Economia italiana 2025: il paradosso e che cresciamo più di Francia e Germania ma paghiamo l’energia il 40% più di loro. E non è questo il solo problema
Critica al capitalismo italiano
L’Italia nel 2025 presenta un paradosso economico significativo: mentre cresce più di Francia e Germania (0,7% vs performance inferiori di questi partner storici), mantiene fragilità strutturali che ne limitano il potenziale competitivo. Il capitalismo italiano si trova a un bivio storico, dove la sua natura distintiva – caratterizzata da un tessuto di PMI familiari, distretti industriali e specializzazioni di nicchia – deve confrontarsi con ben altre dinamiche imposte dalla complessità della globalizzazione, della transizione ecologica e delle nuove forme di competizione internazionale.
L’architettura del sistema italiano
Il dominio delle PMI: forza e limite
Il tessuto imprenditoriale italiano è caratterizzato da una dominanza pressoché assoluta delle PMI: il 99% delle imprese sono piccole e medie e tra loro ben il 92% costituisce l’ossatura del sistema produttivo, impiegando l’82% dei lavoratori. Solo lo 0,09% delle imprese italiane supera i 250 addetti, dato che rappresenta insieme una peculiarità e una potenziale debolezza strutturale.
Le PMI italiane dimostrano una produttività superiore alla media europea, generando 56,5mila euro di valore aggiunto per addetto contro i 48mila della media UE. Tuttavia, questa performance positiva non si traduce automaticamente in competitività sistemica, dacché la frammentazione limita le economie di scala e la capacità di investimento in R&S.
I distretti industriali: “laboratori di resilienza“
I distretti industriali italiani rappresentano laboratori ideali per praticare la sostenibilità, grazie alla loro struttura a rete, filiera corta e stretto legame territoriale. Ben conosciuti sono i casi del distretto ceramico di Sassuolo, quello tessile di Prato e quello biomedicale di Mirandola, che dimostrano come l’eccellenza italiana sappia coniugare tradizione e innovazione, nonostante gli scivoloni di stile e di sostanza emersi di recente.
La pandemia ha spezzato le catene del valore globali, mostrando i limiti della produzione delocalizzata e spingendo per la riorganizzazione delle filiere, evento che ha paradossalmente rafforzato il modello distrettuale italiano basato su prossimità geografica e relazioni fiduciarie.
Performance economica e competitività internazionale
Luci e ombre nel confronto europeo
L’Italia si posiziona al 31° posto nel Global Competitiveness Index con un punteggio di 70,8, risultando 15ª tra i 28 Stati dell’Unione Europea. I punti di forza includono l’eccellente performance nel pilastro “salute” (6° posto mondiale), buone infrastrutture (21° posto) e una dimensione del mercato significativa (12° posto globale).
Sul fronte fiscale, l’Italia presenta criticità strutturali: pressione fiscale al 42,7% del PIL contro la media UE del 40,1%, aliquota effettiva sui profitti d’impresa al 27,8% e 238 ore annue necessarie per gli adempimenti fiscali, il dato più elevato in Europa.
Tallone d’Achille rimane l’energia: l’Italia paga l’elettricità il 40% in più rispetto a Francia e Germania, con un prezzo medio di 109,07 €/MWh contro i 78,01 €/MWh francesi e i 77,67 €/MWh tedeschi (ne parleremo diffusamente nei prossimi giorni).
Il manifatturiero: cuore pulsante dell’economia
Scenario 2025: stabilizzazione e rilancio
Secondo il Rapporto Intesa Sanpaolo-Prometeia, il fatturato dell’industria manifatturiera italiana si stabilizzerà nel 2025 sui livelli del 2024 a prezzi costanti, con una crescita nominale dell’1,8% che porterà il valore a circa 1.143 miliardi di euro. I settori più performanti saranno Farmaceutica (+2,4%), Meccanica (+1,7%) e Largo consumo (+1,2%).
Il saldo commerciale manifatturiero è previsto espandersi fino a 134 miliardi di euro nel 2029, circa 31 miliardi in più rispetto al 2019, con oltre la metà generato dalla Meccanica.
Export: il motore della crescita
L’Italia mantiene una quota del 22% di imprese manifatturiere esportatrici, seconda solo alla Germania (34,5%) tra i principali partner europei. Circa il 75% dell’export nazionale proviene da settori strategici come macchinari, metallurgia, moda, autoveicoli, agroalimentare, chimica e farmaceutica.
Tuttavia, persistono rischi non da poco legati alle politiche commerciali statunitensi e alle dinamiche dei dazi, che potrebbero penalizzare le vendite in uno dei mercati più rilevanti per l’export manifatturiero italiano.
Il made in Italy: tra tradizione e innovazione
I settori trainanti
I settori chiave del Made in Italy che attraggono maggiormente gli investimenti esteri sono moda e lusso, turismo e ospitalità, agroalimentare e vino, oltre alla farmaceutica. Nel 2023, gli IDE in Italia hanno superato i 30 miliardi di euro, con una parte rilevante riguardante aziende storiche custodi di know-how unici. Qui però stanno affacciandosi incognite e cigni neri ad ogni svoltare d’angolo ed è difficile – anche per gli imprenditori più informati e meglio impostati – fare previsioni attendibili.
La crisi della moda
Il settore moda affronta significative difficoltà: il fatturato 2024 si fermerà a 96 miliardi di euro (-5,3%), scendendo sotto la soglia dei 100 miliardi per la prima volta dopo il 2023 Il Sole 24 OREIl Sole 24 ORE. I settori core (tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature) registrano flessioni particolarmente marcate, con utilizzo massiccio di ammortizzatori sociali: +139,4% di ore di cassa integrazione nel comparto pelli e cuoio.
L’agroalimentare e la farmaceutica in crescita
Emerge un sistema produttivo dinamico nei settori farmaceutico e agroalimentare: l’Italia è il terzo paese al mondo per export di formaggi e secondo per bilancia commerciale nel settore. L’Economia della Bellezza ha raggiunto nel 2023 un valore di 595 miliardi di euro, contribuendo al 29,2% del PIL totale italiano. Il mondo del vino però è in decisa frenata, vuoi per un cambiamento dei consumi, vuoi per ragioni fiscali e commerciali e andrà mantenuto monitorato.
Sostenibilità e transizione del modello
Verso un capitalismo rinnovato
Il dibattito sul “capitalismo sostenibile” è centrale: negli ultimi 40 anni, il modello neoliberista ha consentito uno sviluppo senza precedenti, ma ha aggravato le disuguaglianze e il degrado del Pianeta. Emergono nuovi paradigmi come l'”economia sferica“, evoluzione dell’economia circolare che riporta l’essere umano al centro dell’ecosistema economico.
I distretti industriali italiani si distinguono per la capacità di custodire il sapere manifatturiero, evolvendo attraverso processi che abbracciano l’innovazione tecnologica e organizzativa, dimostrando che è possibile competere globalmente senza delocalizzare né disumanizzare il lavoro.
La transizione energetica come imperativo
La transizione energetica – come detto – resta cruciale per evitare una perdita di competitività strutturale: l’Italia necessita di un quadro normativo più stabile, tecnologie complementari e una pianificazione centralizzata che guardi al medio-lungo periodo. Non esiste competitività manifatturiera senza costi energetici più bassi rispetto a quelli imposti dalla filiera mondiale del gas fossile.
Economia italiana 2025: quali prospettive
Gli obiettivi prossimi venturi
Il 2025 si è aperto con spinte contrastanti: prezzi dell’energia in aumento e timori di dazi sull’export, ma anche calo dei tassi d’interesse e attuazione del PNRR che non si può più rimandare. L’UE ha lanciato la “Competitiveness Compass” per rafforzare la posizione economica europea attraverso innovazione, decarbonizzazione e sicurezza economica.
Le opportunità nei mercati emergenti
L’Africa rappresenta certamente una frontiera strategica per le PMI italiane, con 1,5 miliardi di abitanti che diventeranno 2,5 miliardi entro il 2050. I settori più richiesti sono agroalimentare, trasformazione alimentare e meccanizzazione. E nei mercati del Golfo, l’export Made in Italy verso Arabia Saudita è cresciuto a 4,9 miliardi nel già 2023 con un outlook di crescita costante e ragguardevole.
Il possibile futuro del modello italiano
Il capitalismo italiano attuale non è né un residuo del passato né un modello completamente innovativo, ma piuttosto un sistema in transizione che sta ridefinendo i propri paradigmi. Le sue caratteristiche distintive – il tessuto di PMI, i distretti industriali, l’eccellenza manifatturiera in nicchie specifiche – rappresentano tanto punti di forza quanto ostacoli da superare.
Sostenibilità del modello: il sistema è sostenibile nel medio termine se saprà affrontare tre problematiche critiche: la transizione energetica per ridurre i costi dell’energia, la semplificazione burocratico-fiscale per aumentare la competitività e l’innovazione tecnologica per mantenere il vantaggio competitivo. Qui i governi che verranno dovranno muoversi in maniera decisa e senza gli attuali tentennamenti.
Competitività internazionale: l’Italia dimostra di poter competere efficacemente in settori ad alto valore aggiunto, ma deve consolidare la sua specializzazione smart e sostenibile. La capacità di adattamento dimostrata durante la pandemia e la resilienza dei distretti industriali sono asset preziosi.
Probabilisticamente… il modello italiano può rappresentare un laboratorio avanzato per un nuovo tipo di capitalismo che coniuga performance economica, sostenibilità ambientale e coesione sociale. L’obiettivo è trasformare quello che oggi appare come un sistema frammentato in una rete coordinata di eccellenze, capace di competere con i giganti globali mantenendo la propria identità distintiva. Ciò che sono stati i distretti deve oggi trasformarsi in nuove forme di integrazione tra PMI per competere alla pari con i gruppi industriali altrove.
Il futuro del capitalismo italiano dipenderà dalla capacità di evolvere senza snaturarsi, innovando nei processi ma preservando quei valori di qualità, bellezza e relazioni umane che costituiscono il suo vantaggio competitivo unico nel panorama globale.
