La fatica della libertà: perché la società aperta spaventa

La società aperta, teorizzata da Karl Popper, è la sfida più grande della modernità: richiede cultura, pensiero critico e coraggio di restare liberi quando la libertà stessa diventa scomoda.
Ritratto in bianco e nero del filosofo Karl Popper, associato al concetto di società aperta.

La fatica non è un istinto: è una fatica

Tutti vogliono essere liberi. Pochi sanno davvero esserlo. È un paradosso antico, eppure oggi più attuale che mai: viviamo nell’epoca che ha fatto della libertà un valore assoluto, ma sembriamo incapaci di sopportarne il peso.

Karl Popper, nel suo classico La società aperta e i suoi nemici, lo aveva intuito: una società libera non è quella che concede tutto a tutti, ma quella che insegna a pensare senza obbedire e a dubitare senza distruggere.

La società aperta è quella che rifiuta il dogma, l’autorità infallibile, il potere che non si può criticare. È una società fondata sul principio del fallibilismo: l’idea che ogni verità possa essere rivista, ogni decisione migliorata, ogni errore corretto.

In essa la libertà non è solo un diritto, ma una disciplina: un allenamento continuo a convivere con la complessità, con l’incertezza e con la responsabilità.
Ma questa disciplina — lo sappiamo — stanca. E quando la libertà diventa faticosa, l’essere umano cerca rifugio nella semplicità. È allora che la società aperta comincia a incrinarsi.


Il paradosso dell’uomo moderno: libero ma smarrito

Siamo i figli di secoli di emancipazione, ma anche i nipoti inquieti del disincanto.
Abbiamo demolito le vecchie gerarchie, le superstizioni, i dogmi religiosi e ideologici. Abbiamo imparato a dire “io” con orgoglio, ma non sempre sappiamo cosa farcene di quel pronome.

La società aperta ci chiede di scegliere, e scegliere implica rischio, responsabilità, ansia.
L’uomo moderno è libero, ma fragile; informato, ma confuso; connesso, ma solo.
Si trova a navigare un mare di opinioni dove la verità non è più un faro, ma una costellazione di luci intermittenti che si contraddicono a vicenda.
Popper avrebbe parlato di “crisi del razionalismo critico”: la perdita di fiducia nel dibattito razionale come metodo per migliorare la società.

Oggi prevale la logica del tifo, del like e dell’indignazione.
Le idee non si confrontano, si combattono. Il dissenso non si discute, si cancella. E così la libertà di espressione, anziché fondamento della società aperta, diventa arma di polarizzazione.


La nostalgia dell’ordine: la libertà che stanca

La libertà, quando non è compresa, genera paura. E la paura chiede ordine. Così, nella confusione del presente, riemerge il desiderio di un potere forte, di un leader che semplifichi il mondo, che dica cosa è giusto e cosa no. È la nostalgia dell’autorità, la tentazione di cedere la propria libertà in cambio di sicurezza.

Popper, fuggito dall’Austria negli anni Trenta, sapeva bene quanto sia sottile il confine tra il bisogno di stabilità e la resa all’autoritarismo. L’uomo libero, diceva, è costretto a vivere nell’incertezza. Eppure l’incertezza è la condizione stessa del progresso: solo chi accetta di sbagliare può cambiare.

Il prezzo della società aperta è la fatica del dubbio. Il premio è la possibilità di migliorarsi. Ma quando le masse smettono di tollerare la complessità, la libertà diventa insopportabile.

E allora — come oggi accade in molte democrazie — si invoca il “decisionismo”, la “mano ferma”, il “capo che risolve”. Non è un ritorno al totalitarismo classico, ma qualcosa di più sottile: un autoritarismo per consenso, nato dal desiderio di smettere di pensare.


Il grande equivoco: “società aperta” non vuol dire “società senza confini”

Nel linguaggio politico e mediatico contemporaneo, “società aperta” è diventata sinonimo di “società spalancata”: aperta a tutto, senza limiti, senza discernimento.
È un uso improprio, e per certi versi opposto al pensiero popperiano.

Popper non parlava di apertura geografica o culturale indiscriminata, ma di apertura intellettuale e morale: la disponibilità a mettere in discussione le proprie idee, non a dissolvere ogni forma di coesione.

La società aperta non è quella che accoglie tutto, ma quella che accoglie la critica. Non è il regno del “tutto va bene”, ma il luogo dove tutto può essere discusso.

Una società che rifiuta ogni principio in nome di un’apertura totale, in realtà, smette di essere aperta: diventa una società confusa, vulnerabile, incapace di difendere i propri valori.

La vera apertura non è rinuncia, è selezione consapevole. È la capacità di dire “sì” al diverso quando arricchisce, e “no” quando distrugge. È l’esercizio del discernimento — e il discernimento, oggi, è forse la virtù più rivoluzionaria.


La libertà come arte collettiva

Popper vedeva nella democrazia non il governo dei migliori, ma il sistema che permette di correggere pacificamente gli errori.

Non ci chiedeva di costruire società perfette, ma società emendabili: capaci di migliorarsi grazie alla critica, non di imporsi grazie alla fede.
La libertà, dunque, non è solo un diritto individuale: è una competenza collettiva.

Una democrazia è tanto più aperta quanto più i suoi cittadini sono in grado di pensare, informarsi, discutere e accettare la complessità senza cercare scorciatoie. E questo — diciamolo — richiede cultura.

Richiede una scuola che formi menti, non solo lavoratori; media che spieghino, non che urlino; politica che costruisca, non che reagisca. Richiede, soprattutto, un’etica della responsabilità: la consapevolezza che la libertà non è gratuita e che ogni volta che rinunciamo al pensiero critico, stiamo vendendo un pezzo di democrazia.


Il futuro della società aperta

Oggi viviamo una nuova stagione di rischio. Le piattaforme digitali hanno moltiplicato le voci, ma non necessariamente la conoscenza. Gli algoritmi tendono a confermare le opinioni anziché metterle alla prova.

E così la società aperta, che avrebbe dovuto trionfare nel mondo connesso, si ritrova paradossalmente minacciata dalla bolla dell’informazione personalizzata.
La sfida dei prossimi decenni non sarà difendere la libertà di parola, ma difendere la capacità di ascolto.

Non sarà combattere la censura esplicita, ma quella invisibile delle abitudini, dei filtri, delle semplificazioni. La società aperta sopravvive solo se le persone che la abitano accettano di convivere con idee che non approvano, e di confrontarsi con chi non assomiglia loro.
È un esercizio di maturità democratica che non si improvvisa: si coltiva, ogni giorno, nel modo in cui pensiamo, leggiamo, discutiamo.


La libertà come fatica quotidiana

La società aperta non è un traguardo, è un cammino. È fragile come la verità, instabile come la coscienza, ma infinitamente più umana di qualsiasi ordine imposto. Richiede fiducia, tolleranza, cultura e, soprattutto, coraggio: il coraggio di restare liberi quando la libertà diventa scomoda.

La libertà non è un dono di cui godere, ma una responsabilità da esercitare.

(K. R. Popper)

Forse il vero problema delle democrazie moderne non è la mancanza di istituzioni libere, ma la mancanza di individui liberi dentro.
Popper ci ha insegnato che nessuna società è davvero aperta se chi la abita preferisce il conforto dell’obbedienza alla fatica del pensiero. E allora la domanda, oggi, non è se la società aperta possa sopravvivere, ma se noi siamo ancora in grado di viverci dentro.


Una società aperta non ha bisogno di eroi, ma di cittadini che non abbiano paura del dubbio.
Perché la libertà, senza la fatica di comprenderla, finisce sempre per essere ceduta al primo che promette di semplificarla.

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