Bollette record, competitività zero: il conto di quarant’anni di veti energetici

L’industria italiana paga l’energia l’87% in più della Francia. Un’analisi delle responsabilità politiche — dal referendum del 1987 a oggi — e dei costi reali per il sistema produttivo.

L’Italia paga l’elettricità industriale l’87% in più della Francia. Non è sfortuna congiunturale: è il risultato di scelte precise — o meglio, di non-scelte accumulate da più generazioni politiche. Un’analisi senza sconti su responsabilità, meccanismi e costi reali.

120 euro per megawattora. È il prezzo medio che le imprese italiane hanno pagato per l’elettricità nel primo semestre 2025. In Francia nello stesso periodo: 67 euro. In Spagna: 62. Il differenziale non è una distorsione temporanea: è una struttura. E ha un nome preciso: dipendenza dal gas, costruita nel tempo attraverso una sequenza di decisioni politiche che oggi presentano il conto.

Il meccanismo che amplifica ogni shock

Il sistema elettrico italiano funziona secondo la logica del prezzo marginale: l’unità di produzione più costosa attiva in ogni ora fissa il prezzo per tutta la generazione. In Italia, il gas è il price setter nel 70% delle ore. Significa che ogni volta che il prezzo del gas sale sui mercati internazionali — per una crisi geopolitica, per un inverno rigido in Asia, per la rotta di una nave metaniera che cambia destinazione — la bolletta elettrica italiana ne assorbe l’intero impatto, amplificato.

Questa vulnerabilità non è inevitabile. È costruita. La Francia la neutralizza con il nucleare, che produce a costo marginale quasi zero e non subisce la volatilità del gas. La Spagna la attenua con una quota di rinnovabili nel mix molto superiore alla nostra. L’Italia, che ha il gas come spina dorsale del sistema elettrico e che dipende per quella stessa materia prima quasi interamente dall’importazione, è esposta come nessun altro paese comparabile in Europa.

Prezzi medi elettricità industriale — Primo semestre 2025 · Fonte: ARERA / elaborazioni
Paese €/MWh Differenziale vs Italia
Italia 120
Germania 91 −24%
Francia 67 −44%
Spagna 62 −48%

Quarant’anni di veti: di chi?

1987: il referendum che smantellò una leadership

Quando nel novembre 1987 gli italiani votarono per chiudere le centrali nucleari, l’Italia era tra i primi tre paesi al mondo per tecnologia nucleare civile. Aveva quattro impianti operativi — Latina, Trino Vercellese, Caorso, Garigliano — e una filiera industriale di eccellenza. Il referendum fu promosso e vinto da un blocco politico guidato da PSI, PCI e Verdi, sull’onda emotiva di Chernobyl. La Democrazia Cristiana non difese la posizione contraria con nessuna campagna credibile: la coesione di governo pesò più del merito energetico.

Il risultato non fu solo la chiusura degli impianti. Fu la dispersione completa di competenze, filiere, know-how industriale che non si ricostruiscono in pochi anni. Fu l’uscita definitiva dell’Italia dall’orbita tecnologica nucleare, con effetti che si misurano oggi in ogni bolletta.

2011: la finestra chiusa definitivamente

Nel 2009 il governo Berlusconi approvò una legge per il ritorno al nucleare. Era una finestra reale: la tecnologia di terza generazione era matura, i costi erano ancora relativamente contenuti, l’industria europea aveva competenze trasferibili. Il referendum del 2011, convocato sull’onda di Fukushima, la chiuse. Il fronte del sì all’abrogazione fu guidato da PD, IdV, SEL e Verdi. Il governo non condusse nessuna campagna informativa seria a favore della propria legge: il calcolo del consenso prevalse sulla responsabilità di governo.

Il 94% dei voti andò all’abrogazione. Con quella percentuale scomparve anche la possibilità di accedere alla tecnologia di terza generazione a costi ancora ragionevoli. Oggi, per rientrare nel nucleare, l’Italia parte da zero: nessuna filiera, nessun regolatore competente, nessun sito identificato.

I rigassificatori: il localismo come arma di veto

Tra il 2000 e il 2020, almeno dieci progetti di rigassificatori sono stati bloccati o ritardati di anni da opposizioni locali, ricorsi amministrativi, veti regionali. Le regioni più attive nel blocco — Toscana, Emilia-Romagna, Puglia — erano governate prevalentemente dal centrosinistra, con una cultura politica che ha sistematicamente privilegiato il consenso ambientalista locale rispetto alla sicurezza energetica nazionale.

Il rigassificatore di Piombino — approvato in emergenza nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina — fu contestato fino all’ultimo dal sindaco locale e dall’intero arco delle opposizioni comunali. Passò solo per decreto governativo straordinario. Quindici anni prima, in condizioni normali, sarebbe bastato.

Principali decisioni energetiche italiane mancate · 1987–2022
Anno Evento Area politica responsabile Effetto strutturale
1987 Referendum anti-nucleare PSI, PCI, Verdi; DC passiva Chiusura 4 centrali, dispersione filiera
2000–2020 Blocco rigassificatori Regioni centrosinistra, Comuni Dipendenza strutturale da gas russo
2011 Secondo referendum nucleare PD, IdV, SEL, Verdi; PDL inerte Uscita definitiva dalla gen. III
2022 Rigassificatore Piombino Opposizioni locali, sindaco PD Approvato solo per decreto d’emergenza

Il paradosso dei 200 miliardi

Dal 2000 a oggi l’Italia ha speso oltre 200 miliardi di euro in incentivi alle rinnovabili. È una cifra reale, non trascurabile. Eppure l’Italia continua a pagare tra i prezzi energetici più alti d’Europa. Il motivo è strutturale: le rinnovabili intermittenti — fotovoltaico ed eolico — senza una fonte di bilanciamento diversa dal gas aumentano la dipendenza dallo stesso gas come riserva di sistema. Investire in rinnovabili senza costruire storage, senza reti adeguate, senza fonti di baseload alternative, significa risolvere una parte del problema amplificando l’altra.

La responsabilità qui è trasversale: tutti i governi hanno incentivato le fonti rinnovabili senza una visione di sistema. Il risultato è una spesa enorme con impatto strutturale sul prezzo insufficiente.

Il prezzo che ora si paga

Il differenziale energetico italiano non è un dato astratto. Si traduce in margini compressi per le imprese industriali, in scelte di investimento orientate altrove, in filiere che si spostano dove lavorare è economicamente sensato. Per i settori dove l’energia pesa il 20-40% dei costi di produzione — chimica di base, acciaio, vetro, ceramica, alluminio, carta — un differenziale dell’80% rispetto alla Francia non è una variabile da gestire: è una sentenza.

Il conto si paga adesso. Ma è stato accumulato in quarant’anni di decisioni evitabili, distribuite equamente tra centrodestra e centrosinistra, con la differenza che la sinistra ha gestito i veti ideologici sulle fonti, il centrodestra ha mancato le finestre di rientro per inerzia e calcolo elettorale. La responsabilità è bipartisan e la partigianeria di entrambe le parti per quanto in contrasto fra loro a condotto a questo risultato

E il problema non finisce qui

Mentre l’Italia accumulava veti e rinviava scelte, il resto del mondo non stava fermo. Francia, Corea del Sud, Stati Uniti, Cina: ciascuno a modo proprio ha costruito infrastrutture energetiche capaci di sostenere la produzione industriale nei prossimi decenni. Il gap competitivo che ne deriva non è più solo una questione di bollette: è una questione di sopravvivenza del manifatturiero italiano. Nel prossimo articolo analizzeremo quanto il mondo si sia mosso — e perché recuperare il ritardo sarà più difficile di quanto la politica voglia ammettere.


Domande frequenti

Perché il costo dell’energia elettrica in Italia è così alto rispetto agli altri paesi europei?

Perché il gas naturale è il price setter nel 70% delle ore sul mercato elettrico italiano. A differenza della Francia — che produce il 70% dell’elettricità dal nucleare a costo marginale quasi zero — l’Italia dipende dal gas per la generazione di base, e ogni rialzo del gas si trasferisce integralmente sulla bolletta.

Chi è responsabile della dipendenza energetica italiana dal gas?

La responsabilità è bipartisan. Il centrosinistra ha guidato i veti ideologici sulle fonti (referendum 1987 e 2011, blocco rigassificatori nelle regioni governate dal PD). Il centrodestra ha mancato le finestre di rientro disponibili — in particolare quella del 2009-2011 — per inerzia e calcolo elettorale.

Quanto paga in più l’industria italiana rispetto a quella francese per l’energia elettrica?

Nel 2024 le imprese italiane hanno pagato l’elettricità l’87% in più rispetto a quelle francesi. In valori assoluti: circa 120 €/MWh in Italia contro 67 €/MWh in Francia nel primo semestre 2025.

L’Italia tornerà al nucleare? In che tempi?

Il Parlamento italiano ha approvato una legge delega sul nucleare nel febbraio 2025. Tuttavia, non esistono ancora siti identificati, un regolatore competente ricostruito né una filiera industriale. I tempi realistici per il primo kWh nucleare italiano si collocano tra il 2037 e il 2040, nel migliore dei casi.

Cosa si potrebbe fare nell’immediato per ridurre il costo dell’energia per le imprese italiane?

Le misure più rapide includono: accelerazione delle autorizzazioni per le rinnovabili utility-scale (da 7-9 anni a 2-3), contratti di lungo periodo con produttori di gas per ancorare prezzi certi, e revisione degli oneri di sistema in bolletta — oggi pari al 26% per le imprese del terziario.

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