoro includono coperture Ltc nei fondi sanitari integrativi: verificare è il primo passo) che copra lo scenario catastrofale — la non autosufficienza grave e prolungata.

Il secondo è un risparmio dedicato e separato, un fondo (anche semplicemente un conto deposito o un portafoglio a basso rischio) esplicitamente destinato alle spese di cura e assistenza, alimentato con versamenti regolari. Non il risparmio generico, non il fondo pensione, non la liquidità per le emergenze: un contenitore specifico con una finalità dichiarata. L’obiettivo realistico, per un quarantacinquenne che versa 200 euro al mese per vent’anni, è accumulare tra i 50.000 e i 65.000 euro (ipotizzando un rendimento reale modesto), una cifra che da sola non copre l’intero fabbisogno ma che, combinata con la rendita assicurativa e l’indennità pubblica, può fare la differenza tra dignità e indigenza.

Il terzo è l’ottimizzazione del patrimonio esistente, perché la casa di proprietà — asset principale della maggioranza delle famiglie italiane — può essere convertita in risorsa assistenziale attraverso strumenti come il prestito vitalizio ipotecario o, in prospettiva, la vendita della nuda proprietà. Soluzioni imperfette, ma che vanno conosciute prima di averne bisogno.

Confronto strategie di protezione

Strategia Vantaggi Limiti
Polizza LTC Mutualizzazione rischio, rendita garantita, premi accessibili under 55 Costi elevati over 60, esclusioni, carenze
Fondo dedicato Flessibilità, nessuna esclusione, controllo totale Richiede disciplina, nessuna mutualizzazione
Patrimonio immobiliare Asset già disponibile, prestito vitalizio ipotecario Scarsa liquidità, complessità strumenti
Sistema integrato Protezione completa, resilienza, ottimizzazione risorse Richiede pianificazione anticipata

Il tempo come unica variabile controllabile

C’è un dato che dovrebbe togliere il sonno a chi rimanda: ogni anno di ritardo nella sottoscrizione di una polizza Ltc costa mediamente tra il 5 e l’8% in più di premio. E ogni anno di mancato accumulo in un fondo dedicato è un anno di capitalizzazione perduto. Il tempo è l’unica variabile che gioca inequivocabilmente a favore di chi pianifica e contro chi procrastina.

La generazione che oggi ha tra i 45 e i 60 anni si trova in una posizione storica particolare: è la prima a dover gestire contemporaneamente l’assistenza ai genitori anziani e la consapevolezza che per la propria vecchiaia il welfare pubblico offrirà ancora meno. È la generazione sandwich, stretta tra il debito di cura verso il passato e il debito previdenziale verso il futuro.

Affrontare il tema della non autosufficienza non è un esercizio di pessimismo. È un atto di responsabilità verso se stessi e verso chi verrà dopo. L’alternativa — la più praticata in Italia — è affidarsi alla speranza che vada tutto bene, e quando non va, improvvisare. Con i risparmi di una vita che si sciolgono in pochi anni. Con la dignità degli anziani affidata alla buona sorte. Con famiglie che si spezzano sotto il peso di un’assistenza non pianificata.

I numeri parlano chiaro. Le soluzioni esistono. Manca, ancora, la cultura per adottarle in tempo.

Domande frequenti

Quanto costa realmente l’assistenza per la non autosufficienza?

Una badante convivente regolare costa tra 22.000 e 26.000 euro annui. Una RSA nel Nord Italia richiede rette tra 2.200 e 3.500 euro mensili. Su un periodo medio di non autosufficienza grave (4-6 anni), il fabbisogno complessivo oscilla tra 100.000 e 180.000 euro, mentre l’indennità di accompagnamento copre solo 6.381 euro all’anno.

Conviene una polizza long term care o risparmiare autonomamente?

Per chi sottoscrive tra i 40 e i 55 anni, la polizza LTC è più efficiente dell’autoassicurazione: premi annui tra 600 e 1.500 euro garantiscono rendite mensili di 1.500-2.000 euro in caso di non autosufficienza. L’approccio ottimale è però un sistema integrato che combini polizza LTC, fondo dedicato e ottimizzazione del patrimonio esistente.

A che età conviene sottoscrivere una polizza long term care?

L’età ottimale è tra i 40 e i 55 anni: i premi sono ancora accessibili e ogni anno di ritardo costa tra il 5 e l’8% in più. Dopo i 60 anni i premi salgono rapidamente e aumentano le maggiorazioni per condizioni di salute preesistenti, rendendo la copertura meno conveniente o addirittura inaccessibile.

La riforma dell’indennità di accompagnamento risolverà il problema?

No. La prestazione universale potenziata prevista dal decreto 29/2024 riguarda solo ultra ottantenni con ISEE sotto i 6.000 euro (circa 29.000 beneficiari potenziali) e offre fino a 1.380 euro mensili vincolati a servizi qualificati. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane resta scoperta e deve pianificare autonomamente.

Meglio investire nel fondo pensione o nella protezione LTC?

Non è una scelta alternativa: sono due rischi diversi. Il fondo pensione copre un rischio certo (calo del reddito) con accumulo progressivo. La protezione LTC copre un rischio catastrofale a bassa frequenza ma alto impatto, che richiede mutualizzazione assicurativa. La risposta razionale è costruire entrambe le coperture, calibrandole sulla situazione familiare e previdenziale individuale.

Quali sono i criteri essenziali per scegliere una polizza LTC?

Verificare: 1) criteri di accertamento della non autosufficienza (quante ADL devono essere compromesse), 2) esclusioni per patologie neurodegenerative, 3) rivalutabilità della rendita nel tempo, 4) durata delle carenze (periodi senza copertura), 5) solidità della compagnia su orizzonte pluridecennale, 6) se il prodotto è garantito e non rescindibile unilateralmente.


Le cifre relative ai costi assistenziali e ai premi assicurativi riportate in questo articolo hanno valore indicativo e possono variare significativamente in base alla zona geografica, alla compagnia assicurativa e alle condizioni individuali. Si consiglia di rivolgersi a un consulente qualificato per una valutazione personalizzata.

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