Transizione energetica: così l’Italia può crescere del 2% all’anno

La transizione energetica italiana vale 230 miliardi di investimenti entro il 2030, con 500.000 nuovi posti di lavoro e un potenziale +2% di PIL annuo. Dall’industria elettrotecnica alle ESCO, dalle rinnovabili ai crediti fiscali: i numeri dimostrano che investire conviene più dell’inazione.
Pannelli solari e turbine eoliche immersi nel paesaggio italiano della transizione energetica

La transizione energetica è un vero e proprio volano economico, capace di produrre 230 miliardi di investimenti, 500mila posti di lavoro e +2% di PIL annuo entro il 2030 per l’Italia

Parlare di transizione energetica come di un costo da sostenere è, forse, il modo più rapido per perdere di vista il quadro. Perché i numeri, quelli veri, raccontano un’altra storia: 230 miliardi di euro di investimenti previsti in Italia entro il 2030, mezzo milione di nuovi posti di lavoro e un potenziale aumento del PIL del 2% annuo. Non briciole. Non promesse. Fatti che cominciano a prendere forma, tra contraddizioni, ritardi e qualche segnale concreto di cambiamento.

La domanda non è più se conviene investire nella transizione energetica. È: possiamo permetterci di non farlo?

I conti tornano, almeno sulla carta

Secondo il rapporto di primavera 2025 dell’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), realizzato con Oxford Economics, nello scenario “Net Zero Transformation” il PIL italiano potrebbe essere superiore dell’1,1% già nel 2035 rispetto allo scenario base. Nel 2050 il vantaggio salirebbe all’8,4%.

Va detto che si tratta di proiezioni, non di certezze. Ma i meccanismi che le alimentano sono piuttosto lineari: rallentamento del riscaldamento globale, innovazione diffusa, minore dipendenza dall’import di combustibili fossili. Tutte voci che, tradotte in termini industriali, significano competitività.

Il comparto industriale, secondo le stime, vedrebbe il valore aggiunto aumentare del 14,9% al 2050. Un dato superiore a quello tedesco nello stesso periodo, dettaglio non banale per un Paese che da decenni insegue il modello manifatturiero della locomotiva europea.

Lavoro: non solo pannelli solari

Se parliamo di occupazione, le cifre diventano ancora più eloquenti. Confindustria Energia stima che entro il 2030 gli investimenti nella filiera elettrica potrebbero generare 500.000 nuovi posti di lavoro e tutelarne un altro milione. Elettricità Futura parla di 540.000 nuove posizioni, con un piano che prevede l’allaccio alla rete di 85 GW di nuove rinnovabili.

Non si tratta solo di installatori di pannelli fotovoltaici o tecnici eolici. La filiera è più ampia e articolata: dalla power generation (quasi 200 imprese nel solo Nord-Ovest, con 3,5 miliardi di fatturato e export al 70%) alle ESCO, che nel 2023 hanno toccato 12,2 miliardi di fatturato (+62% in dieci anni), fino agli energy manager e ai consulenti per l’accesso ai crediti fiscali.

Certo, restano i problemi di sempre. Il mismatch tra domanda e offerta di competenze costa 44 miliardi di euro in termini di mancato valore aggiunto, pari a 2,5 punti di PIL. Mancano saldatori, elettricisti, ingegneri energetici. Mancano figure capaci di muoversi tra normativa e tecnologia, tra banche e cantieri.

Gli investimenti: chi mette i soldi

A livello globale, secondo BloombergNEF, nel 2024 gli investimenti nella transizione energetica hanno raggiunto i 2.100 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto viene investito nell’economia dei combustibili fossili. In Italia, i 230 miliardi previsti entro il 2030 sono per lo più privati, ma con un ruolo non secondario del pubblico attraverso i vari piani: Transizione 5.0 (6,3 miliardi), PNRR, fondi regionali.

Il Piano Transizione 5.0 è l’esempio più recente di come si stia cercando di spingere le imprese verso l’efficienza energetica. Crediti d’imposta per chi investe in beni materiali e immateriali che riducono i consumi almeno del 3% per la struttura produttiva o del 5% per il processo. Il Fondo per la transizione industriale (400 milioni di euro, gestito da Invitalia) segue la stessa logica: finanziamenti a fondo perduto per aziende che puntano su maggiore efficienza energetica o uso di materie prime riciclate.

Lombardia, Liguria e Piemonte hanno avviato bandi congiunti per sostenere le filiere strategiche dell’energia. La Lombardia investe 65 milioni di euro all’anno in ITS Academy e formazione tecnica. Terna ha presentato un piano da 23 miliardi entro il 2030 per ammodernare la rete elettrica e renderla adatta a integrare 65 GW di nuova capacità solare ed eolica.

Sono cifre che, messe insieme, disegnano un quadro di mobilitazione finanziaria tutt’altro che marginale.

Le contraddizioni del sistema

Eppure, nonostante i numeri, l’indice ISPRED dell’ENEA (che misura sicurezza energetica, prezzi e decarbonizzazione) nel 2024 è crollato del 25%, toccando il livello più basso della serie storica. Il problema? La decarbonizzazione procede troppo lentamente. Per centrare il target 2030 nei settori non-ETS (industria non energivora, terziario, residenziale e trasporti), nei prossimi sei anni le emissioni dovrebbero ridursi del 5% all’anno. Non ci siamo neanche vicini.

E poi ci sono i prezzi. Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità sulla borsa italiana è stato di 108 €/MWh, contro 78 in Germania, 63 in Spagna, 58 in Francia. Una differenza che pesa sulla competitività delle imprese italiane, soprattutto quelle energy intensive. Il gas continua a costare di più che altrove, con uno spread tra il PSV italiano e il TTF europeo che supera i 3 €/MWh, valore che non trova spiegazione nei soli costi di trasporto.

Le autorizzazioni restano un collo di bottiglia. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin lo ha ammesso più volte: «Esiste un parco di progetti e investimenti che attende il via libera dal sistema delle autorizzazioni. Stiamo lavorando per sbloccare procedure farraginose». Ma il lavoro è lento.

Impianto fotovoltaico e turbine eoliche simbolo della transizione energetica in Italia
Transizione energetica: così l'Italia può crescere del 2% all'anno. 1

Filiere che si riorganizzano

Intanto, sul campo, le filiere si muovono. L’industria elettrotecnica ed elettronica italiana ha chiuso il primo semestre 2025 con volumi produttivi in crescita dello 0,1%, mentre la manifattura nel complesso ha perso il 2,1%. Un segnale di resilienza, secondo Filippo Girardi, presidente di Anie Confindustria: «Le nostre aziende restano protagoniste della transizione tecnologica italiana».

Le ESCO (Energy Service Company) stanno evolvendo il proprio modello di business. Non più solo finanziatori di interventi di efficienza energetica con recupero tramite risparmi in bolletta, ma system integrator capaci di coordinare investimenti, modelli contrattuali evoluti e soluzioni tecnologiche. Secondo Cristian Acquistapace, AD di Renovit, «è tempo di passare dall’Energy Performance Contract al Carbon Performance Contract, dove la riduzione delle emissioni diventa l’indicatore centrale».

La filiera del fotovoltaico ha visto nel 2024 una leggera flessione nella potenza connessa in rete (-18%), ma il trend di fondo resta positivo. A marzo 2025 le rinnovabili hanno coperto il 45,5% della produzione elettrica netta in Italia. Ancora lontani dai 108 GW previsti dal PNIEC per il 2030, ma la direzione è tracciata.

Ansaldo Energia ha presentato uno studio sulla filiera della power generation italiana: quasi 200 imprese, con vocazione all’export superiore al 70%. Fabrizio Fabbri, amministratore delegato, sottolinea: «Fare sistema tra imprese, istituzioni e mondo della ricerca è la chiave per consolidare la competitività e l’indipendenza tecnologica del Paese».

Lo scenario opposto: cosa succede se non si fa nulla

L’ASviS ha simulato anche uno scenario “Transizione Tardiva”, dove le scelte vengono rinviate oltre il 2030. Risultato: il PIL italiano sarebbe inferiore del 2,4% nel 2035 rispetto allo scenario base. Nello scenario “Catastrofe Climatica”, con inazione totale, nel 2050 il PIL si ridurrebbe del 23,8%, con temperature in Italia superiori di 3°C e tendenza al peggioramento nella seconda parte del secolo.

Non sono proiezioni apocalittiche, sono calcoli economici. Ogni anno di ritardo costa in termini di adattamento forzato, perdita di competitività, dipendenza dall’estero per energia e tecnologie.

Pierluigi Stefanini, presidente di ASviS, lo dice in modo netto: «È sbagliato pensare che ci sia contrapposizione tra sostenibilità e competitività. L’inazione ha costi crescenti, mentre investire nella sostenibilità conviene, perché aumenta la redditività delle imprese e genera benessere sociale».

Crediti fiscali e finanza verde: l’altra gamba del sistema

Accanto agli investimenti in tecnologia, si sta sviluppando un mercato parallelo di consulenza e mediazione creditizia legato agli incentivi green. Ecobonus, superbonus, cessione del credito, fondi europei. Le imprese cercano figure capaci di orientarsi nella giungla normativa e di strutturare operazioni di finanziamento per investimenti sostenibili.

Banche e società finanziarie stanno costruendo desk dedicati alla transizione energetica. Il mercato delle obbligazioni verdi (green bond) è in espansione. Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), grazie al decreto che prevede contributi a fondo perduto fino al 40%, stanno attirando capitali e interesse anche da parte di piccoli investitori.

Si tratta di un segmento che, secondo gli operatori, è destinato a crescere nei prossimi anni, man mano che la normativa si stabilizza e le procedure si semplificano.

Dove va l’Italia

Alla fine, i numeri parlano. Ma parlano lingue diverse a seconda di come li si legge. C’è chi vede investimenti, occupazione, PIL in crescita. E c’è chi vede ritardi, prezzi alti, procedure bloccate.

Forse la verità sta nel mezzo. L’Italia ha le risorse, le competenze di base, le filiere industriali. Manca una cabina di regia chiara, una semplificazione normativa vera, un sistema di formazione capace di produrre i 2,4 milioni di lavoratori green che serviranno entro il 2029.

La transizione energetica non è una scommessa ideologica. È un processo economico già in atto, con investimenti privati che superano quelli nei fossili, con filiere che si riorganizzano, con numeri che iniziano a essere consistenti.

La domanda non è se partecipare. È: con che velocità, con quale strategia, con quali strumenti. E, soprattutto, chi paga i costi e chi incassa i benefici.


Domande frequenti sulla transizione energetica

La transizione energetica conviene davvero alle imprese italiane?

Secondo i dati di ASviS e Oxford Economics, nello scenario Net Zero il PIL italiano potrebbe crescere dell’8,4% entro il 2050 rispetto allo scenario base, con 500.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030. Le imprese che investono in efficienza energetica riducono i costi operativi e accedono a crediti fiscali e finanziamenti agevolati. Il vero costo è quello dell’inazione: nello scenario di transizione tardiva il PIL sarebbe inferiore del 2,4% già nel 2035.

Quali sono i settori industriali più coinvolti nella transizione energetica?

I settori trainanti sono l’elettrotecnica ed elettronica, la power generation, le rinnovabili (fotovoltaico, eolico), le ESCO (Energy Service Company), i sistemi di accumulo e le reti intelligenti. Ma la transizione tocca anche settori tradizionali: automotive (con l’elettrificazione), edilizia (efficientamento degli edifici), chimica e siderurgia (riduzione emissioni). Secondo Anie Confindustria, nel 2025 l’industria elettrotecnica ha tenuto meglio della manifattura (-0,1% contro -2,1%).


La partita è aperta

Gli investimenti ci sono, i numeri tornano, le filiere si muovono. Il resto dipende da scelte politiche, velocità autorizzative, capacità di fare sistema. E, va detto, dalla volontà di guardare alla transizione energetica per quello che è: non un obbligo morale, ma un’occasione di riorganizzazione industriale ed economica.

Vuoi capire come la tua impresa può accedere ai fondi per la transizione energetica o come strutturare un piano di efficientamento? Vale la pena contattare uno dei soggetti attuatori (Invitalia, GSE, Camere di Commercio) o affidarsi a una ESCO per un’analisi preliminare. I soldi ci sono, le tecnologie pure. Manca solo la decisione di muoversi.

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