Il prezzo della bellezza

Un’analisi estetico-filosofica delle bolle speculative: dalla tulipanomania olandese del 1637 al cripto-surrealismo contemporaneo. Ogni bolla è un’opera collettiva in cui il desiderio prende forma economica e l’umanità dipinge capolavori inconsapevoli usando i prezzi come pennello.
Tulipani rossi e bianchi circondati da bolle luminose con simboli digitali, metafora delle bolle speculative tra arte e finanza.

Bolle speculative: dalle aste di tulipani alle blockchain, una storia estetica del desiderio speculativo

Amsterdam, febbraio 1637. In una taverna fumosa, un gruppo di mercanti si accalca attorno a un tavolo. Non si gioca a carte, non si contratta legname o spezie. Si vendono promesse dipinte a strisce: bulbi di tulipano che non fioriranno mai, perché cambieranno padrone altre dieci volte prima della primavera. Un Semper Augustus – petali bianchi screziati di rosso carminio, come sangue su neve – vale quanto una casa sul canale. Qualcuno ride nervoso. Qualcun altro suda. Tutti comprano.

Quella sera, senza saperlo, stavano creando arte.

Non nel senso convenzionale, certo. Nessuno dei presenti si considerava un artista. Eppure, ciò che stava accadendo in quelle taverne, nelle piazze di Haarlem e nei salotti di Amsterdam, era una performance collettiva di straordinaria potenza estetica: la prima grande bolla speculativa dell’era moderna. Un’opera d’arte totale in cui il medium non era tela o marmo, ma puro desiderio trasformato in numero. Il capolavoro? Il prezzo stesso.


L’estetica dell’impossibile

Le bolle speculative, se osservate con occhio distaccato, rivelano una struttura narrativa sorprendentemente coerente. Come nelle tragedie greche, c’è sempre un primo atto di seduzione – un oggetto che diventa simbolo, che trascende la sua utilità materiale per incarnare qualcos’altro. I tulipani non erano più fiori: erano status, erano bellezza distillata, erano il futuro stesso fatto petalo.

C’è poi l’atto secondo: l’ascesa vertiginosa, in cui la narrazione collettiva si autoalimenta. Ogni nuovo acquirente conferma la validità di chi ha comprato prima. I prezzi salgono non perché qualcuno stia usando i tulipani, ma perché tutti stanno dipingendo insieme un affresco di valore condiviso. È un’opera relazionale, direbbero i critici d’arte contemporanea. Un happening che coinvolge intere società.

E infine, il terzo atto: il crollo. Non un errore di calcolo, ma il completamento necessario dell’opera. Senza la caduta, la bolla non sarebbe completa. È il memento mori incorporato nella struttura stessa della performance.


I colori della follia razionale

Dopo i tulipani, l’umanità ha continuato a dipingere con i prezzi. Nel 1720, la South Sea Company britannica e il sistema di John Law in Francia crearono bolle speculativamente gemelle, barocche nella loro complessità. Qui l’estetica si fece più sofisticata: non più fiori, ma numeri stampati su carta – azioni, obbligazioni, promesse di ricchezze provenienti dai “Mari del Sud”.

La bellezza stava nella pura astrazione. Isaac Newton, che perse una fortuna nella bolla della South Sea, avrebbe poi commentato: “Posso calcolare il movimento dei corpi celesti, ma non la follia degli uomini”. Non aveva capito che quella follia era il movimento. L’opera si stava dipingendo da sola, e lui ne era pennello inconsapevole.

Il Novecento ha perfezionato la tecnica. Il 1929, il 2000 con la dot-com, il 2008 con i mutui subprime: ogni bolla ha sviluppato un proprio linguaggio estetico. Le dot-com avevano l’estetica del futuro digitale – siti web con grafiche Flash psichedeliche, business plan scritti come manifesti visionari. Non importava se nessuna azienda faceva profitti; importava la narrazione, il sogno collettivo di un mondo nuovo.

I derivati finanziari del 2008, invece, avevano l’estetica del sublime matematico: formule così complesse da risultare incomprensibili persino ai loro creatori. CDO, CDS, tranches – un linguaggio arcano che serviva non a descrivere la realtà, ma a crearla. Erano incantesimi che trasformavano mutui tossici in prodotti AAA. Alchimia finanziaria.


Cripto-surrealismo: l’arte del nostro tempo

E poi è arrivato il nostro capolavoro collettivo: le criptovalute e gli NFT. Se dovessimo periodizzare le bolle come movimenti artistici – tulipani barocchi, ferrovie romantiche, dot-com futuriste – il mondo crypto è inequivocabilmente surrealista.

Considerate Bitcoin: una moneta senza Stato, generata da equazioni matematiche, custodita in “portafogli” immateriali, il cui valore è sostenuto esclusivamente dalla fede collettiva. È Magritte che scrive: “Ceci n’est pas une pipe“. Questo non è denaro – è l’idea di denaro portata alla sua conseguenza più radicale.

Ma sono gli NFT ad aver svelato completamente il meccanismo. Qui la sovrapposizione tra arte e speculazione è diventata totale, l’ouroboros ha mangiato la propria coda. Un JPEG di una scimmia annoiata venduto per milioni: non è una truffa, è arte concettuale di altissimo livello. È Duchamp che firma un orinatoio e lo chiama fontana, elevato all’ennesima potenza.

Gli NFT hanno dimostrato che l’oggetto non conta. Conta solo la narrazione, il consenso collettivo sul fatto che questo pixel valga più di quel pixel. È arte che riconosce finalmente se stessa come pura convenzione sociale. Ed è, inevitabilmente, una bolla – perché la bolla è l’opera.


La galleria infinita

Cosa ci dice tutto questo? Che siamo irrazionali? Che non impariamo mai? Forse. Ma c’è un’interpretazione più generosa, più umana.

Le bolle speculative sono la nostra arte involontaria, la prova che l’Homo sapiens è innanzitutto Homo aestheticus. Non possiamo fare a meno di creare bellezza, di tessere narrazioni, di trasformare il mondo materiale in simbolo. Quando non lo facciamo con colori su tela, lo facciamo con cifre su uno schermo.

Ogni bolla è un momento in cui una società esprime collettivamente i suoi desideri più profondi. I tulipani olandesi: il desiderio di ordine e bellezza in un mondo uscito dalle guerre di religione. Le ferrovie vittoriane: la fede nel progresso illimitato. Le dot-com: il sogno di un’utopia digitale. Le crypto: la fantasia di sovranità individuale assoluta, di emancipazione dai poteri costituiti.

Non sono illusioni vuote. Sono autoritratti collettivi, affreschi che una civiltà dipinge per mostrarsi a se stessa cosa desidera, cosa spera, cosa teme. Che poi crollino, che lascino rovine finanziarie, fa parte dell’opera. Anche le cattedrali gotiche dovevano crollare perché il barocco potesse nascere.


L’asta infinita

In questo preciso momento, da qualche parte nel mondo, qualcuno sta comprando qualcosa a un prezzo che tra dieci anni sembrerà assurdo. Una gif animata. Una casa nel metaverso. Un token che promette di rivoluzionare qualcosa.

Sta dipingendo, senza saperlo. Sta contribuendo a un’opera collettiva che forse sarà ricordata come la Tulipomania del XXI secolo. Rideremo, tra dieci anni, come ridiamo dei nostri antenati che pagavano fortune per bulbi che non avrebbero mai piantato.

Ma nel ridere, dovremmo anche riconoscere la bellezza del gesto. Perché in quelle bolle, in quei prezzi che sfidano la ragione, c’è tutta la nostra umanità: la capacità di sognare insieme, di credere nell’impossibile, di dipingere capolavori con il mezzo più improbabile – il denaro stesso.

Le bolle scoppiano sempre. Ma l’arte che lasciano, quella resta. Anche se è solo nei libri di storia economica, anche se è solo nel ricordo tragicomico di quanto eravamo disposti a pagare per possedere, anche solo per un momento, la bellezza impossibile.

Amsterdam, 1637. Un Semper Augustus cambia mano per l’ultima volta. Domani, il mercato crollerà. Ma stanotte, in quella taverna fumosa, tutti sono artisti. E l’opera – sublime, assurda, profondamente umana – è completa.

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