Nel ‘700 il concetto di ‘lusso’ suscita ampi dibattiti: chi lo considera ‘uno dei più grandi flagelli’ e chi lo ritiene ‘motore dell’industria e fonte di progresso’. Secondo Bernard de Mandeville lusso e superbia sono vizi, sì, ma necessari allo Stato. Jean Jaques Rousseau, al contrario, vede nel lusso un fattore di disgregazione sociale e un ostacolo al raggiungimento della virtù e della felicità. Il lusso evoca il vizio: una condanna tanto evidente nella parola inglese luxury, con chiaro riferimento a uno dei 7 peccati capitali, la cui virtù opposta è la temperanza. ‘Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa’ Bernard de Mandeville, La favola delle api
Bisogna però distinguere tra lusso privato e lusso pubblico. Nel 215 a.c. la Lex Oppia, prima ancora di Platone, porta il pragmatismo romano ad una posizione critica verso gli ‘eccessi di Stato’. Il lusso rappresenta infatti il potere, il prestigio, la forza di una città, ma uno Stato sano si organizza per produrre cose necessarie, senza far ‘gonfiare’ gli sprechi. Diversa la mentalità dei veneziani fra Medioevo e prima età moderna: il Doge, la Dogaressa e i signori in generale esibivano, in occasioni di visite importanti, parure di grande valore per impressionare e rappresentare degnamente la città. I banchetti del tempo erano un modo per strabiliare gli ospiti con innumerevoli portate. Il lusso pubblico era incoraggiato e faceva parte di un programma politico. Lo stesso meccanismo era alla base del registro dei Rolli nella Superba Genova, istituito nel 1576: le grandi famiglie facevano a gara per ottenere l’incarico di rappresentanza portando i loro Palazzi allo sfarzo maggiore possibile.
Il lusso genera fastidio e ammirazione: nel Medioevo diventa ‘popolare’ con l’imitazione
Da sempre il lusso è un’esibizione di potere che suscita emozioni forti: fastidio e rabbia, ma anche meraviglia, ammirazione e imitazione. Nelle sue svariate forme, con differenti modi di ‘ostentare’, può essere definito come una spettacolarizzazione del privilegio. I beni sfoggiati stimolano reazioni etiche e sentimenti di invidia o rancore. Può portare alla violenza, per questo viene moderato dai legislatori: il desiderio spinge ad appropriarsi di ciò che i privilegiati ostentano. Contraddizioni che ispirano discussioni pubbliche, nuove mode e posizioni politiche radicali. Si arriva poi all’estremo del ‘vantaggio di pochi’ contrapposto alla ‘miseria di molti’ che degenera in fenomeni tragici come la Rivoluzione francese (1789) e il taglio delle teste dei potenti.
Più semplicemente ogni nuovo sfoggio di oggetti o stili lussuosi ha creato nella storia un potente effetto di imitazione con produzione di oggetti ‘simili’ agli originali a partire dal Medioevo. Il lusso popolare è una contraddizione in termini, eppure funziona. Chi non può permettersi i fili d’oro per impreziosire gli abiti aspira ad esibire stoffe che paiano ‘dorate’, intessute da fili tinti con lo zafferano.
Nel 1276 Donna Francesca a Bologna viene multata per l’abito troppo lungo
Agosto 1276: siamo a Bologna in una via del centro e Donna Francesca, moglie di un drappiere, viene avvicinata da un ufficiale incaricato di valutare la lunghezza dello strascico della sua gonnella verde. Gonnella o tunica era una veste indossata sotto la guarnacca e il mantello. Le leggi sontuarie compaiono a Bologna nel 1250: proibiscono ‘le vesti che tocchino terra da qualsiasi parte, pena la gravissima perdita della dote e una multa di 50 lire’. Obiettivo: limitare lussi e sprechi riguardanti abbigliamento, feste e banchetti. Nessuna donna, meretrici a parte, può portare vesti che tocchino terra: la multa è di 25 lire se la donna non è sposata, del doppio se sposata. La dote va al comune. Queste norme sono state emanate sistematicamente in tutte le città d’Italia ma anche in Europa a partire dal XIII secolo fino alla Rivoluzione Francese. Applicate soprattutto alle donne riguardavano anche gli uomini e il ‘lusso delle culle’.
Le leggi sontuarie, tanto nel XIII secolo come in quelli successivi, oltre che occuparsi di oggetti di lusso come tessuti preziosi o perle trattavano dell’ampiezza delle maniche o delle frange ornamentali. Proibivano o limitavano abiti e accessori, dettagli compresi, con norme mirate a garantire rigide distinzioni sociali.
Nel 1365 la multa per sfoggiare bottoni ‘troppo preziosi’ in argento dorato dal peso ‘superiore alle tre once’ è di 25 lire. Sul finire del Medioevo la normativa fissa con esattezza la destinazione dei denari ricavati dalle multe: a beneficio ‘dell’Ospedale dei Bastardelli’ (Reggio Emilia, 1550) o a vantaggio del Monte di Pietà (Orvieto, 1468).
Nell’ultimo ‘400 per legge si stabilisce a Bologna che i cavalieri non possano spendere per vestire le loro mogli oltre i 3/4 della dote, i dottori e i gentiluomini 2/3 e così via, proporzionando le ammende.
Il peso dello sfarzo: ‘soffrire per ben comparire’ tra parrucche, corsetti, lacci e volti sbiancati
Comparire costa fatica: i capi esibiti spesso comportano sacrificio e addirittura sofferenza. Gli abiti ingombranti impediscono di muoversi liberamente, zoccoli con tacco a ponte portano al rischio di cadute, copricapi enormi sbilanciano l’andatura. A volte l’incedere lento dei nobili è una necessità dovuta al peso, alla rigidità e alla stretta di lacci, parrucche e corsetti. Il concetto di ‘moda’ nasce nel medioevo e con lei il sacrificio del ‘soffrire per ben comparire’.
Volti sbiancati, fronti depilate, pianelle che compromettono l’equilibrio… I predicatori danno il contributo alla lotta contro la vanità sostenendo l’azione dei legislatori, basti pensare al trattato di Giovanni da Capestrano ‘Degli ornamenti specie delle donne’ (1434/38), base per le prediche sul tema. Sermoni spesso non ascoltati, considerata la difficoltà nel veder rispettate le tante regole imposte.
La multa comminata a Milano nel 1396 a chi indossa, uomini o donne, vesti ricamate con perle è di 100 lire, valore pari a un quarto di quello delle perle che decorano gli abiti più belli. Solo le mogli dei cavalieri e dei dottori possono indossarle liberamente. Stessa cifra per eccessive larghezze e guarnizioni di pelliccia, mentre per i ricami la cifra è di 25 lire e 10 per i sarti compiacenti. 50 lire è la multa per le meretrici trovate con il coazzone, un’acconciatura a treccia con nastri destinata alle donne ‘dabbene’. Le meretrici vengono strumentalizzate spesso: non rispettare le regole rischiava di far passare una donna ‘dabbene’ per una prostituta.
A Siena le perle sono proibite già dalla fine del ‘200. Viene eccezionalmente concessa nel 1291 l’esibizione (dunque le donne le possiedono e le tengono chiuse nei cofani) accogliendo la richiesta di Roberto II Conte di Artois, nipote del Re Luigi IX. Si trova in Italia per sostenere la causa di Carlo d’Angiò e desidera vedere intorno a sé signore ‘illuminate da ori, argenti e perle’. Uno sfolgorio ‘a tempo’: dal periodo natalizio fino al primo gennaio.
A metà del ‘400 a Bologna per volere del Cardinale Bessarione alle mogli e alle figlie di cavalieri è concesso un numero definito di gioielli ma non di perle; alle donne dei dottori un massimo di 3 gioielli, 4 anelli e 4 verghette; alle donne degli artigiani delle arti medie è consentita una filza di corallo, due anelli e 4 verghette, mentre per le arti minori solo 2 anelli e 2 verghette.
Se denuncio ci guadagno… L’artigiano compiacente rischia di chiudere bottega
Gli artigiani sono tenuti a collaborare con le autorità cittadine non solo rifiutandosi di confezionare abiti inappropriati alla condizione del cliente ma anche, come previsto nel 1575, comunicando alle autorità gli abiti che si accingono a tagliare. Pena la multa di 25 scudi e ‘tre tratti di corda’. Le punizioni fisiche degli artigiani sono pubbliche, spesso eseguite in piazza nel giorno del mercato.
Moralisti e legislatori vogliono imporre una misura ma soprattutto l’ordine sociale, il rispetto della gerarchia, il mantenimeto delle necessarie ‘distanze tra ineguali’, l’accettazione della subordinazione da parte di quanti assistono allo spettacolo dei potenti di turno che si drappeggiano di sete e ori o si cibano di squisiti volatili.
Chi denuncia ci guadagna: a Bologna si stabilisce già dal 1250 che metà multa vada a chi denuncia e metà al comune. Si incoraggiano i cittadini ad ‘aiutare il legislatore’. I garzoni di bottega sono sollecitati a denunciare il proprio maestro: a coloro che lo fanno viene assicurato nel 1576, sempre a Bologna, un terzo della multa e il diritto di percepire il salario senza diminuzione. Ma, a seguito delle multe, c’è il rischio che la bottega chiuda.
Le limitazioni a tavola: quanto e cosa si può servire per evitare il banchetto ‘superbo’
A partire dal XV secolo in molte aree d’Italia i legislatori cominciano a interessarsi della qualità dei cibi serviti nei banchetti: concedono, dosano e proibiscono, stabilendo un numero massimo di invitati e vivande.
A Bologna nel 1401 si stabilisce che ‘non si deve eccedere il numero di 2 pernici o di un fagiano per ciascun tagliere condiviso da due convitati’. Una legge veneziana del 1473 proibisce fagiani, pavoni e pernici, un numero di portate superiore a 3 e l’uso di indorare le vivande.
Lo ‘Statuto del donnaio’ del 1343 dispone che a Siena nei banchetti nuziali si offrano al massimo 3 portate o vivande. Se la prima portata è destinata ai lessi, sul vassoio si può mettere un unico tipo di carne: vitella o cappone, castrato o capretto. Ogni vivanda non può superare il peso di 6 libbre. La seconda portata può contenere due tipi di carni arrosto, non di più. Cappone, oca o anatra arrosto da soli comportano una portata. Il marzapane può costituire da solo la terza portata. Confetti e canditi possono essere offerti solo a inizio e fine pasto. Multa di 25 lire per chi non rispetta le regole.
Banchetti troppo sontuosi eccedono il ‘costumato vivere’ e ‘offendono Dio’, recando danno alle famiglie per le ingenti e superflue spese.
Niente pasticci né bianco mangiare (piatto a base di mandorle, pane, zucchero) in base alla Provvisione di Bologna del 1545 voluta per ‘moderare le eccessive spese, così del vivere, come del vestire, et altre pompe che si fanno nella città et contado’. Multa per i contrafacienti di 50 scudi, 25 per i cuochi. Se questi non possono pagare 3 tratti di corda da somministrare pubblicamente in piazza.
A Modena nel 1549 vengono proibite Le ostriche, il pesce ‘et il mangiar di pasta’, mentre nel 1563 si proibisce di mescolare portate di carne e di pesce.
Fonte: Le regole del lusso, Maria Giuseppina Muzzarelli. Il Mulino edizioni
Il testo originale e la galleria fotografica su: cristinaluciano.it
