Il denaro immaginario

Il valore del denaro è un atto creativo collettivo. Come l’arte concettuale, la finanza attribuisce significato a ciò che di per sé non ne ha. Dall’oro ai Bitcoin, ogni transazione è una performance artistica basata sul consenso. Un viaggio nel museo del valore condiviso.
Installazione artistica in un museo con banconote e monete sospese che si dissolvono in luce dorata, simbolo del valore del denaro.

Quando il valore diventa un atto creativo

Il valore del denaro? Nel 1917, Marcel Duchamp firmò un orinatoio di porcellana, lo chiamò Fountain e lo dichiarò arte. Bastò quel gesto – audace, provocatorio, geniale – per trasformare un oggetto da pochi soldi in un’icona del valore culturale. Oggi, quello stesso orinatoio vale milioni. Non perché la ceramica sia preziosa, ma perché noi, collettivamente, abbiamo deciso che lo sia.

Ora sostituite “orinatoio” con “Bitcoin”. O con “azioni Tesla”. O con qualsiasi banconota nel vostro portafoglio… Benvenuti nel più grande museo dell’umanità: il mercato finanziario, dove ogni giorno si perpetra l’atto artistico più riuscito della storia — l’attribuzione consensuale di valore al nulla.

L’arte del denaro: una tela bianca chiamata fiducia

Ed eccoci al valore del denaro. La moneta è la più riuscita opera concettuale mai creata dall’uomo. Non ha valore intrinseco — un pezzo di carta colorata, impulsi digitali su un server, numeri su uno schermo — eppure muove montagne, costruisce imperi, determina destini. Come l’arte concettuale, il denaro esiste solo nel momento in cui crediamo in esso. È pura performance collettiva.

Pensateci: quando pagate un caffè con una banconota da cinque euro, state compiendo un rituale quasi sacro. State dicendo al barista: “Questo rettangolo di carta vale il tuo lavoro, i chicchi torrefatti, l’elettricità, il tempo”. E lui, miracolosamente, annuisce. Accetta. Non perché quella carta abbia un valore oggettivo, ma perché entrambi credete che qualcun altro, domani, accetterà lo stesso patto.

È un gioco di specchi, un balletto di fiducia reciproca. E funziona proprio come funziona l’arte: attraverso il consenso. Un quadro di Rothko vale 46 milioni di dollari non perché la tela e i pigmenti costino tanto, ma perché collezionisti, critici, musei e mercanti si sono accordati – tacitamente, elegantemente – che quel particolare assemblaggio di colore e forma meriti quel prezzo.

Il valore del denaro: quando il palco è la realtà

Se accettiamo questa premessa, la Borsa diventa improvvisamente comprensibile nella sua assurdità quotidiana. È teatro puro. Performance art in diretta, dove attori chiamati “trader” recitano la commedia della razionalità economica mentre, in realtà, ballano seguendo ritmi tribali di paura ed euforia.

GameStop nel 2021 è l’esempio perfetto di questo valore del denaro: un’azienda in declino che improvvisamente vale miliardi perché una comunità online ha deciso – proprio come si decide che una Banana attaccata al muro con del nastro adesivo sia arte – che dovesse valere di più. Non c’erano fondamentali economici, non c’erano bilanci stellari. C’era solo volontà collettiva, credenza condivisa, performance di massa.

Maurizio Cattelan ha venduto quella banana per 120.000 dollari. Il mercato ha fatto la stessa cosa con GameStop, moltiplicando per migliaia. Quale delle due è più assurda? Nessuna. Entrambe seguono la stessa logica: il valore è ciò che decidiamo insieme che sia.

Il denaro immaginario. Il valore del denaro è un atto creativo collettivo. Come l'arte concettuale, la finanza attribuisce significato a ciò che di per sé non ne ha. Dall'oro ai Bitcoin, ogni transazione è una performance artistica basata sul consenso. Un viaggio nel museo del valore condiviso.
Il denaro immaginario. 1

NFT: il momento in cui la finanza ha ammesso di essere arte

Gli NFT sono stati il momento della verità. L’istante in cui la finanza ha finalmente ammesso la propria natura artistica senza più infingimenti. Immagini digitali vendute per milioni, certificati di proprietà per file che chiunque può copiare con un click. Assurdo? No. Coerente.

Un NFT dice: “Questo pixel non vale nulla, ma questo certificato che dice che TU possiedi QUESTO particolare pixel vale quanto siamo disposti a credere valga”. È la quintessenza dell’arte concettuale applicata al denaro. O del denaro applicato all’arte concettuale. A questo punto, la distinzione è irrilevante.

Andy Warhol l’aveva capito decenni fa. Le sue serigrafie di barattoli Campbell’s e banconote da un dollaro non celebravano il consumismo – lo decostruivano, mostrandone la natura performativa. Warhol non dipingeva lattine: dipingeva il nostro accordo collettivo che quelle lattine valessero qualcosa, definiva il valore del denaro. Dipingeva il meccanismo stesso del valore.

Le gallerie centrali: quando le banche centrali fanno gli artisti

E le banche centrali? Loro sono i curatori di questa galleria planetaria. Con un comunicato stampa, con una variazione dello 0,25% sui tassi d’interesse, ridipingono il valore di tutto. Letteralmente. Cambiano i colori sul quadro chiamato “economia mondiale”.

La Federal Reserve annuncia un taglio dei tassi: immediatamente, case, azioni, obbligazioni cambiano prezzo. Non perché siano cambiate materialmente – i mattoni sono gli stessi, le aziende producono gli stessi beni – ma perché è cambiata la narrazione. Il racconto. La storia che ci stiamo raccontando sul valore.

Christine Lagarde parla di inflazione: i mercati reagiscono. Non a dati oggettivi, ma all’interpretazione condivisa di quei dati. All’arte retorica della presidente BCE, alla sua capacità di plasmare il consenso sul significato di quei numeri.

Sono curatori potentissimi, certo. Ma pur sempre curatori di un museo immaginario.

Il paradosso dell’oro: quando il valore “reale” rivela la sua finzione

L’oro è il paradosso perfetto che svela tutto il sistema. Per millenni, lo abbiamo considerato la forma più “reale” di valore. Solido, tangibile, indistruttibile. Ma perché l’oro vale? Non si mangia, non si beve, non riscalda d’inverno. Certo, ha applicazioni industriali, ma il 99% del suo valore non deriva da quelle. È il valore del denaro a renderlo tale.

L’oro vale perché 5.000 anni fa qualcuno ha deciso che valesse, e abbiamo continuato a crederci. È la performance artistica più lunga della storia umana. Una credenza collettiva tramandata di generazione in generazione, così sedimentata da sembrarci “naturale”.

Ma provate a spiegare a un alieno perché estraiamo con fatica questo metallo giallo dalle viscere della terra, lo raffiniamo a costi esorbitanti, e poi lo rinchiudiamo in caveau sotterranei dove nessuno lo vede né lo usa. L’alieno concluderebbe che siamo impazziti. O che stiamo facendo arte. Avrebbe ragione in entrambi i casi.

Cripto-arte: il mercato che si guarda allo specchio

Le criptovalute sono il momento in cui il denaro si è guardato allo specchio e ha riconosciuto finalmente il proprio volto. Denaro che ammette di essere pura astrazione, pura performance, puro consenso algoritmico. Niente banche centrali, niente governi – solo un protocollo e la fede collettiva che funzioni.

Bitcoin non finge di essere sostenuto dall’oro, dal PIL, dalla forza militare di una nazione. Bitcoin dice semplicemente: “Valgo perché abbiamo deciso che valga”. È onestà radicale. È Duchamp portato alle estreme conseguenze quelle del valore del denaro.

Alcuni lo chiamano “oro digitale”. Ma è più preciso dire che è denaro che ha finalmente accettato la propria natura di opera d’arte concettuale. E per questo, paradossalmente, è forse il denaro più onesto mai inventato.

La galleria del consenso: siamo tutti artisti del valore

Ogni volta che accettate uno stipendio, negoziate un prezzo, investite in un fondo pensione, state partecipando a quest’opera collettiva. State votando con le vostre azioni per cosa ha valore e cosa no. Siete co-autori di questa immensa installazione artistica chiamata “economia”.

Il mercato immobiliare? Una performance collettiva sul significato di “casa”. Il mercato del lavoro? Una negoziazione artistica sul valore del tempo umano. I tassi d’interesse? La critica d’arte del denaro sul denaro stesso.

Tutto è contrattazione estetica. Tutto è attribuzione creativa di senso. La finanza non descrive il valore – lo crea, proprio come un artista crea significato su una tela bianca.

Il museo vivente

Viviamo dentro il più grande museo mai concepito: un museo dove le opere sono fluide, dove i prezzi cambiano minuto per minuto, dove ogni transazione è un pennellata su una tela infinita. Un museo dove tutti sono contemporaneamente artisti, critici e pubblico.

La prossima volta che guardate il vostro conto in banca, provate a vederlo per quello che è: non una misura oggettiva del vostro valore economico, ma la vostra quota di partecipazione a un’opera d’arte collettiva. Numeri su uno schermo che valgono qualcosa solo perché sette miliardi di persone hanno deciso – in un tacito patto quotidiano – di fingere insieme.

O forse non è finzione. Forse è la forma più alta di creatività umana: la capacità di trasformare il nulla in tutto attraverso il puro potere dell’immaginazione condivisa.

Dopotutto, cos’è l’arte se non questo? E cos’è il denaro se non l’arte più riuscita di tutte?


La moneta è la più riuscita opera concettuale mai creata dall’uomo. E come tutte le grandi opere d’arte, esiste solo finché continuiamo a crederci.

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