Guardando al costo energia parrebbe ci sia qualcosa di profondamente stonato nel sistema elettrico italiano. Ogni giorno, a mezzogiorno, i pannelli solari piazzati sui tetti e nei campi inondano la rete di elettricità a costo quasi zero. Ma nelle case e nelle imprese, nelle bollette che arrivano a fine mese, di quell’energia “gratis” non resta traccia. Anzi: l’Italia continua a pagare la luce più cara della media europea.
Il problema non è tecnico, è politico ed economico. È un problema di interessi, non di fotoni.
Il grande paradosso
Abbiamo un Paese che produce energia rinnovabile in eccesso, che in certe ore viene addirittura buttata via perché manca la capacità di immagazzinarla. Eppure il cittadino non paga meno: perché il sistema è costruito in modo da garantire margini e stabilità a chi vende, non a chi compra.
Il Prezzo Unico Nazionale è l’emblema del cortocircuito: un meccanismo che livella tutto, così che la Sicilia, che a mezzogiorno “affoga” di solare, paga come Milano, che nello stesso momento accende le centrali a gas. Un’uguaglianza che in realtà è una farsa.
Oneri e tasse: la seconda bolletta nella bolletta
Poi ci sono le voci che non scendono mai: oneri di sistema, trasporto, accise, IVA. È qui che si consuma il vero gioco delle tre carte. Puoi ridurre il costo della materia prima quanto vuoi, ma se metà della bolletta è blindata da tasse e balzelli, l’utente non se ne accorgerà mai. È un sistema che protegge lo Stato e i grandi operatori, lasciando il consumatore a fare la parte del pollo spennato.
L’effetto sulle imprese: un Paese che compete con le mani legate
Se per le famiglie la bolletta è un incubo, per le imprese diventa una condanna. Le aziende energivore – acciaio, ceramica, chimica, agroalimentare – pagano in Italia un costo dell’elettricità fino al 30-40% più alto rispetto ai concorrenti tedeschi o francesi. Non è un dettaglio: significa produrre acciaio o piastrelle con un handicap strutturale, perdere commesse, rinunciare a investimenti.
Non solo: anche le PMI manifatturiere e i servizi soffrono. Una piccola impresa con consumi di 100-200 mila kWh annui si trova a spendere decine di migliaia di euro in più rispetto a un concorrente europeo. È come correre una maratona con uno zaino di sassi.
Questo frena la crescita, deprime la competitività e, alla fine, si scarica su prezzi più alti per tutti. L’Italia non perde solo come “Paese del consumo domestico”, ma soprattutto come Paese produttivo: le bollette sono diventate una tassa occulta sulla competitività nazionale.
La politica del rinvio
Di fronte a questo, la politica italiana preferisce rinviare. Si parla da anni di comunità energetiche, ma il decreto attuativo è arrivato con un ritardo scandaloso. Si annunciano investimenti in accumuli e reti intelligenti, ma i cantieri arrancano. Nel frattempo, Enel, Eni, Hera, A2A e compagnia continuano a presentare offerte “imperdibili” che, alla fine della fiera, costano tutte uguali.
L’Italia che poteva, ma non ha voluto
E così, il Paese del sole e del vento continua a vivere da Paese del gas importato. Paghiamo bollette più alte della Francia che ha il nucleare, della Spagna che ha liberalizzato davvero, della Germania che ha più accumuli. Non per mancanza di tecnologia, ma per assenza di volontà politica e per la forza di lobby che, in silenzio, difendono rendite decennali.
Costo energia: ce la giochiamo “all’italiana”
Il vero scandalo non è la bolletta alta. Il vero scandalo è il tradimento di un’occasione storica: trasformare l’abbondanza del sole in un vantaggio competitivo per famiglie e imprese. Finché il sistema resterà nelle mani di pochi attori protetti da regole scritte a loro misura, i cittadini continueranno a pagare caro qualcosa che, paradossalmente, in Italia abbonda gratis.
E le imprese italiane continueranno a correre in salita, pagando una tassa occulta sulla loro competitività, in un mercato globale dove chi paga meno energia vince sempre.
