C’è un paradosso energetico in Italia, e va spiegato

Nonostante il record storico di energia da fonti rinnovabili, l’Italia resta il Paese con l’elettricità più cara d’Europa. L’inchiesta sul paradosso energetico rivela le cause strutturali, gli interessi e i costi nascosti della transizione verde.
Lampadina accesa, banconote in euro e freccia rossa verso l’alto davanti a pale eoliche, simbolo del paradosso energetico.

Perché paghiamo l’elettricità più cara d’Europa nonostante il record delle rinnovabili? Un’inchiesta sui costi nascosti della transizione energetica e sui fallimenti strutturali che costano miliardi agli italiani

L’Italia del 2024 ha scritto una pagina storica: il 41,2% del fabbisogno elettrico nazionale è coperto da fonti rinnovabili, il risultato migliore di sempre. Eppure gli italiani pagano l’elettricità più cara d’Europa: 109,07 €/MWh, il 40% in più di Francia (78,01 €/MWh) e Germania (77,67 €/MWh).

Come è possibile che più energia verde produca bollette più salate? La risposta è scomoda: un sistema che ha trasformato la transizione energetica in una rendita per pochi e un costo per tutti gli altri.

La dipendenza dal gas: una zavorra da 44%

C’è un paradosso energetico e il primo colpevole ha un nome preciso: il gas naturale. L’Italia produce ancora il 44% della sua elettricità bruciando gas, contro una media UE del 16%. Significa che ogni volta che Putin o un emiro del Golfo alzano i prezzi, gli italiani pagano di più la corrente, anche quella prodotta dal sole e dal vento.

Questo non è un incidente: è una scelta. Il gas è passato dal 48,66% del 2022 al 42,99% del 2023, ma resta dominante. E quando le centrali a gas si accendono per colmare i buchi delle rinnovabili, il loro costo – legato alle quotazioni internazionali – diventa il prezzo di tutta l’energia elettrica italiana.

Il ministro Pichetto Fratin continua a promettere riduzioni, ma intanto il gas manterrà il 45-50% del mercato nel 2024. La domanda è semplice: perché questa dipendenza è così difficile da spezzare? Chi ci guadagna a mantenerla?

La rete di interessi: 3 miliardi per mantenere lo status quo

La risposta si trova nei numeri. Nel 2018, secondo un rapporto della rete europea ENCO, le quattro maggiori società di trasporto gas europee – tra cui Snam per l’Italia – hanno speso 900mila euro in lobbying a Bruxelles. Aggiungendo i gruppi di pressione collegati, si arriva a 3 miliardi di euro ‘investiti’ per sostenere “l’industria e la narrazione del gas”. Una macchina di pressione gigantesca per mantenere l’Europa dipendente dal gas. Putin e Gazprom non ne sanno niente?

In Italia il sistema è perfetto. Eni ha avuto almeno 20 incontri ufficiali con il governo, spingendo per “soluzioni” come l’idrogeno (prodotto per il 99% dal gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica. Snam, padrona dei gasdotti italiani, stesso numero di incontri, stesso obiettivo: prolungare la vita delle infrastrutture fossili e costruirne di nuove.

Il dettaglio più grottesco? Cassa Depositi e Prestiti possiede il 30% di Snam e quote significative di Eni. Lo Stato è contemporaneamente azionista delle aziende che spingono per il gas e regolatore che dovrebbe limitarne l’uso. È come mettere l’oste a fare l’arbitro nella partita contro l’acqua.

Gli investimenti miliardari: 48 centrali per restare prigionieri

Mentre si celebrano i record delle rinnovabili, dietro le quinte si preparano 48 nuove centrali a gas. Quasi 20 gigawatt di potenza firmati dai soliti noti: Enel, A2A, Sorgenia, Eni, Edison, Engie. Carbon Tracker ha calcolato che questi investimenti costeranno 11 miliardi di perdite senza vantaggi per i consumatori. Allora perché si fanno?

La risposta è nei contratti: le utilities hanno accordi di fornitura gas a lungo termine che devono onorare. Hanno comprato il gas, ora devono bruciarlo. A2A vuole convertire le centrali di Monfalcone e San Filippo Mela da carbone a gas, con un piano da 22 miliardi. Eni gestisce centrali in sei siti e ha venduto 103,72 miliardi di metri cubi di gas nel 2024.

Il paradosso è perfetto: più costruiscono centrali a gas per “bilanciare” le rinnovabili, più ci legano al gas per i prossimi 30 anni. È la dipendenza programmata.

Il sistema degli incentivi: 10 miliardi di tassa mascherata

Ogni anno gli italiani sborsano oltre 10 miliardi di euro per incentivare le rinnovabili. Soldi che finiscono direttamente in bolletta come “oneri di sistema” – una tassa che non osa dire il proprio nome. La componente A3, cresciuta da 8,7 miliardi nel 2012 a oltre 10 oggi, costa 90 euro all’anno al consumatore medio.

Ma il problema non è quanto si spende, è come si spende. Gli incentivi spingono a installare pannelli e pale eoliche al Sud (dove c’è più sole e vento) per consumare energia al Nord (dove ci sono le fabbriche). Risultato: si paga anche il trasporto dell’energia per 1.500 chilometri.

E quando c’è troppa energia al Sud? Si paga per buttarla via. Dal 1° aprile 2025 finirà in bolletta anche il “curtailment” fotovoltaico: lo Stato pagherà chi produce meno energia perché la rete non riesce a trasportarla. È come pagare un idraulico per non riparare il rubinetto.

Il confronto che brucia: cosa fanno gli altri

Francia: nucleare al 65-78%, elettricità a 42 €/MWh. Scelta strategica degli anni ’70 che oggi vale oro. Non è un caso che l’87% in più che paghiamo rispetto ai francesi corrisponda esattamente alla loro “generazione da fissione nucleare”.

Germania: ha chiuso le centrali nucleari ma ha interconnessioni che funzionano e può sfruttare l’eolico del Mare del Nord. Spende 33 miliardi all’anno in rinnovabili, ma li spende meglio.

Spagna: impianti utility scale e Power Purchase Agreement. Ha 6,3 GW di accumuli contro i nostri 5,56 GW, di cui il 70% serve solo a spostare il fotovoltaico di qualche ora, non a gestire la rete.

Il risultato? Paghiamo il 49% in più della Francia, il 42% in più della Spagna, il 31% in più della Germania. Non siamo sfortunati, siamo mal governati.

Le infrastrutture: il collo di bottiglia

L’Italia presenta capacità di accumulo limitate: 5,56 GW di potenza e 12,94 GWh di capacità, con il 70% abbinato al fotovoltaico per power shifting. Oltre 348 GW di progetti rinnovabili attendono l’interconnessione, superando di gran lunga l’attuale sistema da 137,53 GW.

Terna ha approvato un piano da 23 miliardi per aumentare la capacità di trasferimento interzonale da 16 GW a 39 GW entro il 2030, ma i tempi di realizzazione rimangono lunghi. Il Tyrrhenian Link da 1 miliardo collegherà Sicilia e Sardegna al continente a partire dal febbraio 2025.

La pressione fiscale: un ulteriore peso

Gli oneri di sistema rappresentano il 18-21% della bolletta italiana, le imposte il 13%, trasporto e gestione il 20%, lasciando solo il 46-48% al costo effettivo dell’energia. Le tasse italiane sull’energia superano del 51% quelle francesi e del 18% la media dell’Area euro.

Nel primo semestre 2024, nonostante la riduzione dei costi dell’energia (-2%), i prezzi totali sono aumentati del 2% per l’incremento del 16% delle imposte, una scelta che ha privilegiato il gettito fiscale rispetto alla competitività del sistema.

L’impatto sulla competitività

I dati mostrano conseguenze concrete sull’economia reale. Per le imprese del terziario nel 2025, il costo dell’elettricità è aumentato del 24% e quello del gas del 27%. Il differenziale competitivo si è ampliato: +49% rispetto alla Francia, +42% sulla Spagna, +31% sulla Germania.

Un esempio emblematico riguarda le colonnine di ricarica elettrica: gli operatori italiani pagano tariffe fino a 7,5 volte superiori rispetto ad altri paesi europei (0,60 €/kWh contro 0,08 in Francia).

Le responsabilità istituzionali

L’analisi delle responsabilità attraversa diverse istituzioni:

  • Il Governo Draghi ha reintrodotto gli oneri di sistema nel 2023 dopo la sospensione durante la crisi energetica
  • ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) ha aumentato la pressione fiscale proprio mentre i costi energetici diminuivano
  • Il GSE (Gestore Servizi Energetici) amministra un sistema di incentivi cresciuto costantemente negli ultimi decenni
  • Il Ministero dell’Ambiente ha tentato correzioni al sistema incentivi, ma nel decreto finale molti “privilegi” sono stati mantenuti

Le soluzioni prospettate

Gli esperti del settore indicano diverse strade per affrontare il problema:

Disaccoppiamento dei prezzi: separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, come richiesto da tempo dall’industria europea.

Riforma degli oneri di sistema: Confcommercio propone la “progressiva sterilizzazione” di questi costi, trasferendoli dalla bolletta alla fiscalità generale.

Accelerazione infrastrutturale: completamento dei progetti di interconnessione e potenziamento della rete di trasmissione.

Riforma incentivi: passaggio da incentivi alla produzione a criteri basati sull’utilità di sistema.

Prezzi zonali: dal 1° gennaio 2025, i nuovi prezzi zonali premieranno i territori con maggiore penetrazione di energie rinnovabili.

Il prezzo della complicità

L’Italia ha trasformato il successo delle rinnovabili in un fallimento economico. Più energia verde, bollette più care. È la conseguenza di un sistema che socializza i costi e privatizza i profitti, che mantiene le distorsioni del passato aggiungendone di nuove.

Mario Draghi l’ha scritto nero su bianco: l’Europa rischia di perdere terreno contro Stati Uniti e Cina, dove l’energia costa molto meno. L’Italia è l’esempio perfetto di cosa non fare: dare i soldi pubblici a chi ti tiene prigioniero del gas mentre si vanta di essere verde.

La strada per uscirne esiste: disaccoppiare il prezzo elettrico dal gas, tagliare gli oneri di sistema, accelerare le infrastrutture, riformare gli incentivi. Quello che manca non è la competenza tecnica, è il coraggio politico di dire basta a un sistema che arricchisce pochi e impoverisce tutti.

La transizione energetica può essere un’opportunità per l’Italia. Ma solo se gestita nell’interesse nazionale, non in quello di chi ha trasformato l’energia in una rendita. Il tempo per cambiare non è infinito: ogni anno perso è competitività bruciata, ogni bolletta pagata in più è ricchezza regalata a chi ci tiene ostaggio del gas.

Gli italiani meritano energia pulita e bollette giuste. Non è chiedere troppo: è chiedere il minimo.

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