I nuovi mestieri che le PMI stanno cercando (e che le scuole non formano)

Mestieri introvabili PMI: officina italiana con macchinari CNC e operaio specializzato anziano, simbolo del gap generazionale nelle competenze tecniche

Dalla manutenzione industriale alla logistica intelligente: mappa delle figure tecniche sempre più introvabili, e analisi delle cause del mismatch scuola–impresa

Nel secondo paese manifatturiero d’Europa per volume d’affari, è evidente un paradosso che costa caro. Molto caro: 43,9 miliardi di euro nel solo 2023, secondo l’Osservatorio Proxima di Enzima12. È il prezzo del disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle effettivamente disponibili sul mercato. Un cortocircuito che blocca assunzioni, rallenta la produzione e frena la crescita, mentre tre offerte di lavoro su quattro riguardano mestieri tecnici o pratici Skuola che però oltre il 40% dei giovani scarta a priori.

La mappa dei mestieri introvabili

Skuola.net ed ELIS hanno fotografato la situazione con una classifica delle dieci professioni più ricercate e impossibili da trovare nel 2025. Non si tratta di nicchie esotiche o specializzazioni ultra-sofisticate: sono i mestieri che tengono in piedi il tessuto produttivo italiano, dalle fabbriche ai cantieri, dalla logistica all’energia.

Al primo posto ci sono gli autisti di mezzi pubblici: nonostante i progressi della guida autonoma, conducenti di autobus, tram e metropolitane sono ormai introvabili Skuola. Seguono i manutentori ferroviari, figure essenziali per sicurezza ed efficienza delle infrastrutture, e i tecnici della fibra ottica, indispensabili per cablare case, scuole e aziende con connessioni ad alta velocità.

La transizione energetica amplifica il problema: servono tecnici fotovoltaici per progettare, installare e manutenere impianti sempre più complessi, con batterie, inverter e sistemi di accumulo. Gli elettricisti — in particolare gli impiantisti che operano su impianti di distribuzione a bassa e media tensione, civili e industriali — restano cronicamente insufficienti.

Nel settore manifatturiero italiano, secondo d’Europa, servono tecnici qualificati per linee produttive, manutenzioni meccaniche, controlli qualità. Ma il numero di candidati disponibili non tiene il passo con il ricambio generazionale e la domanda crescente. Completa il quadro la ricerca di site manager di cantiere, operai di manutenzione e produzione, oltre a figure nei servizi come front-office agent, camerieri di sala e gestori retail.

Professione Settore Difficoltà reperimento
Autista mezzi pubblici Trasporti Molto alta
Manutentore ferroviario Infrastrutture Molto alta
Tecnico fibra ottica Telecomunicazioni Alta
Tecnico fotovoltaico Energia Molto alta
Elettricista/Impiantista Edilizia/Industria Molto alta
Site manager cantiere Costruzioni Alta
Operaio manutenzione/produzione Manifatturiero Molto alta
Front-office agent Servizi/Turismo Alta
Cameriere di sala Ristorazione Alta
Gestore retail Commercio Media

I numeri di un’emergenza strutturale

Le imprese programmano 2,94 milioni di contratti nel primo semestre 2025 Ildenaro.it, secondo il report CNEL-Unioncamere sul mismatch tra domanda e offerta. I servizi rappresentano oltre il 72% delle assunzioni programmate, con turismo, ristorazione e commercio in crescita robusta. Ma qui emerge la contraddizione: i servizi innovativi come ICT e consulenza avanzata arretrano rispettivamente del 13,4% e dell’8,8% rispetto al 2024.

L’Italia è al 69° posto su 133 paesi per facilità delle imprese nel trovare le figure professionali con le competenze richieste. Un risultato che ci accomuna ad altri membri del G7 come Regno Unito, Germania, Francia e Giappone, ma con una particolarità: il disallineamento è cresciuto molto rapidamente dopo la pandemia.

Le PMI pagano il prezzo più alto. Andrea Prete, presidente di Unioncamere, sottolinea che le difficoltà di reperire figure professionali qualificate colpiscono in misura maggiore le imprese più piccole, che fanno fatica ad attirare i talenti necessari. E i numeri gli danno ragione: le piccole imprese, che rappresentano il 97,4% del sistema produttivo e il 53,8% dell’occupazione privata, hanno perso peso in termini di fatturato a vantaggio delle medie e grandi aziende.

Le competenze del futuro già necessarie oggi

Il mismatch aumenta in modo esponenziale quando le imprese richiedono competenze digitali o green: in Italia tra il 2023 e il 2027 saranno richieste competenze green a circa 2,4 milioni di lavoratori — il 65% del fabbisogno del quinquennio — e competenze digitali a poco più di due milioni di occupati — il 56% del totale.

Nel solo settore ICT, la domanda si concentra su web developer, software engineer e sviluppatori, ma anche su figure orientate al supporto tecnico e all’analisi dati come data scientist e business analyst. Le competenze richieste spaziano dalle hard skills (SQL, programmazione, Java, JavaScript, Python) alle soft skills manageriali: consulenza, troubleshooting, project management superano ciascuna i 15.000 annunci.

Perché le scuole non formano più questi mestieri

Il cortocircuito ha radici profonde. Solo il 36% degli adulti italiani tra 25 e 64 anni ha partecipato a un’attività formativa nell’ultimo anno Techbusiness, contro una media europea del 45%. La formazione continua è vista ancora come un costo, non come un investimento strategico.

Ma il problema parte prima, dalla scuola superiore. Il 41% degli studenti delle scuole superiori rifiuta categoricamente di svolgere un mestiere tecnico pratico dopo il diploma Borderline24, secondo la ricerca “Dopo il Diploma” di Skuola.net ed ELIS. Non è solo questione di stipendi o condizioni, ma anche e soprattutto di orientamento e percezione sociale: molti giovani si allontanano da lavori che ritengono faticosi, poco “glamour” o privi di futuro.

La svalutazione culturale dei mestieri tecnici ha prodotto un’intera generazione orientata verso licei e università, mentre gli istituti tecnici e professionali hanno progressivamente perso appeal. Il risultato è una filiera formativa scollegata dai bisogni reali dell’economia.

La risposta degli ITS Academy: numeri record ma non basta

Gli ITS Academy rappresentano oggi l’unica risposta strutturale al problema. In un solo anno, gli iscritti sono passati da 26.000 a 46.600, con oltre 22.000 nuove immatricolazioni nel 2024. L’84% dei diplomati nel 2023 ha trovato lavoro entro dodici mesi, con una coerenza tra titolo e lavoro che supera il 93% Indire.

I numeri confermano l’efficacia del modello: il 60% dei docenti proviene dal mondo del lavoro e sono previsti stage e tirocini per il 35% del monte ore Lazio Region. Le aree più richieste sono ICT, mobilità sostenibile e logistica, meccatronica e turismo, ciascuna con oltre 5.000 iscritti per biennio.

Eppure non basta. Le aziende cercano 80.600 diplomati ITS all’anno, ma ne trovano poco più della metà. Il presidente di Rete ITS Italia, Guido Torrielli, parla chiaro: “Abbiamo bisogno di oltre 300 milioni di euro, altrimenti chiudiamo”, dopo la fine dei finanziamenti PNRR.

C’è poi un problema di dispersione nascosto: oltre 26.000 richieste di partecipazione alle selezioni, più di 22.000 presenti alle prove, quasi 19.600 idonei… e soltanto poco più di 9.000 iscritti. Molti giovani che superano i test poi rinunciano per orientamento insufficiente, aspettative non allineate, costi indiretti o difficoltà logistiche.

Le soluzioni che funzionano

Di fronte all’emergenza, le imprese non stanno a guardare. Sta diventando sempre più diffusa, tra le aziende, la creazione di academy dedicate alla formazione degli introvabili a partire da zero (o quasi). Ma anche la tendenza a unire le forze per creare intere filiere professionalizzanti, come le “Scuole dei Mestieri” del progetto Distretto Italia di ELIS.

ELIS ha formato quasi 7.000 persone nel solo 2024, con otto su dieci che hanno trovato lavoro al termine della formazione. L’ente non profit riunisce un consorzio di oltre 130 soggetti tra grandi gruppi, PMI, università e centri di ricerca, concentrati soprattutto nei settori digitale, energia, grandi opere, finanza e trasporti.

Pietro Cum, amministratore delegato di ELIS, spiega che “mestieri tecnici considerati da molti come una scelta di ripiego rappresentano professioni indispensabili allo sviluppo del Paese” Avvenire. La soluzione, secondo Cum, passa attraverso un cambio di paradigma culturale che porti alla riscoperta del valore dei mestieri tecnici, combinato con un’azione corale di orientamento formativo fin dalla scuola secondaria.

Cosa serve davvero per colmare il gap

Vincenzo Vietri, co-founder di Enzima12, indica la strada: “Occorre riconoscere la formazione continua come diritto, spingere le PMI a usare i fondi disponibili, rilanciare ITS, giovani e donne, e trasformare l’esperienza dei senior in risorse formative attraverso l’IA”.

Il problema demografico aggiunge urgenza: per ogni 1.400 lavoratori senior in uscita, solo 1.000 giovani entreranno nel mercato entro il 2050. L’età mediana italiana è già di 48,4 anni e salirà oltre i 51 nei prossimi 25 anni.

Servono interventi su tre fronti. Primo, un orientamento scolastico precoce ed efficace che valorizzi i percorsi tecnici, smontando stereotipi e pregiudizi. Secondo, finanziamenti strutturali e non emergenziali per gli ITS Academy, con una governance che ne garantisca qualità e uniformità territoriale. Terzo, incentivi concreti per le PMI che investono in formazione interna, con particolare attenzione al trasferimento di competenze dai lavoratori esperti ai giovani.

Molte di queste professioni sarebbero accessibili combinando un diploma, anche liceale in alcuni casi, con un corso di formazione intensivo di qualche settimana. Non servono rivoluzioni: serve una strategia coerente, risorse stabili e la volontà di ascoltare davvero i bisogni del mercato del lavoro. Altrimenti, il conto da 44 miliardi all’anno continuerà a salire, mentre operai, tecnici ed elettricisti rimarranno figure leggendarie che tutti cercano ma nessuno trova.

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