San Valentino nell’epoca vittoriana non era solo rose e cioccolatini: era il momento di stipulare una polizza contro il rischio che la fidanzata cambiasse idea. Benvenuti nell’era in cui anche i sentimenti avevano una quotazione attuariale.
Immaginate la scena: Londra, 1880. Un giovane gentiluomo di buona famiglia si presenta nello studio di un broker assicurativo. Non vuole coprire la casa, né il negozio, né tanto meno la propria vita. Vuole assicurarsi contro qualcosa di infinitamente più pericoloso: la possibilità che Miss Charlotte, promessa sposa da sei mesi, possa ripensarci e lasciarlo all’altare.
Il broker non batte ciglio. Estrae un modulo prestampato, chiede dettagli sulla reputazione della signorina, sulla durata del fidanzamento, sulla differenza di censo tra le famiglie. Quindi calcola il premio. Benvenuti nell’epoca d’oro delle “breach of promise insurance”, quando Lloyd’s di Londra quotava il cuore umano come qualsiasi altro rischio commerciale.
Quando rompere il fidanzamento costava una fortuna
L’Inghilterra vittoriana aveva un problema legale piuttosto concreto: la promessa di matrimonio era vincolante. Se uno dei due promessi sposi si ritirava, l’altro poteva citarlo in giudizio per “breach of promise of marriage” e ottenere risarcimenti sostanziosi. Non parliamo di cifre simboliche: nel 1891, un certo Mr. Hobbs dovette pagare £15.000 (equivalenti a oltre £2 milioni di oggi) dopo aver rotto il fidanzamento con Miss Annie Warwick.
Il mercato assicurativo, che non si lascia mai sfuggire un’opportunità, colse al volo il potenziale. Se un uomo poteva assicurare il carico di una nave mercantile contro i pirati, perché non assicurarsi contro il rischio che la fidanzata cambiasse idea? O viceversa, che lui stesso decidesse di ritirarsi pagando il minimo indispensabile?
Le polizze coprivano specificamente il rischio di dover pagare danni per rottura della promessa. Funzionavano esattamente come un’assicurazione di responsabilità civile: se Miss Emily decideva che Mr. William non era poi così affascinante e lo piantava tre giorni prima delle nozze, William poteva fare causa. Emily, se previdente, aveva già stipulato una polizza che copriva esattamente questo scenario.
La matematica attuariale dell’amore
Ma come si quantifica il rischio sentimentale? Gli attuari vittoriani affrontarono la sfida con il loro consueto pragmatismo britannico. Svilupparono tabelle di probabilità basate su parametri oggettivi che avrebbero fatto rabbrividire qualsiasi romantico:
Durata del fidanzamento: paradossalmente, più lungo era il periodo di fidanzamento, più alto il premio. La logica era semplice: se dopo tre anni non vi siete ancora sposati, qualcosa non va. Un fidanzamento superiore ai 18 mesi veniva considerato “ad alto rischio di ripensamento”.
Differenza di classe sociale: un fidanzamento tra un visconte e la figlia di un mercante tessile? Premio maggiorato del 40%. La statistica mostrava che maggiore era il gap sociale, più alta la probabilità che la famiglia nobile convincesse il figlio a ritirarsi.
Età della sposa: le donne sotto i 20 anni o sopra i 28 pagavano di più. Le prime perché “volubili e immature”, le seconde perché “disperate e quindi imprevedibili”. L’età ideale per l’assicuratore? Tra 22 e 25 anni: abbastanza mature, abbastanza giovani.
Precedenti rotture: avevate già rotto un fidanzamento in passato? Il premio raddoppiava. Esattamente come oggi con l’assicurazione auto: ogni sinistro pregresso aumenta il rischio.
| Polizza vittoriana (1850-1920) | Wedding insurance moderna |
|---|---|
| Copre: rottura promessa matrimoniale | Copre: annullamento per forza maggiore |
| Premio: £50-500 (£6k-60k oggi) | Premio: $150-600 |
| Rischio: cambio d’idea umano | Rischio: eventi esterni imprevisti |
| Variabili: età, classe, durata fidanzamento | Variabili: costo evento, stagione, location |
| Esito: abolita per moral hazard (1970) | Mercato: $200M/anno solo USA |
Il business delle promesse infrante
Lloyd’s di Londra, il mercato assicurativo più sofisticato del mondo, trattava queste polizze con la stessa serietà riservata alle navi che attraversavano Capo Horn. Esistevano broker specializzati esclusivamente in “matrimonial risk insurance”. Alcuni sottoscrittori svilupparono expertise specifiche: c’era chi si concentrava solo su fidanzamenti aristocratici, chi su quelli della middle class emergente.
Il volume d’affari era tutt’altro che trascurabile. Tra il 1850 e il 1920, si stima che Lloyd’s abbia emesso oltre 50.000 polizze di questo tipo, con premi medi che oscillavano tra £50 e £500 (da £6.000 a £60.000 di oggi). Considerando che un impiegato di medio livello guadagnava £100 all’anno, non erano cifre da poco.
Ma come ogni mercato assicurativo, anche questo attirò i truffatori. Il caso più celebre esplose nel 1897 e coinvolse una certa Lady Caroline Ashford e Lord Edmund Pemberton. La storia era perfetta: fidanzamento annunciato con grande clamore, polizza stipulata da entrambe le parti, rottura drammatica tre settimane prima delle nozze, richieste di risarcimento incrociate.
Peccato che l’investigazione rivelasse che i due non si erano mai realmente frequentati. Avevano orchestrato l’intero fidanzamento per intascare i risarcimenti assicurativi. Il piano era geniale: ciascuno aveva stipulato una polizza che copriva il rischio di essere lasciato, poi si erano lasciati a vicenda. Il tribunale non la prese bene. Entrambi finirono in prigione, e il caso Pemberton-Ashford divenne il paradigma di ciò che gli assicuratori vittoriani chiamavano “matrimonial moral hazard”.
Clausole che vi faranno dubitare dell’umanità
Leggere le clausole di queste polizze oggi è un’esperienza surreale. Alcune perle autentiche:
Esclusione per “infedeltà prematrimoniale”: se la rottura era causata dalla scoperta di un tradimento della sposa, la polizza non pagava. Logica dell’assicuratore: “È colpa vostra, signora, avete infranto un dovere fiduciario anche se non eravate ancora sposata”.
Clausola di “incompatibilità temperamentale”: coperta solo se diagnosticata da un medico. Sì, avete letto bene. Serviva un certificato medico che attestasse che voi e il vostro fidanzato eravate psicologicamente incompatibili. I medici vittoriani fecero fortune scrivendo queste certificazioni.
Esclusione per “cambiamento di status economico”: se il fidanzato perdeva la fortuna di famiglia e la fidanzata lo lasciava per questo, la polizza non copriva il risarcimento. Veniva considerato “rischio prevedibile e prevenibile” da parte dell’uomo.
Penale per matrimonio troppo rapido: alcune polizze includevano una clausola che obbligava a restituire il premio se il matrimonio avveniva prima di un anno dalla stipula. Il ragionamento? “Se vi sposate così in fretta, evidentemente non avevate realmente bisogno della protezione assicurativa”.
Dal passato al presente: l’evoluzione del rischio matrimoniale
La “breach of promise” come causa civile fu abolita in Inghilterra nel 1970, ponendo fine all’era delle polizze matrimoniali. Ma l’idea di assicurare il rischio relazionale non è mai veramente scomparsa: si è solo evoluta.
Negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2010, alcune compagnie tentarono di lanciare “divorce insurance”: polizze che pagavano un capitale in caso di divorzio. Il premio aumentava con gli anni di matrimonio (più lunga la durata, più alto il rischio di separazione, secondo le statistiche). Il prodotto fu vietato nella maggior parte degli stati per “moral hazard”: troppo facile divorziare apposta per incassare.
Ma esiste un mercato fiorente di “wedding insurance”: polizze che coprono l’annullamento del matrimonio per cause di forza maggiore. Tempesta il giorno delle nozze? Location che fallisce? Fotografo che si rompe una gamba? Tutto coperto. Il mercato vale oltre $200 milioni all’anno solo negli USA. Non copre però il ripensamento: se cambiate idea, i £30.000 spesi per il ricevimento sono persi.
E poi ci sono i prenuptial agreement, i contratti prematrimoniali: l’evoluzione giuridica delle vecchie polizze vittoriane. Non sono assicurazioni in senso tecnico, ma funzionano allo stesso modo: quantificano in anticipo quanto costerà la rottura del legame, riducendo l’incertezza. Negli Stati Uniti li firma ormai il 15% delle coppie che si sposano.
La lezione nascosta: quando il rischio non dovrebbe essere assicurabile
Ma c’è una questione più profonda che le polizze matrimoniali vittoriane ci pongono: esistono rischi che non dovrebbero essere assicurabili?
L’assicurazione funziona quando protegge da eventi genuinamente casuali e indipendenti dalla volontà. Un incendio. Un terremoto. Un incidente. Ma quando assicuri la promessa d’amore, stai assicurando qualcosa che dipende interamente dalla volontà delle parti. E qui nasce il paradosso del moral hazard: l’esistenza stessa della polizza può influenzare il comportamento assicurato.
Se so che rompere il fidanzamento non mi costerà nulla perché c’è una polizza che copre, divento più propenso a farlo. L’assicurazione, nata per ridurre il rischio, finisce per aumentarlo. È lo stesso motivo per cui non si possono assicurare le scommesse: trasformeresti l’azzardo morale in un sistema.
Gli economisti comportamentali moderni la chiamano “monetizzazione della fiducia”: quando metti un prezzo su qualcosa che dovrebbe essere basato sulla reciproca affidabilità, distruggi il meccanismo stesso che rendeva quella cosa preziosa. È impossibile avere contemporaneamente un contratto d’amore basato sulla fiducia E una polizza che copre il tradimento di quella fiducia.
I vittoriani, con tutto il loro pragmatismo assicurativo, finirono per capirlo. Non furono le leggi a uccidere le polizze matrimoniali: fu il mercato stesso. Negli anni ’20 del Novecento, la maggior parte degli assicuratori aveva smesso di offrirle. Troppi sinistri, troppe frodi, troppo moral hazard. Alcuni rischi, semplicemente, non possono essere calcolati.
L’ironia finale
C’è qualcosa di deliziosamente vittoriano nell’idea di applicare tabelle attuariali ai sentimenti. Un’epoca che leggeva poesie d’amore e stipulava polizze contro lo stesso amore. Che considerava il matrimonio insieme il sacramento più sacro E un contratto commerciale assicurabile.
Oggi sorridiamo di quella contraddizione. Ma poi apriamo Tinder, dove un algoritmo calcola la compatibilità con un punteggio numerico. Firmiamo prenuptial con clausole di uscita dettagliate al millesimo di percentuale. Stipuliamo polizze che coprono tutto, dal viaggio di nozze al vestito della sposa.
Forse i vittoriani non erano così diversi da noi. Avevano solo l’onestà di chiamare le cose col loro nome: se devi assicurarti contro l’amore, forse il problema non è la polizza. È ciò che stai assicurando.
La prossima volta che qualcuno vi augura “Buon San Valentino”, ricordatevi che c’è stato un tempo in cui la risposta appropriata non era “grazie”, ma “ho già rinnovato la polizza”.
Cosa erano le assicurazioni matrimoniali vittoriane?
Le “breach of promise insurance” erano polizze stipulate nell’Inghilterra vittoriana (1850-1920) che coprivano il rischio finanziario legato alla rottura di una promessa di matrimonio. Poiché la legge britannica considerava il fidanzamento vincolante, chi rompeva la promessa poteva essere citato in giudizio e condannato a risarcimenti fino a £15.000 (oltre £2 milioni attuali). Le polizze coprivano questi costi legali e risarcimenti.
Come veniva calcolato il premio assicurativo per il matrimonio?
Gli attuari vittoriani usavano tabelle che consideravano: durata del fidanzamento (più lungo = premio maggiore), differenza di classe sociale (+40% per gap significativi), età della sposa (fascia ottimale 22-25 anni), precedenti rotture (premio raddoppiato). I premi oscillavano tra £50 e £500, cifre significative considerando che un impiegato medio guadagnava £100 all’anno.
Perché le polizze matrimoniali furono abolite?
Il mercato crollò negli anni ’20 del Novecento a causa dell’eccessivo moral hazard: l’esistenza stessa della polizza incentivava comportamenti opportunistici. Il caso Pemberton-Ashford del 1897 rivelò truffe elaborate (finti fidanzamenti per incassare risarcimenti). Nel 1970 l’Inghilterra abolì definitivamente la “breach of promise” come causa civile, eliminando la base giuridica per queste assicurazioni.
Esistono ancora assicurazioni legate al matrimonio?
Sì, ma in forma diversa. La “wedding insurance” moderna (mercato da $200M/anno negli USA) copre solo eventi esterni: annullamento per maltempo, fallimento della location, malattia del fotografo. Non copre il ripensamento. Le “divorce insurance” lanciate negli USA nel 2000-2010 furono vietate per moral hazard. Restano legali i prenuptial agreement, contratti che quantificano preventivamente i costi di una separazione.
