Introduzione
Per comprendere il funzionamento dell’odierno sistema previdenziale dobbiamo partire da lontano, oltre i confini italiani. La previdenza nasce come risposta a un bisogno antico: proteggere il lavoratore (e la sua famiglia) quando non è più in grado di lavorare. Le pensioni moderne sono un traguardo recente, che risale a quasi un secolo e mezzo fa. Ma prima occorre fare un salto indietro nel tempo.
In questa prima parte ricostruiremo il contesto storico nel quale germinano, si sviluppano e si evolvono le prime forme di previdenza, in un excursus lungo un paio di millenni.
L’età classica
L’uomo ha sempre dovuto lottare per la sopravvivenza quotidiana. Nella Grecia di Solone, intorno al 590 a.C., lo Stato riconosce un sussidio agli invalidi di guerra. A Roma i veterani dell’esercito, da Giulio Cesare in avanti, dopo almeno vent’anni di servizio militare, ricevono un appezzamento di terra, una buonuscita e una sorta di rendita, alimentata dalle trattenute sulla paga e dai bottini conquistati in battaglia.
Il Medioevo e l’età moderna
Nel Medioevo le aristocrazie latifondiste ricavano dalla terra le risorse per il proprio mantenimento e, non di rado, ai servitori più fedeli concedono un vitalizio. In epoca tardomedievale la ricca borghesia mercantile si procura una rendita dall’affitto degli immobili in cui investe i proventi dei commerci. Elisabetta I d’Inghilterra vara nel 1597 le Poor Laws, per fornire un aiuto agli indigenti in cambio di lavoro nelle workhouses, via di mezzo tra ospizi e carceri. Durante la guerra di Indipendenza americana (1775-83) lo Stato stanzia sovvenzioni a favore dei reduci.
L’Ottocento
I primi tentativi di previdenza si sviluppano in àmbito mutualistico e corporativo, tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. In Inghilterra nascono le friendly societies, in Germania le Krankenkassen, mentre in Francia compaiono alcune casse di assistenza volontaria. Sono tutti enti accomunati da forme solidali di contribuzione collettiva.
Nel XIX secolo gran parte della popolazione abita nelle campagne. Tra stenti, malnutrizione, guerre ed epidemie, si muore molto prima di raggiungere la vecchiaia. Mettere al mondo tanti figli è l’unico modo per sostenere la famiglia e farsi assistere in età avanzata. Del tutto indifeso è il proletariato urbano: chi vive a lungo se la cava grazie al soccorso del clero e al ricovero negli ospizi per i poveri.
Le riforme di Bismarck
Nella Germania di Guglielmo II è il Cancelliere Otto von Bismarck a emanare, nel 1889, le prime leggi che delineano un assetto previdenziale evoluto, vincolante per gli addetti dell’industria. È una svolta epocale: la collettività si fa carico del salario di chi si ritira dalla vita attiva. Da quel momento, in Europa prima e negli Stati Uniti poi, si diffondono le prime versioni organizzate di assistenza statale.
L’Italia e la nascita dell’INPS
In Italia la Cassa Nazionale di Previdenza per l’Invalidità e la Vecchiaia degli Operai, fondata nel 1898, è sorretta da un mix tra contributi volontari, aziendali e statali. Nel 1943 la Cassa, obbligatoria dal 1919, assume l’attuale denominazione (INPS). L’ente pubblico garantisce un vitalizio ai lavoratori, a partire dai 60 anni di età per gli uomini e 55 per le donne. In pieno boom economico prosegue l’espansione e migliorano le prestazioni. Nel 1952viene sancito il trattamento minimo delle pensioni (e si introduce la tredicesima mensilità) e nel 1965 è istituita la pensione di anzianità, con almeno 35 anni di contributi versati (e 20 per i dipendenti statali), a prescindere dall’età del lavoratore.
Il modello è detto a ripartizione: chi è attivo paga le pensioni di chi non lo è più. Una logica solidale, che in quegli anni rende la previdenza strumento di coesione e giustizia sociale. Tutti hanno diritto a una pensione, in cambio del lavoro prestato. È un tacito patto generazionale: pagare oggi affinché domani qualcun altro lo faccia al tuo posto.
Il sistema retributivo
Nel 1969 viene adottata la forma retributiva: il calcolo non si basa più sui contributi effettivamente accantonati, ma è legato alla retribuzione percepita negli ultimi tre anni di carriera, di solito più favorevoli. Vengono, inoltre, introdotte le rendite sociali per gli indigenti e le baby pensioni nel pubblico impiego.
L’equilibrio si incrina negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso: l’inflazione galoppante di quel periodo concorre a zavorrare i bilanci statali, l’economia rallenta e la popolazione invecchia. Lo schema retributivo diventa impraticabile: si va in pensione presto e con assegni assai generosi, non corrispondenti a quanto realmente versato. Le finanze pubbliche iniziano a soffrire. Servono correttivi e un netto cambio di paradigma, oppure l’edificio pensionistico crollerà.
L’evoluzione recente: dal 1992 al 1999
Dopo la crisi degli anni Ottanta, l’impianto pensionistico italiano viene sensibilmente emendato. La parola d’ordine è sostenibilità, l’obiettivo è garantire pensioni dignitose anche in futuro, senza gravare sulle prossime generazioni. Il primo, importante tassello viene inserito nel 1992 con la riforma Amato. Questi i punti salienti: aumento gradualedell’età pensionabile; incremento della contribuzione minima; riduzione delle pensioni più elevate.
La riforma Dini (1995) è un’autentica rivoluzione. Si avvia la transizione dal regime retributivo a quello contributivo, più equo perché considera l’intero itinerario lavorativo e meno oneroso per le casse statali. Nasce il sistema contributivo, incentrato su tre, semplici presupposti: la prestazione pensionistica è proporzionale a quanto versato; si applica il concetto di montante contributivo, aggiornato ogni anno e agganciato all’andamento medio del Pil; i versamenti vengono convertiti in rendita attraverso coefficienti di trasformazione calcolati in rapporto all’età di pensionamento e all’aspettativa di vita media. Nel 1997 il governo Prodi aumenta le aliquote contributive per gli autonomi, riduce e sposta le finestre d’uscita.
L’evoluzione recente: dal 2000 ad oggi
Nel 2000 il Decreto legislativo. n. 47 introduce i PIP e una nuova modalità di sgravi fiscali, con deduzione dei versamenti previdenziali. Nel 2004 la riforma Maroni propone incentivi per chi rinvia la pensione di anzianità, innalza l’età pensionabile dei lavoratori dipendenti e fissa il principio del silenzio-assenso per il trasferimento del TFR ai fondi complementari. Nel 2011 il progressivo acuirsi della crisi economica, l’urgenza di consolidare l’impianto previdenziale sul versante finanziario e rispettare gli impegni assunti con l’Europa portano alla promulgazione della Legge Fornero. Cresce di colpo l’età pensionabile, sono bloccate le pensioni di anzianità e il sistema contributivo diviene obbligatorio per tutti.
Negli ultimi anni vengono adottate alcune formule di flessibilità in uscita. Si comincia nel 2017 con l’APE sociale, un anticipo pensionistico, riservato ai dipendenti del settore pubblico in condizioni difficili(caregiver, invalidi, addetti a mansioni usuranti). Nel medesimo anno è approvata la RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata), che permette di utilizzare, prima della pensione, parte del capitale accumulato nei fondi pensione.
Nel 2019 il Parlamento vota Quota 100, che autorizza l’uscita prematura dal mondo del lavoro per chi conta almeno 38 anni di contributi e ha un’età anagrafica minima di 62 anni. La misura non prevede penalizzazioni (se non quella dovuta al minor montante contributivo), ma lo Stato anticipa l’erogazione dei vitalizi di qualche anno. Le successive varianti (Quota 102, 103 e 104) innalzano i requisiti.
Conclusione
Ogni civiltà ha cercato di elaborare una risposta attendibile all’incertezza del futuro, adattando strumenti e istituzioni alle possibilità offerte dal contesto storico del momento. Le forme solidaristiche dell’antichità si sono tradotte negli assetti pubblici contemporanei. Oggi, però, quei modelli, messi sotto pressione da fattori demografici, sociali, economici e finanziari, sono in difficoltà.
Nel secondo capitolo ci concentreremo sul presente, analizzando l’attuale quadro previdenziale e passando in rassegna le soluzioni concretamente disponibili per poter effettuare una scelta consapevole.
