Molti lavoratori autonomi e soci di società si avvicinano alla pensione convinti di avere alle spalle l’intera anzianità contributiva necessaria per accedere al trattamento anticipato. Tuttavia, non sono rari i casi in cui, proprio al momento della liquidazione della pensione, l’INPS comunica un’amara sorpresa: alcuni anni risultano coperti solo parzialmente dai contributi, e i mesi effettivamente utili al diritto pensionistico sono molto meno di quanto indicato nell’estratto conto.
Una situazione drammatica, che può significare la perdita anche di 5-10 anni di contribuzione e il rinvio, talvolta drastico, dell’età pensionabile. Ma cosa succede esattamente? E perché questo tipo di “taglio” si verifica così tardi?
Il nodo dell’imponibile nella gestione commercianti
Il problema si verifica soprattutto nella gestione INPS degli artigiani e commercianti, e deriva da un’errata comprensione (o una mancata informazione) sul funzionamento dei versamenti contributivi.
Ogni anno, il contribuente iscritto alla gestione commercianti è tenuto a versare i contributi obbligatori su una base imponibile. Questa base, nel 2024, è pari al minimale di 18.415 euro annui. Se il reddito dichiarato è pari o inferiore a tale soglia (o addirittura negativo), è sufficiente versare il contributo minimo per ottenere 12 mesi pieni di contribuzione utile.
Diverso è il caso in cui il reddito annuo supera il minimale. In questa eventualità, devono essere versati anche i contributi sull’eccedenza, secondo le aliquote previste. Se si omette questo versamento, si perde proporzionalmente il diritto a vedersi riconosciuti i 12 mesi di contribuzione pieni per l’anno in questione.
Dove si annida il rischio
Il rischio maggiore è che l’errore venga scoperto soltanto in sede di liquidazione della pensione, quando l’INPS incrocia i dati dichiarati nel quadro RR del modello Redditi con i versamenti effettuati.
Vediamolo con un esempio pratico
Un lavoratore dichiara nel quadro RR un reddito di 24.000 euro ma ha versato contributi solo sul minimale (18.415 euro). L’INPS, verificando la discrepanza, conteggerà solo una frazione dei 12 mesi teorici. Il risultato? Quei 12 mesi si trasformano in 6, 3 o addirittura 2 mesi utili ai fini pensionistici. In casi estremi, interi anni possono risultare quasi nulli ai fini del diritto alla pensione.
Il ruolo delle società: soci e sorprese
Particolare attenzione meritano i soci di società di persone o di capitali. L’INPS, infatti, imputa il reddito d’impresa della società al socio in proporzione alla quota di partecipazione. Questo avviene anche se la tassazione non avviene per trasparenza, e anche in assenza di utili distribuiti.
Nel caso di soci di società di capitali, si verifica una situazione paradossale: l’INPS può richiedere contributi sulla base degli utili maturati, anche se questi non sono stati effettivamente distribuiti. Una prassi molto dibattuta, su cui stanno emergendo nuovi orientamenti giurisprudenziali, che riconoscono la non imponibilità contributiva sugli utili non distribuiti. Tuttavia, tali sentenze non costituiscono ancora un orientamento consolidato e uniforme.
I rischi di fine carriera
Il problema maggiore si presenta a fine carriera, quando ormai non è più possibile correggere gli errori commessi negli anni precedenti. L’INPS può ridurre drasticamente gli anni utili al pensionamento, e se alcuni periodi risultano prescritti (oltre i 5 anni), non è nemmeno possibile versare i contributi mancanti, anche volendolo fare.
È vero che si può invocare la prescrizione contro eventuali richieste dell’INPS, ma ciò non restituisce i mesi mancanti ai fini del calcolo della pensione. Un caso recente ha visto una contribuente passare da 12 a soli 2 mesi riconosciuti in un anno, con conseguenze pesanti sulla possibilità di accesso alla pensione anticipata.
Come sempre in ambito previdenziale, la parola d’ordine è prevenzione.
- Verifica ogni anno che l’imponibile dichiarato sia coerente con i contributi versati;
- Controlla il quadro RR del modello Redditi e la corretta imputazione del reddito (inclusi RN1 e RN5 per le società);
- Valuta attentamente l’eventuale iscrizione alla gestione commercianti, soprattutto in caso di soci non attivi;
- Considera che pagare solo il minimale non garantisce 12 mesi pieni, se il reddito dichiarato è superiore;
- Affidati a un professionista per valutare la propria posizione previdenziale prima di presentare domanda di pensione.
Il mondo della gestione commercianti è complesso. Molti contribuenti, in buona fede, credono di aver accumulato anni utili alla pensione che, in realtà, non esistono. L’INPS effettua le verifiche decisive solo al momento della pensione, quando è ormai troppo tardi per rimediare.
Un controllo accurato, anno dopo anno, dei propri adempimenti contributivi e fiscali, può evitare sorprese amare e garantire un accesso sereno al trattamento pensionistico. La consulenza di un esperto previdenziale resta, anche in questo caso, lo strumento più efficace per tutelare il proprio futuro.
