Credito alle PMI nel 2026: siamo davvero fuori dall’emergenza?

Il credito alle piccole imprese cresce nel 2025, ma le micro-imprese perdono ancora 5 miliardi. Dati, meccanismi e implicazioni per chi cerca finanziamenti nel 2026.
Credito alle piccole imprese: imprenditore esamina documenti bancari in un capannone manifatturiero deserto al crepuscolo.

I titoli dei comunicati bancari parlano di ripresa. L’ABI registra undici mesi consecutivi di crescita dei prestiti, le sette maggiori banche hanno chiuso i primi nove mesi del 2025 con utili netti superiori a 21,6 miliardi di euro. Il sistema è solido, i crediti deteriorati sono ai minimi storici. Eppure, se sei titolare di un’impresa con meno di venti dipendenti e hai provato a chiedere un finanziamento negli ultimi mesi, è probabile che il tuo vissuto racconti una storia diversa.

La contraddizione è reale e si spiega con un dato che i comunicati istituzionali tendono a non mettere in prima riga: tra novembre 2024 e novembre 2025, mentre il credito al sistema imprese cresceva complessivamente di 5 miliardi di euro, le micro e piccole aziende con meno di 20 addetti subivano una riduzione dei finanziamenti di altri 5 miliardi, pari a un calo del 5%. La ripresa del credito, in sostanza, esiste. Ma non per tutti.

La struttura della forbice

Per capire dove si è aperta questa forbice occorre guardare al ciclo completo. Dal 2022 al 2024 il credito alle imprese italiane si è ridotto da 647 miliardi a 598,9 miliardi: una contrazione di quasi 48 miliardi in due anni, determinata prima dalla fine dei moratorie post-pandemia, poi dalla stretta sui tassi della BCE. Il 2025 ha portato una parziale inversione: il totale è risalito a 606,1 miliardi, con un recupero di 7,1 miliardi. Ma il livello resta ancora inferiore di 40,9 miliardi rispetto al 2022, e la ripresa si concentra sulle imprese medie e grandi, quelle con strutture finanziarie più trasparenti, bilanci certificati e rapporti bancari consolidati.

Fonte: Centro studi Unimpresa su dati Banca d’Italia — elaborazione GrifoNews
Anno Impieghi totali (mld €) Variazione annua Var. su 2022 Credito lungo termine (oltre 5 anni, mld €)
2022 647,0 347,1
2023 617,9 −29,1 (−4,5%) −29,1 (−4,5%) 321,7
2024 598,9 −19,0 (−3,1%) −48,1 (−7,4%) 293,5
2025 606,1 +7,1 (+1,2%) −40,9 (−6,3%) 281,1
Il credito di lungo periodo (oltre 5 anni) si è ridotto del 19% in tre anni, passando da 347,1 a 281,1 miliardi.

Il credito di lungo periodo, quello che serve per investire, è la variabile più significativa. Dai 347,1 miliardi del 2022 si è scesi a 281,1 miliardi nel 2025: una riduzione del 19% in tre anni. Per un’azienda che voglia finanziare un impianto, un magazzino o un’acquisizione, questo significa che il mercato dei capitali bancari a cinque anni e oltre si è sostanzialmente prosciugato rispetto a pochi anni fa, indipendentemente dalla qualità del progetto.

Chi decide chi è bankable

Il meccanismo che governa questa selezione si chiama regolamentazione prudenziale, ma nella pratica si traduce in scelte di portafoglio che le singole filiali eseguono applicando criteri sempre più standardizzati. Con il completamento del framework di Basilea III, le banche sono tenute ad allocare capitale proprio in proporzione al rischio delle attività finanziate. I prestiti alle microimprese assorbono più capitale a parità di importo perché vengono classificati come intrinsecamente più rischiosi. Una linea da 200.000 euro a un’azienda con 8 dipendenti e tre anni di bilancio costa alla banca più di una da 2 milioni a una società con revisione contabile e covenant chiari.

Il risultato pratico è che la redditività marginale di questi impieghi, già compressa dalla discesa dei tassi in corso dal 2024, diventa insufficiente a giustificare il consumo di capitale. Non è un giudizio sulla singola impresa: è aritmetica regolamentare.

A questo si aggiunge un secondo fattore, più difficile da quantificare: le banche italiane stanno completando la pulizia dei portafogli avviata dopo la stagione degli NPL. Il rapporto tra crediti deteriorati lordi e impieghi totali si è ridotto ai minimi da un decennio, attestandosi all’1,34% netto a dicembre 2025. Questo risultato è il prodotto di cessioni sistematiche e di una selettività crescente in fase di erogazione. Mantenere basso il tasso di deterioramento futuro richiede di non assumere oggi rischi che domani potrebbero trasformarsi in sofferenze. Le piccole imprese, con la loro maggiore volatilità di ricavi e la minore capitalizzazione, vengono percepite come il segmento a più alta probabilità di default.

Lo scenario concreto: una PMI manifatturiera nel 2026

Prendiamo un caso realistico. Un’azienda manifatturiera del Nord-Est, 12 dipendenti, 2,8 milioni di fatturato, margine operativo lordo stabile intorno al 14%. Ha bisogno di 300.000 euro per sostituire un macchinario e finanziare il circolante di una commessa pubblica. Bilancio depositato, Centrale Rischi pulita, nessuna segnalazione.

In un sistema bancario diverso da quello attuale, sarebbe un’operazione di ordinaria amministrazione. Nel 2026, quella stessa azienda si trova a fronteggiare un percorso più lungo, richieste di garanzie che in passato non sarebbero state necessarie, e spesso la necessità di ricorrere al Fondo di Garanzia per le PMI per rendere l’operazione bancabile. Il Fondo, che copre fino all’80% dell’importo garantito su operazioni sino a 5 milioni di euro, è uno strumento utile, ma ha tempi e procedure che allungano l’iter complessivo di settimane. E non tutte le imprese sanno come attivarlo correttamente.

Il credit crunch silenzioso

Il concetto di credit crunch nella sua accezione classica evoca la crisi del 2008 o il biennio 2011-2012: sportelli chiusi, linee revocate, aziende che non trovano liquidità. Quello che sta accadendo oggi è diverso, più sottile e per questo più difficile da rilevare. Non è un blocco, è una selezione. Il credito c’è, ma viene indirizzato verso chi ha già le caratteristiche per ottenerlo facilmente. Chi ne avrebbe più bisogno — l’impresa in fase di crescita, quella con picchi stagionali di circolante, quella che opera in settori a maggiore variabilità dei margini — trova condizioni più onerose o richieste di garanzie sproporzionate rispetto al rischio effettivo.

Le stime dell’Outlook ABI-Cerved indicano che il tasso di default delle imprese dovrebbe salire dal 2,6% del 2024 al 2,9% nel 2025, con le micro e piccole aziende e le imprese del Sud tra i segmenti più esposti. Non è una catastrofe, ma è un segnale che il sistema sta già incorporando l’effetto del razionamento selettivo: le imprese che non riescono a finanziarsi adeguatamente accumulano tensioni finanziarie che emergono nei bilanci con un ritardo di 12-18 mesi.

C’è anche una lettura geografica che vale la pena considerare. La contrazione più rilevante in termini assoluti ha colpito il Veneto, con 1,8 miliardi in meno di impieghi (-2,9%), insieme a Sardegna (-4,7%) e Umbria (-3,9%). Le regioni che hanno visto crescere il credito si concentrano dove sono presenti grandi gruppi o progetti infrastrutturali rilevanti — Lazio su tutti, con +4,1 miliardi. La distribuzione territoriale del credito si sta polarizzando, e questo non è privo di conseguenze per il tessuto produttivo delle aree a maggiore densità di piccole imprese.

Cosa è cambiato nella logica bancaria

Il dato sugli utili bancari merita una riflessione esplicita, perché crea un’asimmetria che può diventare politicamente rilevante. Le sette maggiori banche italiane hanno superato i 21,6 miliardi di utili netti nei primi tre trimestri del 2025. Il sistema, nel complesso, è solido come non lo era da anni. Questo risultato è stato ottenuto grazie a tre anni di tassi elevati, alla riduzione dei costi operativi (il rapporto cost/income si attesta intorno al 40%), e alla pulizia sistematica dei portafogli. La solidità patrimoniale attuale — con CET1 ratio al 15,3% — consentirebbe tecnicamente un’espansione del credito verso segmenti più rischiosi, senza compromettere la stabilità del sistema. La scelta di non farlo è una scelta di ottimizzazione del capitale, non una necessità regolamentare.

Detto questo, sarebbe sbagliato interpretare il problema come una patologia del sistema bancario. Le banche operano razionalmente secondo i propri obiettivi. Il problema è di sistema: mancano strumenti sufficientemente efficaci per colmare il gap tra il rischio percepito dalle banche e il rischio effettivo delle piccole imprese. Il Fondo di Garanzia funziona, ma le risorse stanziate — 200 milioni per il 2026 — sono inadeguate rispetto alla dimensione della domanda insoddisfatta.

Fonte: CGIA Mestre, ABI-Cerved Outlook, Banca d’Italia — elaborazione GrifoNews
Dimensione impresa Var. impieghi nov. 2024–nov. 2025 Accesso al credito Assorbimento capitale (Basilea III) Tasso default stimato 2025
Micro (< 10 addetti) −5 mld (−5,0%) Fortemente ridotto Elevato ~3,2%
Piccola (10–49 addetti) Contrazione parziale Selettivo, garanzie richieste Medio-alto ~2,9%
Media (50–249 addetti) Stabile / lieve crescita Accessibile con covenant Medio ~2,1%
Grande (≥ 250 addetti) In espansione Ampio, condizioni migliori Basso < 1,5%
Il tasso di default delle costruzioni è al 3,2%, dell’industria al 2,1% (Banca d’Italia, 2025). Micro e piccole imprese del Sud risultano le categorie più esposte (ABI-Cerved).

La variabile che cambia tutto

Esiste un aspetto che molti imprenditori non considerano fino a quando non si trovano davanti a una pratica respinta o a una proposta di finanziamento con condizioni inattese. In un mercato del credito selettivo, il profilo bancabile di un’impresa non è un dato fisso: è il risultato di scelte gestionali, di comunicazione finanziaria e di strutturazione delle informazioni che si possono migliorare.

La differenza tra un’azienda che ottiene credito a condizioni ragionevoli e una che lo ottiene a costi elevati — o non lo ottiene — spesso non sta nella qualità intrinseca del business, ma nella capacità di renderlo leggibile secondo i parametri che le banche usano effettivamente per valutarlo. Centrale dei rischi, centrale dei rischi privata, composizione degli affidamenti, struttura del passivo, qualità del bilancio intermedio: sono elementi su cui si può lavorare in anticipo, non quando la pratica è già sul tavolo dell’istruttore.

Il 2026 non è un anno di emergenza creditizia. Ma per una piccola impresa che abbia bisogno di finanziarsi, la partita si gioca su un campo inclinato. Capirne l’inclinazione è il primo passo per non essere sorpresi.

In un contesto simile, la qualità del profilo bancabile diventa determinante.

Domande frequenti

Il credito alle piccole imprese sta davvero crescendo nel 2026?

A livello aggregato sì: tra novembre 2024 e novembre 2025 il credito al sistema imprese è cresciuto di 5 miliardi (+0,8%). Ma questa media nasconde una frattura strutturale: le micro e piccolissime imprese con meno di 20 addetti hanno subito nello stesso periodo una riduzione di altri 5 miliardi (−5%). La ripresa del credito riguarda prevalentemente le imprese medie e grandi.

Perché le banche concedono meno credito alle piccole imprese?

Il principale motivo è regolamentare: con le regole di Basilea III, i prestiti alle microimprese assorbono più capitale proprio rispetto a quelli alle grandi aziende, rendendo questi impieghi meno redditizi per la banca. A questo si aggiunge una maggiore volatilità dei ricavi e una minore capitalizzazione media delle piccole imprese, che le rende statisticamente più rischiose agli occhi dei modelli di scoring bancari.

Cos’è il Fondo di Garanzia per le PMI e come aiuta ad accedere al credito?

Il Fondo di Garanzia per le PMI è uno strumento pubblico gestito da Mediocredito Centrale che garantisce fino all’80% dell’importo finanziato su operazioni fino a 5 milioni di euro. Riduce il rischio per la banca e rende bancabili operazioni che altrimenti non passerebbero i criteri di valutazione interni. Non sostituisce la qualità del profilo finanziario dell’impresa, ma può essere determinante per sbloccare pratiche su cui la banca è indecisa.

Cosa si intende per profilo bancabile e come può migliorarlo una piccola impresa?

Il profilo bancabile è l’insieme delle informazioni che una banca analizza per valutare il rischio di credito: posizione in Centrale Rischi, struttura degli affidamenti esistenti, qualità del bilancio, composizione del passivo e capacità di rimborso documentata. In un mercato selettivo come quello attuale, intervenire su questi elementi in anticipo può fare la differenza tra un finanziamento ottenuto a condizioni ragionevoli e uno respinto o approvato con garanzie eccessive.

Quali regioni italiane hanno subito il calo maggiore del credito alle imprese?

Le contrazioni più significative hanno riguardato il Veneto (−1,8 miliardi, −2,9%), la Sardegna (−370,9 milioni, −4,7%), l’Umbria (−335,8 milioni, −3,9%) e la Basilicata (−94,8 milioni, −3,6%). Le regioni in crescita sono invece Lazio (+4,1 miliardi, +6,6%), Calabria (+278,6 milioni, +5,4%) e Valle d’Aosta (+158,6 milioni, +10%).

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