Lo avevamo previsto e scritto: una normazione improvvisata ha trasformato il contrasto allo spam telefonico in un vantaggio competitivo per chi opera illegalmente
Il conto che non torna
Una chiamata fraudolenta costa pochi centesimi, forse meno. Il rischio di sanzione è statisticamente irrilevante. La probabilità di essere realmente individuati? Ancora più bassa. Invece, un operatore legittimo deve rispettare il Registro delle Opposizioni, verificare consensi, documentare ogni contatto e rischiare pesanti multe per errori anche involontari. Non serve essere raffinati economisti per capire chi, in questa partita, ha l’incentivo più forte a continuare a fare spam telefonico.
Eppure, proprio mentre questo squilibrio si consolidava, sono arrivati interventi normativi sempre più articolati. AGCOM ha bloccato il traffico internazionale. Il Garante della Privacy ha inasprito i controlli. Il Registro delle Opposizioni è stato esteso.
Sulla carta, una strategia comprensiva. Nei fatti, uno scenario peggiorato in modo tangibile per chiunque abbia un telefono.
La domanda non è se le regole esistano – esistono eccome, sono persino troppe. Il punto è: perché non funzionano? E soprattutto: chi, involontariamente o meno, finisce per avvantaggiarsi da questo fallimento?
Sofisticazione su richiesta
Prendiamo il blocco delle chiamate dall’estero, una misura che sembrava sensata. Prima dell’intervento, molto spam arrivava da numerazioni straniere facilmente riconoscibili. Dopo? Gli spammer hanno semplicemente cambiato tattica: SIM temporanee italiane, VoIP domestico, numerazioni che vivono poche ore e poi spariscono.
Non è stato chiuso un canale, è stata innalzata l’asticella. Chi aveva risorse e competenze tecniche si è adattato. Chi non le aveva ha smesso, certo, ma parliamo di una frazione marginale del problema.
Il risultato pratico è stato un upgrading forzato dell’ecosistema criminale. Oggi le chiamate spam sono più credibili, più difficili da riconoscere, più efficaci. Le voci sintetiche di alta qualità o – ancora meglio – umane addestrate su copioni adattivi sostituiscono i vecchi messaggi preregistrati. I pattern di chiamata sono distribuiti, sporadici, studiati per non attivare i filtri automatici. Ogni numero viene usato con parsimonia, appena abbastanza per validarne l’utilità, poi abbandonato.
Chi ha costruito questo livello di sofisticazione? Operatori illegali che hanno letto le norme e ne hanno compreso i limiti tecnici prima ancora che venissero applicate. Paradossalmente, ogni nuova regola è diventata un’occasione di apprendimento per chi doveva contrastarla.
| Elemento | Operatore legale | Operatore illegale |
|---|---|---|
| Costo per chiamata | €0,05–0,15 + costi di compliance |
€0,001–0,003 nessun overhead |
| Registro Opposizioni | Obbligo di consultazione sanzioni fino a €150.000 |
Ignorato rischio sanzione: ~0% |
| Responsabilità carrier | Tracciabilità completa | Praticamente inesistente |
| Verifica consensi | Documentazione obbligatoria conservazione 10 anni |
Non applicata |
| Numerazioni usate | Stabili e identificabili | Temporanee, “usa e getta” |
| Vantaggio competitivo | Eroso dalle normative | Aumentato dalle normative |
Il paradosso della normativa antispam: chi rispetta le regole paga costi crescenti, chi le ignora opera con margini più alti e rischi irrilevanti.
Sapere conta più del normare
C’è un problema che raramente viene ammesso apertamente, ma che chiunque lavori davvero sul campo riconosce immediatamente: chi scrive le norme di solito non comprende fino in fondo cosa sta regolando. Non per malafede, ma per distanza strutturale.
La telefonia moderna non si muove attraverso “chiamate” in senso classico – è un intreccio di protocolli, instradamenti dinamici, mascheramenti di identità, interconnessioni tra carrier.
Pensarla come un sistema analogico significa, letteralmente, combattere una battaglia con strumenti concettuali obsoleti.
Il legislatore tende a misurare il successo sul testo prodotto, non sull’effetto pratico. Una legge ben scritta, formalmente coerente, giuridicamente ineccepibile viene considerata un risultato. Anche se poi non risolve nulla. Anche se, in alcuni casi, peggiora le cose.
Questa autoreferenzialità normativa produce un effetto singolare: montagne di carta che regolano comportamenti teorici, mentre quelli reali continuano indisturbati.
Manca spesso, invece, il coinvolgimento di chi davvero conosce le infrastrutture: ingegneri di rete, analisti di traffico, esperti di sicurezza informatica. Le norme vengono scritte da giuristi per giuristi, con logiche da adempimento amministrativo. Il problema è che lo spam telefonico non è una questione amministrativa. È un fenomeno tecnico e criminale che si muove dentro architetture complesse, sfruttando ogni zona grigia.
Le autorità guardano altrove
Il Registro delle Opposizioni resta l’esempio più chiaro di questo approccio distorto. Funziona perfettamente, sì, ma solo contro chi accetta di rispettarlo. Gli operatori legittimi consultano il registro, evitano i numeri iscritti, si assumono costi e responsabilità. Gli altri? Semplicemente lo ignorano, tuttalpiù lo usano come fonte da cui attingere. Non è un’ipotesi: è la definizione stessa di operatore illegale.
Cosa succede quindi? Il telemarketing lecito si comprime, quello illecito prospera. Chi era già tracciabile viene ulteriormente vincolato. Chi non lo era continua esattamente come prima, anzi meglio: meno concorrenza legale, più spazio operativo. Il Registro ha funzionato come una barriera all’ingresso per chi voleva operare correttamente, lasciando campo libero agli altri.
Un altro aspetto raramente discusso riguarda i carrier (quelli che chiamiamo gestori, come Tim, Vodafone, Wind eccetera), i soggetti che materialmente trasportano il traffico telefonico. La loro responsabilità è praticamente inesistente, sia sul piano normativo che su quello operativo.
Trasportano chiamate fraudolente? Non è un loro problema, tecnicamente. Potrebbero monitorare pattern sospetti, implementare autenticazione del chiamante, bloccare flussi anomali. Ma finché la normativa non glielo impone con forza, e finché non esiste un reale rischio sanzionatorio, perché dovrebbero? Il traffico è traffico, genera ricavi.
Quello legittimo e quello illegale, dal punto di vista del carrier, spesso si equivalgono.
Ma i responsabili?
Se davvero si volesse intervenire, bisognerebbe smettere di inseguire i singoli spammer – operazione costosa, inefficace, sostanzialmente inutile – e spostare il focus su chi rende possibile il traffico fraudolento a livello infrastrutturale. I carrier dovrebbero essere obbligati a implementare sistemi di autenticazione del chiamante, non limitarsi a verificare il prefisso. Le analisi dovrebbero essere in tempo reale, basate su comportamenti, non su blacklist che diventano obsolete in poche ore.
Servirebbe, probabilmente, un sistema di responsabilità condivisa: se trasporti traffico fraudolento in modo sistematico, ne rispondi. Non in modo punitivo fine a sé stesso, ma come incentivo economico reale a investire in sicurezza.
Oggi costa di più bloccare lo spam che lasciarlo passare. Fino a quando questa asimmetria economica rimarrà in piedi, nessuna norma cambierà davvero le cose.
E c’è anche una verità scomoda: molti soggetti della filiera, volenti o nolenti, guadagnano sulla situazione attuale. I fornitori di soluzioni antispam vendono filtri sempre più sofisticati. Le telco incassano ricavi da traffico che tecnicamente dovrebbe essere bloccato. Gli stessi operatori di telemarketing legittimo, schiacciati dalle regole, trovano talvolta conveniente operare ai margini della legalità. E non è complottismo, ma semplice analisi degli incentivi economici in campo.

Analfabetismo funzionale
Il telefono continuerà a squillare a vuoto perché il sistema, così com’è costruito, non è progettato per fermare lo spam. È progettato per gestirlo formalmente, produrre atti, dimostrare intervento. Ma gestire non è risolvere. E finché chi scrive le regole non capirà davvero come funziona la rete che pretende di disciplinare, ogni nuova norma rischia di trasformarsi in un vantaggio competitivo per chi ha scelto di ignorarle tutte. È analfabetismo funzionale, quello strano malessere che affligge da sempre la politica e la burocrazia: non ignoranza, ma incapacità strutturale di collegare mezzi e fini.
Resta da vedere quanto tempo ancora passerà prima che qualcuno ammetta che forse, dopotutto, il problema non sono le risorse investite o la buona volontà, ma l’approccio stesso: sbagliato fin dal principio, inadeguato per definizione, destinato a fallire per difetto di comprensione.
