Stiamo pagando l’elettricità con le regole degli anni Novanta

Il costo dell’energia elettrica in Italia dipende da un meccanismo di mercato pensato in un’altra epoca. Ecco perché le rinnovabili non abbassano le bollette.
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Nel dibattito pubblico sull’energia in Italia, la diagnosi si ferma quasi sempre alla superficie: il gas è caro, la guerra ha distorto i mercati, la transizione energetica costa. Tutto vero. Ma nessuna di queste spiegazioni tocca il meccanismo strutturale che trasforma queste pressioni esterne in prezzi sistematicamente più alti rispetto ad altri sistemi europei comparabili. Quel meccanismo ha un nome tecnico e poco evocativo: PUN, il Prezzo Unico Nazionale.

La logica marginalista: un meccanismo progettato per un altro sistema

Il mercato elettrico europeo funziona secondo il principio del prezzo marginale. I produttori presentano offerte ordinate per costo crescente — rinnovabili e idroelettrico prima, gas e olio combustibile per ultimi. Il mercato accetta le offerte nell’ordine fino a coprire la domanda. L’ultima fonte ammessa — la cosiddetta fonte marginale — determina il prezzo di tutta l’energia scambiata in quell’ora.

Il meccanismo non è arbitrario. Nasce da una logica di efficienza allocativa consolidata: in un sistema con costi marginali crescenti, il prezzo unico uguale al costo dell’ultimo produttore garantisce che tutti i produttori più efficienti partecipino al mercato senza sottoprezzi e senza rendite amministrate. Era un sistema razionale — in un contesto in cui le fonti a basso costo marginale (rinnovabili) erano marginali, il gas era stabile e relativamente economico, e le reti erano dimensionate per gestire flussi prevedibili.

Quel contesto non esiste più.

La struttura del problema italiano: tre fragilità sistemiche

L’Italia manifesta tre vulnerabilità strutturali che si sommano, amplificando l’effetto del meccanismo marginalista.

Prima vulnerabilità: la dipendenza dal gas come fonte di bilanciamento. In un sistema dove la domanda varia continuamente e le fonti rinnovabili non sono dispatchabili, serve una fonte flessibile in grado di adeguarsi in tempo reale. In Italia questa funzione è svolta prevalentemente dalle centrali a gas. Il risultato è che il gas entra frequentemente come fonte marginale — anche in ore in cui la quota di rinnovabili nella produzione è elevata — e ne determina il prezzo per tutto il sistema.

Seconda vulnerabilità: l’assenza del nucleare. Francia, Finlandia, Belgio dispongono di una quota significativa di produzione nucleare a costo variabile quasi nullo. Questa produzione stabile e abbondante riduce strutturalmente la frequenza con cui il gas diventa fonte marginale. In Italia questa opzione è stata definitivamente chiusa con i referendum del 1987 e del 2011. Il sistema non ha un’ancora di basso costo che comprima il prezzo marginale nelle ore di punta.

Terza vulnerabilità: la configurazione geografica della rete. La rete elettrica italiana soffre di vincoli di trasmissione significativi, in particolare nell’asse nord-sud. Questo genera prezzi zonali differenziati: il Nord, più connesso all’Europa continentale e con domanda industriale elevata, presenta dinamiche di prezzo diverse da quelle del Sud, dove le rinnovabili sono più abbondanti ma i vincoli di rete ne limitano l’esportazione verso i mercati più profondi.

Vulnerabilità Causa strutturale Effetto sul prezzo marginale
Dipendenza dal gas Il gas è la principale fonte di bilanciamento flessibile della rete Il gas entra frequentemente come fonte marginale, anche in presenza di alta quota rinnovabile
Assenza del nucleare Uscita definitiva con i referendum del 1987 e del 2011 Manca un’ancora di produzione stabile a basso costo che comprima il prezzo nelle ore di punta
Vincoli di rete Insufficiente capacità di trasmissione sull’asse nord-sud Prezzi zonali differenziati; la media ponderata (PUN) si orienta verso le zone a costo più elevato

Il PUN come aggregazione distorsiva

Il Prezzo Unico Nazionale non è, tecnicamente, un prezzo unico. Dal gennaio 2025 è formalmente sostituito dal PUN Index GME, un indice transitorio che ne replica la logica di calcolo senza modificarne la struttura. Resta la media ponderata dei prezzi delle sette zone in cui è suddiviso il mercato italiano: Nord, Centro-Nord, Centro-Sud, Sud, Calabria, Sicilia, Sardegna. Ciascuna zona ha il proprio prezzo di equilibrio, determinato dalla produzione locale, dalla domanda e dalla capacità di interconnessione con le zone adiacenti.

La media ponderata che ne risulta produce un effetto redistributivo implicito: le zone con energia strutturalmente più economica — tipicamente quelle con elevata penetrazione di rinnovabili — contribuiscono ad alzare il prezzo nelle aree dove il gas è determinante, e viceversa pagano un prezzo superiore a quello che il loro sistema locale giustificherebbe. Il livellamento avviene verso l’alto, perché le zone con costi marginali elevati hanno peso sufficiente a trascinare la media.

Questo non è un difetto di calcolo. È la conseguenza diretta della scelta di costruire un mercato nazionale unico in presenza di reti con capacità di trasmissione insufficiente a rendere le zone effettivamente fungibili.

Il paradosso delle rinnovabili nel sistema marginalista

La crescita del fotovoltaico ed eolico in Italia ha prodotto un effetto parzialmente controintuitivo: nelle ore di alta produzione solare le rinnovabili abbassano il prezzo marginale — è il cosiddetto merit order effect — ma non lo eliminano strutturalmente. Quando la domanda residua supera la capacità rinnovabile disponibile, il gas torna fonte marginale e azzera il beneficio. Il risultato netto è che la bolletta non scende in modo stabile.

Il motivo è preciso. Le rinnovabili producono a costo marginale quasi nullo. Nel meccanismo marginalista, questo significa che entrano sempre per prime nell’ordine di merito, abbassando la soglia di domanda che resta da soddisfare. Nelle ore centrali di alta irradiazione solare, il contributo fotovoltaico è rilevante. Ma quando la domanda residua supera la capacità delle fonti rinnovabili disponibili in quell’ora, il gas torna come fonte marginale — e il prezzo di tutta l’energia, compresa quella prodotta dal sole a costo zero, viene fissato al livello del gas.

Il beneficio economico dell’energia rinnovabile si trasferisce ai produttori che possiedono quelle centrali — sotto forma di margine tra costo di produzione quasi nullo e prezzo di vendita al livello del gas — non ai consumatori finali. È un trasferimento di rendita che il meccanismo di prezzo marginalista sistematicamente genera, e che le politiche di incentivazione alle rinnovabili non hanno corretto, perché incidono sull’offerta ma non sulla regola di formazione del prezzo.

Soggetto Posizione nel meccanismo Effetto economico
Produttore rinnovabile Vende a costo marginale quasi nullo al prezzo fissato dal gas Rendita infra-marginale elevata: margine tra costo reale e prezzo di mercato
Centrale a gas Fonte marginale; determina il prezzo per tutto il sistema Recupera i propri costi variabili; in presenza di prezzi alti del gas, margini compressi
Consumatore finale Acquirente price-taker sul mercato al dettaglio Paga il prezzo del gas anche nelle ore ad alta penetrazione rinnovabile
Stato / collettività Azionista di utilities; eroga sussidi e bonus energetici Interessi ambivalenti: partecipa alla rendita ma deve compensare i consumatori

La riforma incompiuta: interessi, inerzie e asimmetrie

Il problema è conosciuto. La Commissione Europea ha avviato una revisione del design del mercato elettrico che ha portato al regolamento 2024/1747, con misure parziali ma non risolutive. Il dibattito si è concentrato su contratti a lungo termine (PPA e CfD) come strumento per ancorare parte della produzione a prezzi stabili, slegandola dalle oscillazioni del mercato spot.

Perché la riforma è lenta? La risposta sta nella distribuzione degli interessi.

Gli operatori che detengono capacità a basso costo marginale — rinnovabili, idroelettrico, in alcuni paesi nucleare — beneficiano del sistema attuale. Il prezzo marginale elevato genera per loro rendite infra-marginali: vendono a un prezzo molto superiore al loro costo di produzione. Una riforma che decouples il prezzo dell’elettricità dal prezzo del gas taglirebbe direttamente questi margini. Chi li detiene — spesso grandi utilities nazionali con capacità di lobbying consolidata — ha incentivi strutturali a rallentare il cambiamento.

Gli Stati, d’altro canto, hanno interessi ambivalenti: vogliono abbassare il costo dell’energia per consumatori e industria, ma sono anche azionisti di quelle stesse utilities. Il compromesso che ne emerge è una riforma incrementale, che corregge le punte senza toccare la struttura.

Implicazioni di medio periodo

La questione non è soltanto di equità distributiva. Ha implicazioni competitive per il sistema industriale italiano.

L’energia è un input diretto nei processi produttivi energivori — chimica, metallurgia, ceramica, vetro, carta, cemento. Settori in cui l’Italia ha una base manifatturiera ancora rilevante, ma operante in regime di forte competizione con produttori di paesi con costi energetici strutturalmente inferiori: in primo luogo gli Stati Uniti, che con l’Inflation Reduction Act stanno attrezzando il proprio sistema industriale con energia a basso costo, e la Cina, che mantiene prezzi dell’energia amministrati. Un differenziale persistente di costo dell’energia non è neutro rispetto alle decisioni di localizzazione degli investimenti industriali nel medio periodo.

Sul lato domestico, il costo dell’elettricità incide in modo regressivo: pesa relativamente di più sui redditi bassi, per i quali la bolletta rappresenta una quota più significativa del budget familiare. Le misure di compensazione — bonus energetici, tutele progressive — tamponano l’effetto ma non lo eliminano, perché agiscono sul lato della redistribuzione senza correggere la struttura del prezzo.

La radice del problema: regole pensate per un sistema che non esiste più

Il quadro normativo del mercato elettrico europeo è stato impostato negli anni Novanta — la direttiva 96/92/CE del 1996 ne ha posto le fondamenta — ma la sua operatività concreta in Italia è più recente: la Borsa Elettrica è diventata pienamente attiva nel 2004, con l’istituzione del Gestore dei Mercati Energetici. Un sistema costruito quando le rinnovabili erano residuali, il gas era una commodity stabile, e la generazione centralizzata su grandi impianti era il paradigma dominante.

Il sistema energetico di oggi è strutturalmente diverso: fonti a costo marginale nullo o quasi nullo coprono quote crescenti della produzione, la variabilità intermittente richiede flessibilità di sistema, le reti devono integrare generazione distribuita, e l’elettricità ha assunto una centralità strategica nell’industria e nei trasporti che negli anni Novanta non era prevedibile.

Il PUN è il risultato visibile di questa dissonanza tra architettura di mercato e realtà tecnologica. Non è una frode, non è il frutto di una scelta politica recente. È la persistenza di un meccanismo di prezzo costruito per un sistema che la transizione energetica ha reso obsoleto — e che continua a produrre effetti reali su consumatori, imprese e competitività, finché non verrà sostituito con qualcosa progettato per il sistema che esiste oggi.

Domande frequenti

Il costo dell’energia elettrica in Italia è strutturalmente più alto per tre ragioni che si sommano: la forte dipendenza dal gas naturale come fonte di bilanciamento della rete, l’assenza del nucleare — che in paesi come la Francia abbassa stabilmente il prezzo medio — e i vincoli della rete di trasmissione nazionale, che impediscono alle zone con più rinnovabili di esportare efficacemente l’energia in eccesso.
Il PUN, Prezzo Unico Nazionale, è stato per vent’anni il prezzo di riferimento dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia. Dal gennaio 2025 è formalmente sostituito dal PUN Index GME, un indice di transizione che ne replica la logica di calcolo: la struttura del problema rimane invariata. Non è un prezzo realmente unico: è la media ponderata dei prezzi delle sette zone geografiche in cui è suddiviso il mercato italiano. Su questo valore si basano — direttamente o indirettamente — la maggior parte dei contratti energetici per famiglie e imprese. Poiché le zone con energia più costosa hanno un peso sufficiente a trascinare la media verso l’alto, il PUN tende a riflettere i costi delle aree più svantaggiate del sistema.
È il paradosso centrale del sistema attuale. Nel mercato elettrico europeo il prezzo finale è determinato dall’ultima fonte attivata per coprire la domanda — quasi sempre una centrale a gas. Anche quando metà dell’energia è prodotta dal sole a costo quasi zero, se serve ancora il gas per completare l’offerta, tutta l’elettricità viene pagata al prezzo del gas. Il beneficio economico delle rinnovabili va ai produttori che le possiedono, non ai consumatori finali.
La Commissione Europea ha avviato una riforma del mercato elettrico, recepita nel regolamento 2024/1747, che introduce strumenti come i contratti a lungo termine (PPA e CfD) per ancorare parte della produzione a prezzi stabili, slegandola dalle oscillazioni del mercato spot. Si tratta però di misure parziali. Una correzione strutturale richiederebbe di ridisegnare la regola di formazione del prezzo — un intervento che tocca interessi industriali e finanziari rilevanti, il che spiega la lentezza del processo riformatore.
Sì, con effetti rilevanti sulla competitività industriale. Settori energivori come la chimica, la metallurgia, la ceramica e il vetro operano con un differenziale di costo strutturale rispetto ai concorrenti di paesi con energia più economica — in particolare gli Stati Uniti, dove l’Inflation Reduction Act ha ulteriormente abbassato i costi energetici per l’industria, e la Cina, che mantiene prezzi amministrati. Un gap persistente nel costo dell’energia incide sulle decisioni di investimento e localizzazione produttiva nel medio periodo.
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