Risparmiare non significa investire
Immaginiamo una famiglia che, alla fine del mese, riesce a generare un surplus di qualche centinaio di euro. Quel tesoretto resta sul conto corrente, pronto per ogni evenienza. È una scelta prudente e sensata: questo è il risparmio. Supponiamo, però, che quella stessa famiglia cominci a domandarsi come utilizzare una frazione di quell’ammontare per finanziare gli studi dei figli, integrare la pensione pubblica o preservare il proprio potere d’acquisto. La prospettiva si allarga: ora parliamo di investimento.
Nel linguaggio comune i due termini sono spesso considerati sinonimi. In economia, invece, si riferiscono a due momenti distinti di un medesimo percorso. Il risparmio è la rinuncia a consumare una parte del reddito, che non viene speso subito, bensì accantonato per esigenze successive; l’investimento è il passo ulteriore, ossìa la decisione di usare quell’eccedenza allo scopo di ottenere un vantaggio futuro. È una linea di demarcazione importante. Il denaro lasciato fermo sul conto ha una funzione di riserva e di rapido accesso. Viceversa, il denaro investito viene messo a frutto, nella speranza di conseguire domani un ritorno superiore.
Definizione di investimento
Gli economisti definiscono l’investimento come un consumo differito nel tempo. Questo assunto richiama un concetto semplice: rinunciare oggi ad una determinata somma per poterne beneficiare in misura maggiore domani. Tuttavia, la realtà è più articolata. Nessun impiego garantisce simultaneamente guadagni elevati, totale sicurezza e immediata disponibilità del capitale. A tal fine servono metodo, pianificazione e consapevolezza. Pertanto, prima di valutare qualsiasi strumento finanziario è indispensabile capire a quali risultati si ambisce, in quanti anni e con quale livello di rischio si è disposti a convivere. I mercati cambiano, l’economia attraversa fasi alterne, gli eventi improvvisi non mancano mai. Investire implica, dunque, confrontarsi con l’incertezza, tentando di gestirla con razionalità.
I tre elementi fondamentali: tempo, rendimento e rischio
Tre sono le componenti essenziali di qualsivoglia forma di investimento: l’orizzonte temporale, il rendimento atteso e il rischio.
L’orizzonte temporale rappresenta l’intervallo massimo in cui ci si può permettere di tenere impegnati i propri soldi senza smobilizzarli. È il fattore prioritario da esaminare, perché influenza tutti gli altri. Chi prevede di servirsi del denaro entro pochi mesi o pochi anni dovrebbe privilegiare soluzioni conservative, poiché non avrebbe il tempo sufficiente per recuperare eventuali rovesci. Al contrario, chi ha dinanzi a sé un lungo periodo di detenzione può concedersi una cospicua esposizione a strumenti più dinamici, come le azioni, o, meglio ancora, i fondi azionari.
Il rendimento è il risultato economico dell’operazione. In sintesi, è la differenza tra il capitale inizialmente conferito e quello liquidato.
Il rischio è il tassello più complicato da inquadrare: corrisponde alla possibilità che la performance finale sia difforme da quella auspicata. In particolare, è la probabilità di subire perdite o di riportare profitti inferiori al previsto. Esiste una relazione stretta tra rendimento e rischio: in genere, maggiori opportunità di guadagno richiedono l’accettazione di una maggiore volatilità. Non è una regola assoluta, ma costituisce uno dei principi cardine della finanza.
All’inseguimento dell’investimento perfetto
Numerosi economisti, studiosi e grandi investitori si sono cimentati nell’elaborazione di un modello teorico di investimento ideale. Molti risparmiatori, a loro volta, sono alla ricerca dello strumento ottimale, in grado di promettere al contempo sicurezza, proventi considerevoli e facile monetizzazione. Purtroppo, questa soluzione non esiste. È una delle lezioni più preziose da apprendere. Sicurezza, rendimento e liquidità formano una sorta di triangolo nel quale è difficile massimizzare tutti e tre i lati: uno strumento sicuro tende a offrire una remunerazione modesta. Uno potenzialmente molto proficuo presenta di norma ampie variazioni. Un’istantanea fruibilità delle somme limita le chances di crescita.
Accumulare risorse per comprare casa tra cinque o dieci anni non equivale ad accantonarle per una rendita integrativa. Analogamente, un giovane con un reddito stabile potrebbe fronteggiare oscillazioni che un pensionato preferirebbe evitare. La parola chiave diventa, quindi, personalizzazione. Ogni progetto finanziario dovrebbe nascere da urgenze reali dell’investitore e non dalle caratteristiche di un prodotto.
Diversificazione: un principio sempre attuale
Una volta specificati gli obiettivi, emerge un altro criterio basilare: la diversificazione. L’idea è così intuitiva da essere divenuta proverbiale. Se tutte le uova vengono inserite nello stesso paniere, basta una caduta per romperle tutte. Se, invece, sono distribuite in più contenitori, il danno sarà minore. Per analogia, concentrando l’intero patrimonio su un’unica azienda, un solo settore o una singola area geografica si aumenta la dipendenza da avvenimenti avversi. Un inconveniente potrebbe pregiudicare il buon esito fino a quel momento raggiunto.
La diversificazione consiste nel ripartire le risorse tra molteplici strumenti e classi di attività. Il principio è stato formulato dall’economista Harry Markowitz, Premio Nobel per l’Economia per il suo contributo teorico nella costruzione dei portafogli finanziari. La sua riflessione è rivoluzionaria: non conta soltanto il rischio di ciascun componente, ma anche il modo in cui questi interagiscono tra loro. La diversificazione non elimina completamente le insidie, poiché l’instabilità dei mercati è ineluttabile. Però concorre ad attenuarle.
L’asset allocation: ovvero, l’arte di creare l’architettura del portafoglio
Se la diversificazione rappresenta l’assioma generale, l’asset allocation ne costituisce l’applicazione concreta. Con questa espressione si indica il processo di suddivisione del patrimonio tra classi di attività eterogenee: tesoreria, obbligazioni, azioni, fondi, valute, prodotti alternativi, derivati, ecc. In sostanza, delinea l’architettura del portafoglio, la cui messa a punto richiede l’attenta analisi di vari elementi: età, situazione familiare, patrimonio disponibile, bisogni da soddisfare, orizzonte temporale, tolleranza alle perdite e aspettative di rendimento. L’asset allocation si articola su due livelli. Il primo è strategico ed esprime le convinzioni di lungo termine. Il secondo è tattico e consente deviazioni opportunistiche, rispetto ai correnti cicli economici e di mercato.
Va sottolineato il ruolo centrale del consulente finanziario. La crescente complessità del contesto odierno e la sterminata gamma di strumenti selezionabili rendono, infatti, sempre più arduo per l’investitore orientarsi in maniera autonoma. Il business advisor agisce quale trait-d’union tra due mondi: le esigenze del cliente e l’offerta dell’industria del risparmio gestito. Il suo compito preponderante non è quello di scegliere prodotti, ma, piuttosto, comprendere desideri, vincoli e aspettative del suo assistito, traducendoli in una strategia efficace e sostenibile.
Conclusioni
Valorizzare il capitale presuppone la capacità di guardare oltre il presente, perché il risparmio, da mero mezzo di conservazione del denaro, si trasforma in leva per realizzare progetti futuri.
Partendo dal risparmio, si passa alla definizione degli obiettivi e si procede ad adottare una soluzione equilibrata, che tenga conto dell’interazione tra tempo, rischio e rendimento. In assenza di bacchette magiche o ricette universali, a incidere davvero sono le decisioni ponderate e personalizzate, costruite su misura. Per questo motivo la chiave del successo non risiede nell’individuare il prodotto perfetto, ma nel tracciare un itinerario coerente, basato sulla pianificazione, sulla diversificazione e su una corretta asset allocation.
In fondo, investire non vuol dire prevedere l’avvenire. Significa prepararsi ad affrontarlo nel miglior modo possibile.
