La domanda sbagliata
Continua sulla stampa italiana il dibattito su John Elkann, che si concentra quasi sempre sulla performance. I numeri di Gedi sono inequivocabili: fatturato dimezzato da 759 a 370 milioni in un decennio, 270 milioni di perdite cumulate, patrimonio netto crollato dell’87% — da 523 a 68 milioni — con una distruzione di valore di 455 milioni. E poi la svendita sistematica: Il Tirreno, L’Espresso, Il Secolo XIX, e una dozzina di testate locali cedute dal 2020 in poi.
Ma la domanda interessante non è se Elkann è un cattivo manager, bensì un’altra: cosa ci dice questa storia del modello di capitalismo che l’Italia ha costruito nel dopoguerra e di come sta collassando sotto i nostri occhi?
La risposta è spiazzante e non va a beneficio di nessuna delle parti in commedia.
Il capitalismo di sangue era già una frode strutturale
Il punto di partenza che quasi nessuno vuole toccare: l’impero Agnelli non era un modello di eccellenza capitalistica. Era un sistema di cattura istituzionale su scala industriale.
Fiat ha prosperato per decenni grazie a una combinazione di protezioni tariffarie, finanziamento pubblico alla domanda (incentivi alla rottamazione, ecc.), sindacati addomesticati tramite la CGIL di Valletta prima e la realpolitik democristiana poi, e un mercato interno tenuto chiuso alla concorrenza straniera fino agli anni Novanta. L’editoria del gruppo — La Stampa, poi Repubblica, poi l’intero sistema Gedi — era strumento di influenza politica, non business editoriale. Nessuno comprava La Stampa per il ritorno sul capitale investito.
La famiglia Agnelli non costruì un impero industriale nel senso anglosassone del termine. Costruì un sistema di rendita istituzionale tenuto insieme da tre elementi: controllo del lavoro (Torino come company town), controllo del consenso (l’editoria), controllo dello Stato (i rapporti con la DC prima, con tutti i governi poi). L’utile vero non era nel conto economico di Fiat — spesso in rosso, sovvenzionato, ristrutturato con soldi pubblici. L’utile vero era nel potere di leva sul sistema-paese.
Questo andava benissimo finché il sistema-paese era abbastanza ricco e abbastanza chiuso da sostenere il gioco.
Elkann non ha distrutto un impero. Ha ereditato una rendita in via di estinzione.
La lettura standard della vicenda Elkann è: nipote cosmopolita, cresciuto tra Londra e New York, non capisce l’Italia, sfalda per incompetenza o disinteresse quello che il nonno aveva costruito con genio industriale.
Questa lettura è sentimentale e storicamente disonesta.
Quello che Elkann ha ereditato nel settore auto era un’industria che aveva già perso la guerra competitiva nei confronti dei costruttori asiatici e tedeschi, e che stava sopravvivendo attraverso fusioni (Chrysler, PSA) di cui nessuno sa ancora dire con certezza l’esito di lungo periodo. Quello che ha ereditato nell’editoria era un settore in crisi strutturale globale, con un modello pubblicitario in collasso e una base di lettori che invecchiava di cinque anni ogni tre anni di calendario.
Il vero erede di Gianni Agnelli non avrebbe potuto salvare La Stampa o L’Espresso. Avrebbe solo potuto scegliere come perderli.
Elkann ha scelto di perderli il più velocemente possibile, monetizzando quello che c’era da monetizzare e riallocando il capitale verso Exor, che è diventata una holding di investimento diversificata con posizioni in Ferrari, Stellantis, The Economist, PartnerRe, e ora nel tech americano. Dal punto di vista della pura distruzione del valore, la critica regge. Dal punto di vista della sopravvivenza del patrimonio familiare in senso lato, la strategia non è irrazionale.
Il problema è la rappresentazione pubblica. Due giorni prima della notizia della cessione degli ultimi asset editoriali, Elkann era sul palco con il direttore del Corriere della Sera a celebrare i dieci anni del fondo Vento, spiegando che “l’opportunità per l’Italia è straordinaria”. È questa la contraddizione che spesso viene indicata con precisione chirurgica: non la ritirata strategica, ma l’ipocrisia di chi si ritira predicando l’avanzata.
Gedi Group — Indicatori di valore, decennio di riferimento
| Indicatore | Valore iniziale | Valore finale | Variazione |
|---|---|---|---|
| Fatturato annuo | € 759 mln | € 370 mln | − 51% |
| Patrimonio netto | € 523 mln | € 68 mln | − 87% |
| Perdite cumulate | — | € 270 mln | cumulato |
| Distruzione di valore | — | € 455 mln | assoluto |
| Testate cedute (dal 2020) | — | oltre 14 | incl. Tirreno, Espresso, Secolo XIX |
Fonte: dati pubblici bilancio Gedi S.p.A. — elaborazione editoriale
Il vero problema sistemico: chi prende il posto?
Qui arriviamo al punto più scomodo, quello che il dibattito italiano evita sistematicamente.
Se il capitalismo di sangue — Agnelli, Berlusconi, De Benedetti, Gardini prima del disastro — era un sistema di rendita istituzionale che ha funzionato finché lo Stato era abbastanza ricco da sostenerlo, cosa viene dopo?
Le risposte possibili sono tre, e nessuna è confortante:
- Scenario 1: il vuoto.
Le grandi famiglie smobilizzano, il tessuto del capitalismo relazionale italiano si sfibra, e non emerge nessun sostituto strutturale. L’Italia diventa un’economia di PMI eccellenti ma frammentate, incapaci di costruire campioni globali, acquisite pezzo per pezzo da holding straniere. Questo scenario è già in corso da vent’anni. - Scenario 2: la sostituzione con capitale straniero.
Blackstone compra immobiliare. I fondi di private equity anglosassoni acquisiscono le medie imprese migliori. I gruppi editoriali vengono acquistati da soggetti stranieri o da oligarchi dell’economia digitale. Lo Stato reagisce con il golden power, ma è un’azione difensiva di retroguardia, non una strategia industriale. Anche questo scenario è già in corso. - Scenario 3: la ri-statalizzazione surrettizia.
In assenza di capitale privato strutturato, lo Stato — attraverso Cassa Depositi e Prestiti, le fondazioni bancarie, il sistema delle partecipate — torna a fare il capitalista di riferimento. Non per ideologia, ma per default. È il capitalismo senza capitalisti: l’unico che il sistema italiano sembra in grado di produrre quando le famiglie si ritirano.
Nessuno di questi tre scenari produce un capitalismo competitivo. Tutti e tre producono varianti di rendita — o privata (fondi esteri estrattivi), o pubblica (Cdp come bad bank di sistema).
Scenari post-capitalismo familiare — Analisi comparativa
| Scenario | Meccanismo | Rischio strutturale | Stato |
|---|---|---|---|
| Il vuotoPMI frammentate | Grandi famiglie smobilizzano, nessun sostituto sistemico emerge | Nessun campione globale, acquisizioni estere incontrollate | In corso |
| Capitale stranieroPE e fondi esteri | Blackstone e PE anglosassoni acquisiscono asset strategici italiani | Estrazione di valore senza reinvestimento industriale | In corso |
| Ri-statalizzazioneCDP come default | CDP, fondazioni bancarie e partecipate statali tornano capitalisti di riferimento | Capitalismo senza capitalisti, rendita pubblica permanente | Emergente |
Nessuno dei tre scenari produce un capitalismo competitivo. Tutti e tre generano varianti di rendita.
Elaborazione: analisi strutturale del modello capitalistico italiano post-dopoguerra
La lezione che da Elkann nessuno vuole trarre
Il fondo Vento che Elkann celebrava è un fondo di venture capital che in dieci anni ha puntato su startup italiane. Il progetto non è privo di senso. Ma è rivelatorio di una doppia verità.
Prima verità: il capitale di rischio in Italia è cronicamente scarso non perché gli italiani non abbiano risparmio — ce ne è in abbondanza, immobilizzato in case e titoli di Stato — ma perché il sistema di incentivi non premia il rischio imprenditoriale e non punisce l’inerzia patrimoniale. Elkann che lancia un fondo di VC mentre smantella l’editoria è, in un certo senso, il capitalismo italiano che prova a reinventarsi attraverso il modello anglosassone. Operazione parzialmente onesta, ma strutturalmente limitata finché il contesto normativo, fiscale e culturale resta quello che è.
Seconda verità: il discorso pubblico del capitalismo italiano è sistematicamente disgiunto dalla realtà operativa. Le famiglie si ritirano proclamando investimento. I fondi estraggono valore dichiarando sviluppo. I politici proteggono rendite annunciando liberalizzazioni. Elkann che parla di “opportunità straordinarie” mentre vende Repubblica è solo l’esempio più visibile di una patologia diffusa.
Ma il capitalismo di sangue merita un necrologio onesto
John Elkann non è il problema. È il sintomo terminale di un modello che era già morto prima che lui prendesse le redini. Il capitalismo italiano del dopoguerra — grande industria protetta, editoria come strumento di potere, holding familiari con leva pubblica — è stato un sistema funzionale al suo contesto storico e strutturalmente non esportabile al di fuori di quel contesto.
La sua fine non è una tragedia. È una necessità.
La tragedia, semmai, è che dopo trent’anni di crisi di quel modello l’Italia non ha ancora deciso cosa vuole essere. Un paese di PMI integrate in catene del valore europee? Un polo di eccellenza manifatturiera ad alto valore aggiunto? Un hub per il capitale di rischio europeo? Un sistema misto pubblico-privato sul modello francese?
Finché questa domanda resta senza risposta strutturale, continueremo ad assistere allo spettacolo di eredi che smantellano, fondi che estraggono, politici che proteggono rendite con una mano e invocano innovazione con l’altra.
Elkann che celebra Vento mentre liquida Gedi è lo specchio perfetto di un paese che non sa ancora cosa vuole diventare da grande.
Ma c’è una domanda che il caso Elkann lascia aperta, e che il dibattito italiano evita con cura metodica: lo Stato ha ancora gli strumenti — e la volontà — per fare qualcosa? E le PMI, celebrate da trent’anni come spina dorsale del paese, sono davvero quello che pensiamo siano? La risposta, come spesso accade, è più scomoda della domanda. Ne parliamo domani.
Domande frequenti
Il capitalismo familiare italiano non era fondato sulla competitività di mercato, ma su un sistema di rendita istituzionale: protezioni tariffarie, finanziamento pubblico alla domanda, controllo del consenso tramite l’editoria e relazioni privilegiate con i governi successivi. Quando questo ecosistema è venuto meno — con l’apertura ai mercati globali negli anni Novanta e il collasso del modello pubblicitario nell’editoria — la rendita si è esaurita e con essa la sopravvivenza economica delle grandi holding familiari.
I numeri documentano una distruzione di valore reale: fatturato dimezzato, patrimonio netto crollato dell’87%, 270 milioni di perdite cumulate. Tuttavia, attribuire tutto ciò alla sola gestione è una lettura parziale. Elkann ha ereditato un settore editoriale in crisi strutturale globale. La scelta di accelerare le cessioni e riallocare il capitale verso Exor come holding diversificata non è irrazionale dal punto di vista della preservazione del patrimonio familiare, anche se contraddice apertamente la retorica pubblica di investimento nel paese.
Tre scenari sono già parzialmente in corso. Il primo è il vuoto: le famiglie smobilizzano, nessun sostituto strutturale emerge e l’Italia resta un’economia di PMI eccellenti ma frammentate. Il secondo è la sostituzione con capitale straniero: fondi di private equity anglosassoni acquisiscono le migliori imprese italiane estraendo valore senza reinvestimento industriale. Il terzo è la ri-statalizzazione per default, con la Cassa Depositi e Prestiti e le fondazioni bancarie che tornano a fare da capitalisti di riferimento in assenza di privati strutturati. Nessuno dei tre produce un capitalismo competitivo.
Non manca il risparmio: l’Italia ne ha in abbondanza, immobilizzato in immobili e titoli di Stato. Manca un sistema di incentivi che premi il rischio imprenditoriale e penalizzi l’inerzia patrimoniale. Manca soprattutto una risposta strutturale alla domanda su cosa il paese voglia essere: polo manifatturiero ad alto valore aggiunto, hub per il venture capital europeo, sistema misto sul modello francese o rete di PMI integrate in catene del valore continentali. Finché questa scelta strategica resta sospesa, il risultato sarà sempre una variante di rendita, privata o pubblica.
