Sabato 11 ottobre, sul Corriere della Sera, è apparso un monito di James Dimon (JP Morgan) sui potenziali rischi bancari dovuti alla sopravvalutazione di Wall Street. Intervistato dalla Bbc, il CEO avverte che il rischio di una forte correzione a Wall Street è tre volte più alto di quanto riflettano i mercati: «L’incertezza globale è tornata ai massimi», dice.
Queste dichiarazioni di James Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, hanno per certi versi scosso il mondo finanziario, peraltro avvezzo ad ipotizzare questi scenari. Ma questa volta il numero uno della più grande banca americana ha lanciato un avvertimento che non può essere ignorato: il rischio di un forte crollo dei mercati USA è tre volte superiore a quello attualmente scontato dagli investitori.
Non si tratta ovviamente di una profezia apocalittica, bensì di un campanello d’allarme da parte di chi conosce profondamente i meccanismi della finanza globale. Dimon non dice che il crollo è certo, ma che la probabilità viene sistematicamente sottovalutata: se il mercato prezza oggi questo rischio al 10%, la probabilità reale potrebbe aggirarsi più probabilmente intorno al 30%.
La tempistica resta incerta – “fra sei mesi o fra due anni”, ha dichiarato Dimon – ma le fragilità strutturali sono evidenti: contesto geopolitico instabile, spesa pubblica fuori controllo, valutazioni azionarie gonfiate (soprattutto nei titoli tech) e – soprattutto – un pericoloso compiacimento dei mercati, che ormai danno per scontato l’onnipotenza delle banche centrali.
Ma cosa succederebbe, concretamente, se lo scenario paventato da Dimon si avverasse? E soprattutto: quali effetti avrebbe sulle banche europee – da BBVA, ING, UniCredit e BNP Paribas fino alle piccole banche regionali e locali che costituiscono l’ossatura del credito europeo?
GrifoFinance ha simulato tre scenari progressivi di shock di mercato – da una correzione moderata a una crisi sistemica – analizzando gli impatti sia sui portafogli degli investitori che sul sistema bancario internazionale.
Tre scenari possibili: dall’assestamento al collasso
Per comprendere la portata di un eventuale crollo, è necessario partire dai numeri. Prendiamo come riferimento un portafoglio bilanciato classico – 60% azioni (50% USA, 30% Europa, 20% resto del mondo) e 40% obbligazioni (governativi e corporate investment grade) – che rappresenta la composizione più diffusa tra imprese, professionisti e investitori moderatamente esposti ai mercati.
Scenario A.
Crollo moderato: la correzione salutare
Azioni –15% | Obbligazioni –5% | Inflazione stabile al 2,5%
In questo primo scenario, le borse mondiali subiscono una correzione del 15% e le obbligazioni perdono circa il 5% per effetto dell’aumento dei rendimenti. È uno shock significativo ma non devastante, assimilabile a un riaggiustamento dei multipli e a un ritorno su valutazioni più sostenibili.
Impatto sul portafoglio bilanciato: –11%
Un calo dell’11% è gestibile per chi ha una buona diversificazione. Questo scenario è compatibile con una correzione tecnica più che con una crisi sistemica: un ritorno dell’S&P 500 a multipli più ragionevoli e rendimenti obbligazionari in lieve rialzo. Nel medio periodo la perdita può essere recuperata se non si aggravano le componenti geopolitiche o di fiducia.
Le grandi banche internazionali – JPMorgan, BBVA, ING, UniCredit, BNP Paribas, Deutsche Bank, Santander – ne uscirebbero scosse ma stabili. I portafogli titoli registrerebbero perdite, ma le riserve di capitale (CET1 fra il 13% e il 16%) consentirebbero di assorbire l’impatto. La raccolta resterebbe solida e la fiducia dei depositanti non verrebbe compromessa.
Tuttavia, i ricavi da investment banking e trading subirebbero un rallentamento. Per compensare, gli istituti reagirebbero con un atteggiamento difensivo: sospensione dei buyback, riduzione dei dividendi, taglio dei costi non strategici. Ma non ci sarebbe crisi di fiducia: i clienti retail non correrebbero agli sportelli, e le autorità centrali non avrebbero motivo di intervenire.
Per le banche regionali e locali, invece, la situazione sarebbe più delicata. L’effetto immediato sarebbe la compressione dei margini – meno redditività sui mutui, più costi di raccolta – e una tensione sulla liquidità. Nessuna crisi, ma un prudente rallentamento del credito: le banche diventerebbero più selettive nel concedere fidi, soprattutto a PMI considerate marginali o a rischio.
In sintesi: questo primo scenario non farebbe vittime, ma lancerebbe un segnale preciso: il “denaro facile” è finito, e chi ha costruito la propria solidità su titoli di Stato e margini sottili comincia a sentire la pressione.
Impatto stimato
| Componente | Peso | Variazione | Contributo al portafoglio |
|---|---|---|---|
| Azioni | 60% | –15% | –9,0% |
| Obbligazioni | 40% | –5% | –2,0% |
| Totale portafoglio | –11,0% |
Scenario B.
Crollo severo: dalla volatilità alla paura
Azioni –30% | Obbligazioni –10% | Inflazione risalente al 3,5%
Nel secondo scenario la situazione cambia radicalmente. Un crollo del 30% sui mercati azionari e un calo del 10% sui titoli obbligazionari porterebbero i portafogli a perdite combinate devastanti.
Impatto sul portafoglio bilanciato: –22%
Questo scenario corrisponde a una crisi globale da stress combinato: guerra regionale estesa, tensioni sul debito USA, crisi geopolitica multipolare. Un calo del 22% sul portafoglio bilanciato significherebbe la distruzione di circa un quarto del valore investito in pochi mesi. Gli investitori retail tenderebbero a vendere in perdita, le PMI con esposizione a fondi bilanciati vedrebbero ridursi il valore patrimoniale e la capacità di credito.
Le grandi banche registrerebbero perdite sui portafogli titoli fra il 6% e l’8% del capitale regolamentare. Non abbastanza per farle fallire, ma sufficiente per far scricchiolare la fiducia. La reazione sarebbe una stretta creditizia coordinata: meno mutui, meno credito corporate, maggiore richiesta di garanzie. Gli spread interbancari si allargherebbero, rendendo più costoso per le banche rifinanziarsi fra loro.
Il risultato? Una paralisi parziale del mercato del credito, con impatti diretti sulle imprese e sulle PMI. Non si tratta di panico, ma di sfiducia reciproca: la stessa dinamica che nel 2008 aveva reso tossico persino il credito interbancario.
Gli istituti più solidi – come BBVA o BNP Paribas – reggerebbero, mentre quelli più fragili (esposti a debiti emergenti o titoli illiquidi) subirebbero forti pressioni. Si tornerebbe a parlare di fusioni d’urgenza, di “campioni nazionali” da proteggere e, in extremis, di bail-in mascherati per ripristinare i coefficienti di solidità.
Per le banche piccole e regionali, la situazione diventerebbe critica. Le perdite su titoli di Stato e bond corporate eroderebbero rapidamente il patrimonio. I crediti deteriorati aumenterebbero, perché le imprese clienti – soprattutto nei settori edilizio, energetico e manifatturiero – subirebbero cali di fatturato e ritardi nei pagamenti.
Le piccole banche, meno diversificate, comincerebbero a perdere raccolta: i clienti, spaventati, sposterebbero i depositi verso istituti più grandi o digitali. La BCE e le banche centrali nazionali interverrebbero con linee di liquidità straordinarie (LTRO, TLTRO) per impedire fallimenti a catena. Tuttavia, il danno d’immagine sarebbe enorme. Molti istituti regionali diventerebbero preda di acquisizioni: i grandi gruppi colgono sempre l’occasione per consolidare il mercato quando la fiducia scende.
Effetto macroeconomico: aumento degli spread sui titoli di Stato, rallentamento dell’economia reale, calo del credito alle PMI, rialzo dei tassi su mutui e prestiti, nuove pressioni sul settore edilizio e sull’immobiliare. È lo scenario in cui la paura sostituisce la fiducia, e ogni decisione economica diventa conservativa.
Impatto stimato
| Componente | Peso | Variazione | Contributo al portafoglio |
|---|---|---|---|
| Azioni | 60% | –30% | –18,0% |
| Obbligazioni | 40% | –10% | –4,0% |
| Totale portafoglio | -22% |
Scenario C.
Crollo estremo: lo scenario Lehman 2.0
Azioni –45% | Obbligazioni –15% | Inflazione sopra il 5% (stagflazione)
In questo scenario estremo – quello paventato da Dimon come “possibile anche se improbabile” – si verifica una crisi sistemica globale. L’insieme di shock finanziario, inflazione alta e sfiducia generalizzata provoca un collasso del valore degli asset, una fuga dal rischio e una vera e propria crisi bancaria internazionale.
Impatto sul portafoglio bilanciato: –33%
Le perdite superano il 30% e il recupero potrebbe richiedere 3-5 anni. L’inflazione alta e il rialzo dei tassi spingono anche le obbligazioni in perdita, annullando l’effetto “ancora di stabilità”.
Le grandi banche subirebbero perdite colossali. Le esposizioni su titoli di Stato e corporate bond vengono svalutate del 15-20%, i derivati di copertura non bastano a compensare, e i bilanci si svuotano. Alcuni istituti scendono sotto la soglia minima di capitale (CET1 < 8%). Il mercato interbancario si blocca completamente: nessuno presta più a nessuno.
La BCE e la Federal Reserve devono intervenire con un piano di emergenza coordinato, riaprendo linee di swap in dollari ed euro, acquistando titoli direttamente e garantendo la liquidità del sistema. Senza questi interventi, anche le banche più solide rischierebbero il collasso.
BBVA, ING, Santander e BNP Paribas sopravviverebbero probabilmente grazie alle loro dimensioni e alla presenza multilocale, ma con forti perdite, sospensione dei dividendi, taglio dei bonus, e ricorso massiccio ai programmi pubblici di stabilizzazione. Le azioni bancarie crollerebbero di oltre il 60%, e tornerebbero i timori di “too big to fail”.
Per le banche piccole e regionali, lo scenario sarebbe catastrofico. I portafogli titoli perderebbero fino al 20%, i deflussi di liquidità dai conti correnti innescherebbero vere e proprie corse agli sportelli digitali (bank run online), gli istituti senza accesso diretto alla liquidità BCE verrebbero commissariati o costretti alla fusione. Gli Stati dovrebbero garantire i depositi con fondi pubblici, come già accaduto a Cipro nel 2013.
Il rischio più grande, tuttavia, sarebbe la perdita di fiducia collettiva: quando il risparmiatore medio comincia a temere per i propri depositi, l’intero sistema entra in fibrillazione.
Impatti sull’economia reale: il credito alle imprese si ferma, i tassi sui mutui schizzano in alto, gli spread sovrani tornano a livelli da crisi del 2011, la fiducia nei governi vacilla, la BCE deve scegliere fra inflazione e stabilità bancaria. L’unico rifugio diventano oro, valute forti e liquidità. La crisi finanziaria si trasforma in crisi economica globale, con recessione e disoccupazione in aumento.
Impatto stimato:
| Componente | Peso | Variazione | Contributo al portafoglio |
|---|---|---|---|
| Azioni | 60% | –45% | –27,0% |
| Obbligazioni | 40% | –15% | –6,0% |
| Totale portafoglio | –33,0% |
L’effetto domino sull’Europa e sull’Italia
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, le conseguenze di un crollo di Wall Street sarebbero dirette e profonde.
Le banche italiane hanno in bilancio ancora forti esposizioni a titoli di Stato: un aumento degli spread oltre 300 punti riporterebbe alla memoria la crisi del 2011. Il valore di mercato dei BTP si ridurrebbe, generando perdite contabili e pressioni sui coefficienti patrimoniali.
Le PMI si troverebbero di fronte a una riduzione drastica del credito. I tassi sui fidi aumenterebbero, e i tempi di approvazione si allungherebbero. Chi dispone di crediti fiscali o di immobilizzazioni finanziarie rischierebbe di trovarsi senza liquidità operativa.
In questo contesto, le piattaforme fintech e di crowdlending assumerebbero un ruolo cruciale: canali alternativi, più costosi ma più rapidi, per ottenere finanziamenti diretti dal mercato, aggirando il blocco del credito bancario tradizionale.
Considerazioni complessive
| Aspetto | Scenario A | Scenario B | Scenario C |
|---|---|---|---|
| Perdita totale stimata | –11% | –22% | –33% |
| Recupero stimato | 6–12 mesi | 2–3 anni | 3–5 anni |
| Effetto sulla fiducia | Limitato | Elevato | Drammatico |
| Probabilità (25–26) | 50% | 30% | 20% |
Una analisi critica, tra previsione e preparazione
L’allarme di James Dimon va contestualizzato con lucidità. Dimon è una delle voci più autorevoli nel panorama finanziario globale, ma nemmeno lui ha la sfera di cristallo. Le sue stime – come quella del 30% di probabilità – sono indicative, non predittive certe.
Alcuni elementi critici da considerare:
Tempistica indeterminata: la finestra di “sei mesi o due anni” è molto ampia e rende difficile usare queste previsioni per scelte di timing precise.
Condizioni necessarie: perché un “crollo” diventi realtà, serve che molte condizioni si intersechino simultaneamente: shock geopolitico serio, crisi del debito, errori di politica monetaria, panico tra investitori. Dimon punta su questi fattori di fragilità latente, ma non è detto che si manifestino tutti insieme.
Il pericolo del compiacimento: il vero rischio psicologico è reale. Molti investitori hanno adottato l’idea che “i mercati non possono più cadere” proprio perché le banche centrali hanno mostrato prontezza d’intervento dopo il 2008 e il 2020. Questo è un bias pericoloso che riduce la vigilanza.
Concentrazione nei titoli tech: quando il mercato ha molta dipendenza da pochi titoli élite (i “Magnifici 7”), lo shock su uno di essi può trascinare tutto l’indice. È un tema che molti altri analisti segnalano da tempo.
Ruolo mitigante delle banche centrali: un fattore stabilizzante è che Fed e BCE potrebbero reagire con interventi – taglio tassi, stimoli – se la contrazione diventa troppo forte. Ma questo stesso intervento può generare nuove distorsioni e inflazione.
Possibilità di falsi allarmi: la storia ha esempi in cui grandi profezie di crollo non hanno trovato conferma immediata. I mercati hanno mostrato resilienza anche in condizioni apparentemente insostenibili.
Il messaggio di Dimon è dunque un campanello d’allarme, non un ordine di disinvestimento. Il rischio è aumentato rispetto a periodi più tranquilli, ma il “crollo” non è inevitabile o prossimo nell’immediato.
Raccomandazioni strategiche per investitori e imprese
Come operatore consapevole o consulente, è fondamentale considerare alcune mosse prudenziali:
1. Diversificazione rigorosa
Non concentrare il portafoglio su tech o poche posizioni. Distribuire il rischio geograficamente e per asset class.
2. Protezione (hedging)
Valutare opzioni, strategie di copertura e strumenti di protezione per i momenti di stress.
3. Allocazioni difensive
Aumentare la quota di asset “sicuri”: obbligazioni di qualità, liquidità, asset reali, oro.
4. Monitoraggio attivo
Definire soglie (stop loss, trailing stops) e scenari che costringano a revisione periodica del portafoglio.
5. Stress test del portafoglio
Simulare crolli del 20-30% e verificare l’impatto, valutando la sostenibilità per il cliente o l’azienda.
6. Ridurre il leverage
La leva amplifica le perdite. Evitare prestiti d’investimento e posizioni troppo esposte.
7. Liquidità come assicurazione
Mantenere una riserva di liquidità pari al 10-15% del portafoglio complessivo.
8. Comunicazione trasparente
Spiegare che non si tratta di allarmismo, ma di gestione responsabile del rischio.
9. Riduzione della duration obbligazionaria
Preferire scadenze brevi o tassi variabili per ridurre l’esposizione al rialzo dei rendimenti.
10. Canali alternativi di finanziamento
Per le imprese, esplorare crowdlending, private debt, factoring fintech: strumenti che possono offrire rendimenti decorrelati dal sistema bancario tradizionale.
Da ricordare sempre: il rischio non è la crisi, ma l’impreparazione
Il messaggio che arriva da James Dimon non è quello di un profeta di sventura, ma di un operatore che conosce profondamente la ciclicità della finanza. Ogni sistema bancario è solido fino al giorno prima di una crisi. La differenza non la fa la previsione, ma la preparazione.
Un investitore consapevole, un’impresa prudente o un consulente lucido sa che:
- Il rischio non si elimina, ma si gestisce
- La diversificazione è l’unico vaccino contro la paura
- La liquidità è un’assicurazione, non una perdita di rendimento
- La comunicazione trasparente rafforza la fiducia più di qualsiasi garanzia
- Gli stress test non sono esercizi teorici, ma strumenti di sopravvivenza
I tre scenari simulati mostrano una progressione chiara
Scenario A (–11%): turbolenza, ma sistema in piedi. Recupero in 6-12 mesi.
Scenario B (–22%): shock diffuso, crisi di fiducia, fusioni forzate. Recupero in 2-3 anni.
Scenario C (–33%): vera crisi bancaria globale, evitabile solo con interventi governativi massicci. Recupero in 3-5 anni.
Che il 2025 sia o meno l’anno di un nuovo shock, una cosa è certa: chi si prepara oggi, domani non dovrà temere nulla.
La tempesta potrebbe non arrivare mai. Ma se arrivasse, solo chi ha costruito un porto sicuro potrà guardarla dalla riva, invece che esserne travolto.
Alcune considerazioni utili per capire il contesto e calibrare il giudizio
| Tema | Osservazione / critico |
|---|---|
| Autorità dell’opinione | Dimon è uno dei personaggi più ascoltati nel mondo finanziario. Ma nemmeno lui ha la sfera di cristallo: le sue stime (es. “30%”) sono indicative, non predittive certe. |
| “Rischio” vs “certezza” | L’intervento segnala che la probabilità di deterioramento è più alta di quanto si pensi. Non significa che il mercato deve collassare, ma che il margine di errore è più ampio. |
| Tempistica indeterminata | La finestra di “sei mesi o due anni” è molto ampia: rende difficile usare queste previsioni per timing precisi. |
| Condizioni soggiacenti giuste | Perché un “crollo” diventi realtà, serve che molte condizioni si intersechino: shock geopolitico serio, crisi del debito, errori di politica monetaria, panico tra investitori. Dimon punta su questi fattori di fragilità latente. |
| Effetti psicologici & “compiacimento” | Il pericolo psicologico è reale: molti investitori adottano l’idea che “i mercati non possono più cadere” proprio perché le banche centrali hanno mostrato prontezza d’intervento. Dimon avverte che questo è un bias pericoloso. |
| Concentrazione e vulnerabilità nei titoli tech | Il tema “few big tech” è uno che molti altri analisti segnalano: quando il mercato ha molta dipendenza da pochi titoli “élite”, lo shock su uno di essi può trascinare tutto l’indice. |
| Trasmissione globale | Anche se il “crollo” fosse centrato negli USA, l’interconnessione dei mercati rende plausibile che le conseguenze si propagherebbero. L’Europa, e l’Italia in particolare, non sono immuni. |
| Ruolo delle banche centrali e policy response | Un fattore mitigante possibile è che le banche centrali (Fed, BCE) reagiscano con interventi – taglio tassi, stimoli – se la contrazione diventa troppo forte. Ma questo stesso intervento potrebbe essere visto come “salvataggio”, che può generare nuove distorsioni. |
| Possibilità di falsi allarmi | Spesso nella finanza accade che si lancino avvertimenti massicci, ma il mercato, prima o poi, continua a salire o resiste meglio di quanto molti prevedessero. La storia ha esempi in cui grandi profezie di crollo non hanno (immediatamente) trovato conferma. |
