Governare l’incertezza: il cambiamento culturale che sta rivoluzionando la gestione del rischio

La cultura del rischio d’impresa cambia il modo di gestire l’incertezza: dal danno subito alla prevenzione strategica, con il ruolo chiave delle assicurazioni.
cultura del rischio d’impresa manager estrae un blocco da torre instabile durante analisi strategica del rischio

Il cambiamento culturale nella gestione del rischio d’impresa: come sta diventando una funzione strategica. Atterraggio sul settore assicurativo

No pain no gain’, ‘no guts no glory’, ‘no risk no fun’: tre espressioni di incoraggiamento e stimolo che associano un’assenza a uno svantaggio.

Nel caso del rischio, quando non c’è, evidenzia l’aforisma, manca il divertimento; per dirla in modo semplice. Insomma, un mondo senza rischi è un mondo prevedibile, quasi noioso, con poche opportunità.

Agli esseri viventi, umani inclusi, il rischio fa produrre endorfine e quindi piacere. Ma il rischio può ed è prima di tutto fonte di danni potenziali. In particolare, quando non conosciuto, compreso e gestito.

Cerchiamo di circoscrivere il concetto di rischio

In primo luogo, Il rischio, la sua percezione e identificazione nonché la gestione sono fattori costanti e ricorrenti nella vita di qualunque soggetto, persona, impresa o società. Sia che ne siamo coscienti sia che subiamo passivamente la quotidianità.

Che siamo soggetti ai rischi di caduta quando andiamo in bicicletta dovrebbe essere noto a tutti. Se e quando cadiamo, oltre a provare a rialzarci subito, è almeno consolatorio poterci rassicurare con la certezza che le spese che dobbiamo sostenere per rimetterci saranno sostenute da qualcuno. Il rischio è stato, possiamo affermare, gestito.

Come seconda considerazione, osserviamo che i rischi possono essere più o meno frequenti e la portata del loro impatto può essere più o meno grave.

Il rischio di smarrire una moneta da qualche cent è frequente, ma l’impatto economico è limitato. Possiamo non preoccuparci. Il rischio di distruzione da incendio della nostra abitazione ha minor probabilità di accadere. L’effetto è molto più elevato, a volte devastante.

E in terzo luogo, molto spesso, è però solo quando il rischio si trasforma in danno concreto che se ne percepisce la potenzialità, ormai divenuta reale, e si corre ai ripari per rimediare. Eppoi, spesso fin con stupore, si contano i danni e li si ristorano. O ancora, si pensa a cosa si sarebbe potuto fare. Aspetto quest’ultimo da non trascurare, perché evidenzia, se ce ne fosse bisogno, come l’errore indirizza sempre al miglioramento.

La rottura del televisore per la sovratensione di un fulmine ci costa una riparazione o la sua sostituzione. Dovevamo staccare la spina in occasione del temporale o assicurarci. Oppure, semplicemente prevedere che in caso di temporale avremmo potuto avere un danno con necessità di riparazione o sostituzione conseguente.

I tre concetti sviluppati delineano la formazione di una cultura del rischio. Che avviene attraverso 3 fasi chiave:

  1. La Consapevolezza: Risk awareness
  2. La Gestione: Risk management
  3. L’ Esternalizzazione o la Ritenzione: Insurance management

Se vogliamo rivolgerci alla realtà imprenditoriale non è difficile riconoscere come il rischio sia alla base dell’iniziativa, quindi dell’impresa. Chi intraprende combina capitale e lavoro assumendosi il rischio di perdita economica o di non sufficientemente remunerazione dei fattori produttivi chiave.

Ma insieme al rischio puro, l’impresa affronta molti altri rischi che devono essere prima di tutto identificati, generando così la risk awareness, la consapevolezza del rischio.

Valutare ed elencare i rischi utilizzando modelli diffusi o sviluppando una propria analisi è un esercizio fondamentale per il management che sviluppa in questo modo una cultura del rischio.

L’elencazione dei rischi deve portare a una loro quantificazione, almeno su scale che ne colgano la loro potenzialità di manifestazione in termini di probabilità o frequenza e in termini di magnitudo o impatto economico.

Il rischio identificato, dove rilevante per la continuità dell’attività, e non eliminabile, deve quindi essere gestito.

Le vie di gestione del rischio sono:

  • l’autoassicurazione: ho identificato il rischio, lo ritengo probabile ma di impatto contenuto rispetto il mio patrimonio. Quindi decido di correrlo in proprio
  • il trasferimento: il sistema economico ha sviluppato l’industria assicurativa che, fondata sulla legge dei grandi numeri, raccoglie rischi omogeni e incassa un prezzo per il loro trasferimento. All’accadere del danno il soggetto colpito percepisce un ristoro mentre la Compagnia, se ha previsto correttamente i danni, percepisce un utile gestionale.
  • il finanziamento: un trasferimento del rischio o una sua ritenzione attraverso l’accumulo di risorse tali che nel caso del danno l’impatto sia totalmente neutralizzato

È proprio nell’ambito dell’industria assicurativa che si innesta il ruolo fondamentale, strategico, dell’intermediario capace di far convergere domanda, ovvero la cessione del rischio, e offerta, la polizza, massimizzando i benefici per il singolo e per il sistema. Per metafora, un medico che interviene in prevenzione per rimuovere dal paziente (cliente) tutte le potenziali sorgenti di malattie (rischi) che individuate e isolate, quando emergono, sono normalizzate e curate.

Proteggere il patrimonio non è una scelta ma un dovere di qualunque soggetto responsabile: Stato, enti, famiglie, professionisti e imprese.

La via più semplice è avere ben presente il proprio bilancio, formale o informale, e valutare quanto a rischio sia ogni sua posta. Quindi attivare una delle 3 vie di gestione affidandosi a capaci intermediari dotati di competenza, offerta, organizzazione.

Conoscere e gestire il rischio é necessario

É emozionante pensare che ‘no risk no fun’, ma all’opposto vivere ‘on the edge’, sull’orlo, in modo sistematico, e a volte incosciente, non genera vantaggi e espone a potenziali danni e perdite che un mondo dalle risorse limitate non può e non deve permettersi.

Nicola Mancino
Business Developer di Asfalia Prime Broker

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