A proposito di automazione del lavoro… il 16 ottobre 2025 Nestlé ha annunciato il taglio di 16.000 posti nel mondo, circa il sei per cento della forza lavoro. Dodicimila riguarderanno gli uffici, quattromila le linee produttive e la logistica. La scelta, voluta dal nuovo amministratore delegato Philipp Navratil, è stata presentata come il passo necessario per adattarsi a un mercato che cambia più in fretta delle organizzazioni. L’obiettivo dichiarato: risparmi annuali per 1 miliardo di franchi entro il 2027, all’interno di un piano più ampio da 3 miliardi. Nel trimestre, peraltro, la crescita organica è stata del 4,3% e il real internal growth è tornato positivo all’1,5%. I numeri, insomma, sembrano allinearsi a un racconto di efficienza, ma la portata simbolica supera il perimetro di un singolo bilancio. (Reuters)
L’onda lunga oltre i conti
Non è un caso isolato. È il sintomo più visibile di una trasformazione strutturale in cui automazione e intelligenza artificiale stanno riconfigurando il rapporto fra capitale e lavoro. Le stime globali indicano che, a fronte di 85 milioni di posti che potrebbero essere sostituiti entro il 2025, ne nasceranno 97 milioni di nuovi: una partita apparentemente in pari che, però, non si gioca negli stessi luoghi né con le stesse competenze. È questo lo scarto che alimenta ansie e discontinuità. (World Economic Forum, “Future of Jobs”)
Il paradosso delle competenze
Il mercato crea ruoli nuovi, ma li vuole già maturi: data scientist, ingegneri del machine learning, architetti di piattaforma, product owner dell’AI. La sostituzione pesa soprattutto sui lavori ripetitivi o codificabili, mentre la domanda si sposta verso profili ad alta qualificazione. È il paradosso: si perde occupazione dove le competenze sono diffuse e si crea dove le competenze sono scarse. Negli Stati Uniti, entro il 2030 attività che sommano circa il 30% delle ore lavorate potrebbero essere automatizzate; in Europa l’intensità varia per Paese, ma la traiettoria è simile. (McKinsey)
Efficienza contro coesione
L’aritmetica dei risparmi è lineare: costi una tantum di ristrutturazione, flussi ricorrenti di efficienza, miglioramento dei margini. Ma l’economia reale non è un foglio excel. Ogni punto di produttività guadagnato ha un costo sociale se non è accompagnato da strumenti di transizione: formazione, ricollocazione, sostegno psicologico e professionale. Senza questi argini, la promessa dell’automazione — più valore con meno lavoro — ischia di tradursi in una riduzione del potere d’acquisto, in una base fiscale più stretta e in nuove disuguaglianze territoriali.
Una società a tre velocità
La sociologia del lavoro restituisce un’immagine netta. In alto, l’élite tecnologica che progetta e orchestra i sistemi; al centro, i lavoratori complementari, chiamati a supervisione e interpretazione; in basso, gli esclusi, la cui esperienza non trova più un mercato. È qui che si apre la frattura generazionale: i più giovani, che dovrebbero essere gli “early adopters”, temono di più l’obsolescenza perché vedono sfumare i canali tradizionali d’ingresso e perché i cicli formativi non tengono il passo dell’innovazione.
La politica davanti allo specchio
Regolare senza frenare, proteggere senza irrigidire, finanziare senza compromettere la sostenibilità dei conti: è il triplice vincolo dei governi. L’Unione europea ha messo al centro del programma di lavoro 2025 la semplificazione e il sostegno alle Pmi, con l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi almeno del 25%—e del 35% per le Pmi—per liberare risorse e accelerare la transizione. È una condizione abilitante, non una soluzione in sé: senza capitale umano aggiornato e strumenti di mobilità professionale, la semplificazione resta carta. (Commissione europea)
Automazione del lavoro: un’agenda per l’Italia
Nel Paese delle filiere corte e delle imprese familiari, la sfida è duplice: investire dove l’automazione può dare scala e qualità, e difendere la manifattura di valore con competenze nuove. Serve un piano nazionale per l’automazione inclusiva: mappare i settori a rischio, finanziare percorsi di riconversione, collegare incentivi e formazione, certificare competenze in modo portabile. Le università devono diventare partner permanenti delle imprese nella progettazione dei curricula; le regioni, piattaforme di servizi per il lavoro che funzionino da ponti, non da sportelli. La governance dell’AI — trasparenza degli algoritmi, valutazioni d’impatto sull’occupazione, standard comuni — non è un orpello etico: è la condizione per mantenere fiducia e legittimità.
Il caso Nestlé è un campanello d’allarme ma anche un’occasione. Dimostra che la tecnologia può comprimere i costi e allo stesso tempo chiedere più qualità. La direzione di marcia non è predeterminata: possiamo scegliere se innestare l’automazione in un patto sociale aggiornato, capace di redistribuire opportunità, oppure lasciare che ogni ristrutturazione diventi l’anticamera di una frattura. La differenza la faranno le istituzioni che imparano a misurare ciò che conta e le imprese che accettano di farsi carico, insieme al pubblico, del costo della transizione.
