Anatomia di una finzione italiana
C’era una volta la televisione di Stato. Quella che negli anni Sessanta insegnava l’italiano agli italiani e metteva in onda “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi. Quella che osava con Antonioni e sperimentava con Eco. Oggi quella stessa televisione conta 759,6 milioni di euro di pubblicità e si vanta sui giornali della crescita degli introiti. È come se la Scala di Milano si vantasse degli incassi del merchandising invece che della qualità delle rappresentazioni.
La RAI di oggi è diventata una strana creatura: ha il corpo di Mediaset e l’anima… beh, l’anima dove sia finita non si sa. Continua a chiamarsi “servizio pubblico” con la stessa convinzione con cui Berlusconi si definiva liberale: una questione di abitudine, più che di sostanza. Nel frattempo l’Europa ci guarda storto, i palinsesti copiano quelli commerciali e noi cittadini paghiamo il canone per finanziare una TV che ci offre gli stessi programmi che potremmo vedere gratis altrove.
È l’Italia, bellezza: anche quando facciamo il servizio pubblico, lo facciamo come se fosse privato. Ma almeno i privati non fingono di essere altro da quello che sono.
La missione sulla carta
Il Contratto di Servizio 2023-2028, approvato nel maggio 2024, delinea con solennità gli obblighi del concessionario: informazione imparziale e pluralista, promozione della cultura e della lingua italiana, tutela delle minoranze linguistiche, sostegno alle aree geografiche marginali, alfabetizzazione digitale e mediale, sperimentazione culturale e artistica. Una vera e propria “carta costituzionale” dell’emittente pubblica. A voi risulta?
La Legge 220/2015, nota come “Riforma RAI”, ha ridefinito governance e responsabilità, confermando che il servizio pubblico radiotelevisivo persegue una missione che trascende la mera logica dello share: coesione sociale, pluralismo informativo, qualità dell’offerta. Un mandato nobile che, almeno sulla carta, distingue nettamente la RAI dai concorrenti commerciali.
Il peso determinante della pubblicità
I dati economici, tuttavia, raccontano una storia diversa. Secondo il Bilancio 2024 di Rai Pubblicità, la raccolta pubblicitaria ha ottenuto – come detto – 759,6 milioni di euro, registrando una crescita del 12,4% rispetto all’anno precedente. Una cifra impressionante che evidenzia come quasi tre quarti di miliardo derivino dal mercato pubblicitario, mentre il canone televisivo — ridotto a 70 euro con integrazione statale — costituisce l’altra componente dei ricavi.
Questa struttura finanziaria genera un paradosso intrinseco: se la sostenibilità economica dipende prioritariamente da GRP e audience, lo share diventa inevitabilmente il criterio dominante, relegando in secondo piano qualità e sperimentazione. Come riporta la rivista Il Mulino nel 2016, “se la RAI segue le logiche della TV commerciale (‘fare la TV per vendere pubblicità’), perde la natura di servizio pubblico“.
La rincorsa competitiva allo share
Il confronto con Mediaset lo conferma: secondo i dati AGCOM del 2024, la RAI ha superato il gruppo Berlusconi di appena 1,2 punti percentuali di share. Una differenza minima che spinge entrambi i poli a un’imitazione reciproca nei palinsesti. Fiction popolari, reality show, talk show sensazionalistici: quello che dovrebbe rappresentare un’alternativa qualitativa finisce per replicare i medesimi format e meccanismi dell’intrattenimento commerciale.
Il risultato è un’omologazione progressiva. Il “servizio pubblico” insegue gli stessi codici narrativi e gli stessi tempi televisivi che premiano lo spettacolo sull’approfondimento, l’emozione sulla riflessione, l’immediato sul complesso. Anche l’informazione si adegua spesso a ritmi che privilegiano l’impatto mediatico rispetto alla completezza e alla contestualizzazione.
L’indipendenza editoriale sotto osservazione
Le criticità non si limitano alla dimensione economica. Sul piano dell’autonomia editoriale, il Media Pluralism Monitor dell’European University Institute ha segnalato per l’Italia problematiche strutturali legate agli eccessivi legami tra RAI e governo. Non casualmente, l’8 agosto 2025 l’azienda ha ritenuto necessario pubblicare una dettagliata “Risposta al Media Pluralism Monitor” per contestare le osservazioni internazionali—un gesto che, di per sé, rivela la fragilità della posizione.
Le nomine politiche, pur regolamentate dalla Legge 220/2015, alimentano la percezione di una televisione soggetta a “lottizzazione”. Aldo Grasso, in una intervista al HuffPost del gennaio 2024, ha sintetizzato efficacemente il paradosso: “La RAI ha alfabetizzato e modernizzato gli italiani. Non sia più bottino di guerra“. Un’osservazione che fotografa il cortocircuito tra il ruolo storico dell’emittente e la sua attuale condizione di oggetto di spartizioni politiche.
L’anatomia di una finzione
Il quadro complessivo rivela una contraddizione sistemica. Mentre la RAI proclama la propria funzione di servizio ai cittadini, i dati economici, le scelte programmatiche e le stesse strutture di governance la collocano stabilmente nell’orbita delle logiche di mercato.
Un autentico servizio pubblico dovrebbe caratterizzarsi per investimenti in produzioni culturalmente rischiose, programmi educativi non necessariamente remunerativi, iniziative di alfabetizzazione digitale, informazione approfondita e indipendente. L’analisi dei palinsesti attuali restituisce invece una realtà differente: predominio assoluto dell’intrattenimento mainstream, ricerca costante di audience, difficoltà strutturale nel sostenere format sperimentali privi di garanzie di ritorno pubblicitario.
Si configura così una finzione istituzionale reiterata: le dichiarazioni d’intenti parlano di servizio pubblico, la prassi operativa rivela una televisione sostanzialmente commerciale.
Una questione di democrazia mediale
Il problema travalica la nostalgia per modelli televisivi superati. La questione è più profonda: senza un genuino servizio pubblico, il pluralismo informativo si impoverisce, la qualità culturale dell’offerta si degrada, la società perde uno strumento essenziale di coesione e crescita collettiva.
Altri paesi europei difendono con determinazione modelli pubblici autentici. La BBC, nonostante le proprie sfide, mantiene un presidio di qualità e indipendenza grazie a una governance più protetta e a un finanziamento meno condizionato dalla pubblicità commerciale. L’Italia vive invece la contraddizione di un’emittente che si autodefinisce pubblica ma opera secondo parametri privatistici.
Prospettive di riforma
Le soluzioni esistono e alcune proposte circolano da anni nel dibattito specialistico:
Riduzione progressiva della pubblicità sulle reti generaliste, con reinvestimento delle risorse in contenuti di missione e sperimentazione culturale.
Riforma della governance per minimizzare l’ingerenza politica e garantire autonomia editoriale, adottando il modello “arm’s length” di ispirazione britannica.
Definizione di indicatori misurabili di servizio pubblico: ore di produzioni educative, quota di programmi culturali, copertura territoriale, investimenti in alfabetizzazione digitale e mediale.
Trasparenza periodica attraverso report trimestrali che confrontino promesse programmatiche e realizzazioni concrete, con dati verificabili e accessibili al pubblico.
Queste misure non rappresentano utopie ideologiche, ma interventi concreti già sperimentati con successo in altre democrazie consolidate. In Italia mancano principalmente la volontà politica e una pressione strutturata dell’opinione pubblica.
Un status solo più formale
La RAI mantiene formalmente lo status di “servizio pubblico”, ma la sua anima commerciale ha ormai assunto il controllo operativo: lo attestano i numeri della raccolta pubblicitaria, lo dimostrano le scelte programmatiche, lo certificano gli osservatori internazionali. Continuare a utilizzare la denominazione tradizionale senza affrontare questa contraddizione significa perpetuare una finzione collettiva che si protrae da decenni.
La questione centrale non è più stabilire se la RAI sia ancora un servizio pubblico: i fatti forniscono già una risposta. Il nodo cruciale è determinare se i cittadini italiani desiderino realmente un autentico servizio pubblico televisivo e se siano disposti a rivendicarlo, investendo non soltanto attraverso il canone, ma mediante un impegno civile e culturale consapevole.
Nessuno rimpiange una RAI museale. Ma un servizio pubblico non può misurarsi solo con lo share. Meno pubblicità, più missione; governance a distanza dalla politica; indicatori misurabili di qualità; trasparenza trimestrale su quanto promesso e quanto fatto. Il resto è finzione: servizio pubblico di nome, TV commerciale di fatto.
Fonti principali
Intervista Aldo Grasso – HuffPost Italia, 2 gennaio 2024
Contratto di Servizio RAI 2023-2028 – Testo ufficiale pubblicato in Gazzetta Ufficiale
Legge 220/2015 – Riforma RAI – Riforma del servizio pubblico radiotelevisivo
Rai Pubblicità – Bilancio 2024 – Dati ufficiali raccolta pubblicitaria
AGCOM – Osservatorio Comunicazioni – Relazioni su share e trend del mercato televisivo
Media Pluralism Monitor 2024 – European University Institute, Centre for Media Pluralism and Media Freedom
Risposta RAI al Media Pluralism Monitor – Documento ufficiale agosto 2025
Il Mulino – “RAI: servizio pubblico o TV commerciale?” – Analisi accademica sul modello RAI
Corte dei Conti – Relazioni gestione RAI – Controlli sulla gestione finanziaria
