Venticinque anni dopo l’11 settembre: il rischio geopolitico entra nel prezzo
Una soglia, non una causa unica
L’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono non ha creato da solo il mondo economico in cui viviamo. Ha però chiuso simbolicamente l’età della globalizzazione ingenua, quella che immaginava l’interdipendenza commerciale come una forza capace di rendere la politica irrilevante. Da quella mattina sicurezza, geografia e potere sono rientrati stabilmente nella contabilità delle imprese e degli Stati.
- sicurezza
- geografia
- potere
Ciò che l’11 settembre non spiega
Ogni anniversario porta con sé una tentazione, quella della causa unica. È una tentazione che va respinta subito, perché indebolirebbe proprio la tesi che merita di essere sostenuta. L’economia mondiale non entrò in crisi l’11 settembre 2001: ci stava già entrando. Nella nota preparata per il Comitato monetario e finanziario internazionale del 13 novembre 2001, il Fondo monetario internazionale scriveva che dalla fine dell’anno precedente la crescita si era indebolita bruscamente nella maggior parte delle regioni, con un marcato rallentamento del commercio e un deterioramento delle condizioni di finanziamento dei mercati emergenti; e aggiungeva che i dati più recenti mostravano una situazione pre-attentati più fragile di quanto stimato in precedenza negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone e in diverse economie asiatiche e latinoamericane. Il comunicato dell’IMFC del 17 novembre usò una formula prudente e corretta: gli attentati avevano prolungato il rallentamento mondiale.
Lo stesso rigore va applicato all’altro estremo del ragionamento. Nello stesso fascicolo della Economic Policy Review della Federal Reserve di New York che ospitava la stima dei danni, Bart Hobijn calcolava che la spesa diretta per sicurezza, pubblica e privata, sarebbe arrivata nell’esercizio 2003 a circa 72 miliardi di dollari: lo 0,66 per cento del PIL statunitense. Una cifra rilevante ma non macroeconomicamente trasformativa. Il punto, dunque, non è quantitativo. È che l’11 settembre modificò la struttura delle decisioni economiche: che cosa va considerato un costo, che cosa va assicurato, chi garantisce ciò che il mercato non riesce più a garantire da solo.
Quando la sicurezza diventa economia
Questo saggio osserva una trasformazione meno visibile del mondo economico dopo il 2001: il progressivo ingresso di sicurezza, rischio geopolitico e potere nei costi ordinari del commercio, della finanza, delle assicurazioni e dell’intervento pubblico. L’11 settembre non costituisce una spiegazione unica, né l’origine di processi che in parte erano già in movimento. Rappresenta però una soglia particolarmente leggibile: da quel momento diventa più difficile trattare la politica come una variabile esterna all’economia. Frontiere, coperture assicurative, catene logistiche, sistemi di pagamento e capacità dello Stato di assorbire rischi estremi mostrano progressivamente la stessa relazione. L’efficienza continua a contare, ma deve convivere con il costo della protezione e con il valore economico della resilienza.
Il conto di New York e ciò che il conto non misura
La contabilità del danno immediato esiste ed è solida. Jason Bram, James Orr e Carol Rapaport, nell’analisi della Fed di New York pubblicata nel novembre 2002, stimarono il costo complessivo dell’attacco al World Trade Center per la città di New York, fino al giugno 2002, fra 33 e 36 miliardi di dollari dell’epoca. La composizione è istruttiva quanto il totale: 7,8 miliardi di redditi futuri perduti dai quasi tremila lavoratori uccisi, fra 3,6 e 6,4 miliardi di retribuzioni mancate nei settori colpiti, 21,6 miliardi per sgombero del sito, ricostruzione e riparazione di edifici e infrastrutture.
È un perimetro dichiarato e circoscritto. Serve proprio per questo.
Il conto immediato
Quanto costò New York
fino a giugno 2002
33–36 mld $
Stima complessiva del costo dell’attacco al World Trade Center per la città di New York nel perimetro considerato dallo studio.
Il capitale fisico distrutto era ingente ma sostituibile, e infatti fu sostituito. Ciò che non poteva essere ricostruito con la stessa rapidità erano le aspettative. Nell’economia le aspettative hanno una caratteristica singolare: non hanno peso e tuttavia muovono quantità immense di denaro. Un’impresa investe perché immagina una domanda futura; una banca presta perché ritiene solvibile un debitore; un assicuratore vende una copertura perché riesce a stimare frequenza e gravità di un evento. Il terrorismo introduce in questo sistema un elemento particolarmente ostile alla misurazione: un rischio raro ma potenzialmente catastrofico, non casuale bensì intenzionale, prodotto da un avversario che osserva le contromisure e modifica di conseguenza il proprio comportamento. È esattamente la fattispecie che i modelli attuariali e finanziari trattano peggio.
La fine del dividendo della pace
Gli anni successivi alla caduta del Muro erano stati attraversati da un concetto oggi quasi dimenticato: il peace dividend. La fine del confronto bipolare avrebbe dovuto liberare risorse per impieghi civili, e per un decennio così avvenne. Anche qui, però, la cronologia impone cautela. Lo stesso studio dell’OCSE che nel 2002 analizzò le conseguenze economiche del terrorismo osservava che la spesa militare mondiale aveva toccato il minimo nel 1998 e aveva ripreso a crescere già prima degli attentati. L’inversione era cominciata. L’11 settembre la rese politicamente irreversibile e le fornì una dottrina, quella della sicurezza interna come funzione permanente dello Stato.
Sulla dimensione dell’impegno le stime disponibili sono ampie per costruzione. Il progetto Costs of War della Brown University calcola che, dalla fine del 2001 all’esercizio 2022, gli Stati Uniti abbiano stanziato o si siano obbligati a spendere circa 8.000 miliardi di dollari per le guerre successive agli attentati: circa 5.800 miliardi di stanziamenti effettivi più un minimo di 2.200 miliardi di obblighi futuri per l’assistenza ai veterani. Oltre 1.000 miliardi sono già stati pagati in interessi, e la spesa del Dipartimento della sicurezza interna per prevenzione e contrasto del terrorismo supera da sola i 1.100 miliardi dal 2002. Va detto con precisione che si tratta della contabilità di un progetto di ricerca, con un perimetro deliberatamente esteso agli interessi e alle obbligazioni pluridecennali; non è una cifra ufficiale. Gli ordini di grandezza, tuttavia, non sono seriamente contestati.
Il dato economicamente più interessante non è però l’ammontare. È il metodo di finanziamento. A differenza di quasi tutti i grandi conflitti del Novecento, le guerre del dopo 11 settembre non furono accompagnate da un’imposta di guerra: furono sostenute in larga misura emettendo debito. Il contribuente contemporaneo non ricevette una fattura. Ne ricevette una frazione, e il resto fu spostato nel tempo. Il debito funziona in questi casi come una macchina temporale che consente di affrontare oggi un rischio trasferendone parte del costo ai contribuenti di domani. Il ventunesimo secolo avrebbe poi applicato lo stesso schema alla crisi finanziaria del 2008, alla pandemia e alla crisi energetica, fino a farne la modalità ordinaria di gestione dell’emergenza.
La sicurezza entra nel prezzo
L’effetto più duraturo è meno spettacolare e più capillare: la comparsa di un costo di sicurezza incorporato in milioni di transazioni ordinarie. Nel 2002 Patrick Lenain, Marcos Bonturi e Vincent Koen individuarono in un documento dell’OCSE i tre canali attraverso i quali il nuovo livello di minaccia avrebbe agito sul lungo periodo: la contrazione dell’offerta assicurativa, l’aumento dei costi del commercio internazionale e la crescita della spesa per sicurezza che riassorbiva il dividendo della pace. I loro esempi sono volutamente minuti. Sovrapprezzi di sicurezza sul cargo aereo fra 0,10 e 0,15 dollari al chilogrammo in Nord America, Europa e Asia; premi assicurativi sulle merci marittime e aeree in aumento fra lo 0,03 e lo 0,05 per cento ad valorem; sovrapprezzi di guerra sulle rotte oceaniche attraverso Medio Oriente, Mar Rosso, Canale di Suez e Mediterraneo orientale.
Sono numeri piccoli. La loro importanza è qualitativa: registrano il momento in cui la sicurezza smette di essere una funzione dello Stato e diventa una voce nel listino del trasporto. Lo stesso passaggio si osserva nella logistica documentale. Nel novembre 2001 il servizio doganale statunitense avviò con sette grandi importatori il programma CTPAT, fondato su un principio nuovo soltanto in apparenza: per attraversare velocemente una frontiera bisogna dimostrare di essere sicuri. Il Congresso gli diede base legislativa con il SAFE Port Act del 2006; oggi il programma conta oltre 11.400 partner certificati che rappresentano più della metà del valore delle merci importate negli Stati Uniti. La sicurezza è diventata una variabile della competitività, e questo produce un effetto di secondo ordine che raramente viene discusso: la conformità richiede apparati, procedure e personale dedicato, cioè costi fissi che le imprese grandi assorbono con facilità e quelle piccole no. Ogni architettura di trusted trader è anche, implicitamente, una barriera all’ingresso.
Nessun luogo ha reso visibile questa trasformazione quanto l’aeroporto. L’Aviation and Transportation Security Act, firmato il 19 novembre 2001, cioè cinquantanove giorni dopo gli attentati, federalizzò i controlli sui passeggeri e creò la Transportation Security Administration, con l’obbligo di sostituire entro un anno l’intera forza di screening privata. In pochi mesi l’aviazione civile passò da settore regolato a infrastruttura critica. Ma ciò che avvenne negli aeroporti anticipò una logica che si sarebbe estesa a gran parte dell’economia: per ottenere sicurezza si accetta attrito, e l’attrito ha una valuta precisa fatta di tempo, dati, identificazione e procedure. L’efficienza cessa di essere l’unico criterio di progettazione. Non fu l’11 settembre a completare da solo il passaggio dall’ossessione per il just in time alla ricerca della resilienza, e sarebbe scorretto sostenerlo: le lezioni decisive arrivarono dal 2011 giapponese, dalla pandemia e dalla crisi energetica del 2022. Ma il fascicolo concettuale fu aperto allora.
Il rischio che il mercato non riesce a prezzare
Esiste un settore in cui il problema si presentò subito nella sua forma più pura. Un assicuratore vive trasformando l’incertezza in prezzo, e per farlo ha bisogno di osservare molti eventi, stimarne la probabilità e distribuire il rischio su una base sufficientemente ampia. L’11 settembre resta uno dei maggiori eventi assicurativi mai registrati: l’Insurance Information Institute stima perdite assicurate per circa 59 miliardi di dollari a valori 2024, per due terzi sostenute dai riassicuratori, con il 33 per cento riconducibile a interruzione di attività e il 30 per cento a danni materiali.
La reazione del mercato fu immediata e razionale dal punto di vista del singolo operatore: già nell’ottobre 2001 l’Insurance Services Office chiese agli Stati americani l’autorizzazione a escludere il terrorismo dalle polizze commerciali, e quarantacinque Stati la concessero. Il risultato aggregato fu però un fallimento di mercato in senso proprio, con effetti a catena sul credito immobiliare e sulle costruzioni, dove la copertura è condizione contrattuale del finanziamento. Il 26 novembre 2002 il Terrorism Risk Insurance Act istituì un meccanismo federale di condivisione delle perdite, esplicitamente temporaneo e di durata triennale.
Ventiquattro anni dopo quel meccanismo è ancora in vigore. È stato prorogato quattro volte, nel 2005, nel 2007, nel 2015 e nel 2019, scade il 31 dicembre 2027 e il Congresso ha già avviato i lavori per il rinnovo successivo. Qui si legge un principio che il ventunesimo secolo avrebbe riscoperto molte volte: quando un rischio supera una determinata soglia dimensionale, il confine fra mercato e Stato si sposta, e raramente torna indietro. Vale la pena aggiungere il rovescio del ragionamento, perché fa parte dell’analisi e non della polemica. Il backstop pubblico ha stabilizzato il mercato, ma ha anche ridotto l’incentivo a costruire una soluzione interamente privata e ha reso meno costosa l’esposizione in localizzazioni ad alto rischio. È il trade-off classico di ogni garanzia di ultima istanza: comprare stabilità immediata accettando una distorsione permanente degli incentivi.


Il denaro come infrastruttura
Dopo il 2001 anche il sistema finanziario cambiò funzione. Controlli sui flussi, estensione degli standard antiriciclaggio al finanziamento del terrorismo, liste di soggetti designati, congelamento di attività, tracciamento sistematico delle transazioni: il denaro divenne stabilmente anche informazione, e chi controlla l’infrastruttura dei pagamenti acquisisce una forma di potere geopolitico. Sarebbe eccessivo sostenere che le sanzioni finanziarie nascano allora, perché sono strumento ben più antico. È corretto sostenere che in quegli anni furono industrializzate, dotate di apparato tecnico permanente e collegate al punto di strozzatura decisivo, cioè l’accesso alla compensazione in dollari e alle banche corrispondenti.
Anche questa architettura produce conseguenze non intenzionali che oggi sono visibili. Il costo di conformità ha spinto molti istituti a ritirarsi da giurisdizioni fragili, escludendole dai circuiti internazionali; e l’uso ripetuto della leva finanziaria come strumento di politica estera ha accelerato la ricerca di canali alternativi da parte di chi teme di esserne il prossimo bersaglio. Ogni strumento di potere consumato intensamente tende a erodere la propria base.
La trasformazione strutturale
Come la sicurezza entra nel prezzo
Non un’unica tassa visibile, ma una costellazione di costi, procedure, garanzie e attriti incorporati nel funzionamento ordinario dei mercati.
Trasporto internazionale
Sovrapprezzi di sicurezza sul cargo, maggiori premi assicurativi e war-risk surcharge sulle rotte considerate più esposte.
Lo scambio incorpora direttamente il rischio. Una parte della sicurezza diventa una componente esplicita del costo logistico.
Dogane e supply chain
Programmi di trusted trader come CTPAT richiedono procedure, controlli, certificazione e organizzazione interna dedicata.
La conformità diventa un costo fisso. Le grandi imprese lo assorbono più facilmente, mentre per le piccole può trasformarsi in barriera all’ingresso.
Aviazione
Screening federalizzato, controlli più intensi, identificazione e procedure aggiuntive dopo l’Aviation and Transportation Security Act.
L’attrito acquista un valore economico. Tempo, identificazione e procedure diventano parte del prezzo implicito della mobilità.
Assicurazioni
Dopo il ritiro di parte della copertura privata contro il terrorismo, il TRIA introduce una condivisione federale delle perdite estreme.
Il confine fra mercato e Stato si sposta. Il backstop rende assicurabile un rischio che il mercato, da solo, fatica a prezzare.
Sistema finanziario
Rafforzamento dei controlli sui flussi, contrasto al finanziamento del terrorismo, liste di soggetti designati e tracciamento delle transazioni.
Il denaro diventa anche infrastruttura geopolitica. Compliance e accesso ai circuiti di pagamento acquistano un valore strategico oltre che finanziario.
La globalizzazione non finì: perse l’innocenza
Sarebbe infine sbagliato raccontare il 2001 come l’inizio della deglobalizzazione. Accadde quasi l’opposto. L’11 dicembre di quell’anno, novantuno giorni dopo gli attentati, la Cina entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio, e nei due decenni successivi le catene globali del valore raggiunsero un’integrazione senza precedenti. La grande globalizzazione del XXI secolo avvenne dopo l’11 settembre, non prima.
Ciò che si ruppe fu un’equazione, non un flusso di merci: l’idea che interdipendenza economica e pacificazione politica fossero la stessa cosa. Venticinque anni dopo la distinzione è sotto gli occhi di tutti. Unione europea e Russia poterono essere profondamente integrate sul piano energetico e diventare comunque avversari. Stati Uniti e Cina poterono costruire la più grande relazione commerciale della storia e trasformarsi contemporaneamente in concorrenti strategici. Un’impresa poté ottimizzare la propria catena di fornitura su scala planetaria e scoprire poi che una pandemia, una guerra o una sanzione erano sufficienti a interromperla. Il problema non era la globalizzazione. Era averla immaginata come irreversibile.
Venticinque anni dopo
Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita, pari al 2,5 per cento del prodotto globale: la quota più alta dal 2009. Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire questo dato all’11 settembre, perché a spingerlo sono la guerra in Ucraina, il riarmo europeo e le tensioni asiatiche. Il nesso non è causale. È concettuale: il dividendo della pace non è più nemmeno un orizzonte, e la spesa per la sicurezza non è più trattata come una deviazione temporanea rispetto a una normalità civile.
Il mondo del settembre 2026 è tecnologicamente molto più ricco di quello del settembre 2001. È soprattutto meno ingenuo. Sappiamo che un container non è solo logistica ma anche sicurezza; che una rete informatica non è solo produttività ma infrastruttura strategica; che un gasdotto, un microchip, una valuta e un sistema di pagamenti sono simultaneamente strumenti economici e strumenti politici. E sappiamo che l’efficienza ha un limite. Per trent’anni l’economia ha lavorato per eliminare ridondanze, scorte, tempi morti e capacità inutilizzata; poi una sequenza di crisi ha mostrato che un secondo fornitore, una riserva energetica, una capacità produttiva nazionale sono costi soltanto fino al giorno in cui diventano assicurazioni.
Alle 8.46 dell’11 settembre 2001 il primo aereo colpì la Torre Nord. Il mondo vide l’immagine quasi in tempo reale, e impiegò molti anni a comprendere ciò che, economicamente, era appena cominciato. Venticinque anni dopo, la conseguenza più importante di quella mattina è forse la più astratta: si incrinò definitivamente il presupposto secondo cui l’economia potesse essere studiata come se il potere fosse una variabile esterna. Dietro ogni mercato c’è un’infrastruttura, dietro ogni infrastruttura una sicurezza, dietro ogni sicurezza uno Stato e dietro ogni Stato una geografia.
Apparato documentale
Fonti e riferimenti
Documenti istituzionali, studi e fonti utilizzati per verificare dati, cronologie e passaggi dell’analisi. La selezione privilegia documentazione primaria e fonti ufficiali direttamente collegate alle affermazioni contenute nel testo.
- Istituzioni monetarie
- Ricerca economica
- Normativa
- Sicurezza e commercio
- Assicurazioni
- Geopolitica
Economia e impatto immediato
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01Paper · Fonte primaria
Bram, Jason, James Orr e Carol Rapaport. 2002. “Measuring the Effects of the September 11 Attack on New York City.” Federal Reserve Bank of New York, Economic Policy Review, 8 (2), novembre.
Fonte della stima di 33–36 miliardi di dollari per New York fino a giugno 2002 e della relativa composizione fra redditi futuri perduti, retribuzioni mancate e danni materiali.
Documento originale -
02Paper · Fonte primaria
Hobijn, Bart. 2002. “What Will Homeland Security Cost?” Federal Reserve Bank of New York, Economic Policy Review, 8 (2), novembre.
Stima la spesa diretta pubblica e privata per homeland security nell’esercizio 2003 in circa 72 miliardi di dollari, pari allo 0,66% del PIL statunitense.
Documento originale -
03Documento istituzionale
International Monetary Fund. 2001. “Managing Director’s Note for the International Monetary and Financial Committee: An Initial Assessment of Prospects for the Global Economy Following the Events of September 11.” 13 novembre.
Documenta il rallentamento già in corso prima degli attentati e il successivo deterioramento della fiducia e delle prospettive globali.
Fonte ufficiale -
04Documento istituzionale
International Monetary and Financial Committee. 2001. “Communiqué of the International Monetary and Financial Committee of the Board of Governors of the International Monetary Fund.” Ottawa, 17 novembre.
Il comunicato attribuisce agli attentati il prolungamento del rallentamento dell’economia mondiale, senza presentarli come origine esclusiva della debolezza congiunturale.
Fonte ufficiale
Sicurezza, commercio e costi
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05Working paper
Lenain, Patrick, Marcos Bonturi e Vincent Koen. 2002. “The Economic Consequences of Terrorism.” OECD Economics Department Working Papers, n. 334. OECD Publishing, Parigi.
Analizza i tre principali canali economici di lungo periodo: assicurazioni, costi del commercio e aumento della spesa per sicurezza, includendo il tema del riassorbimento del “peace dividend”.
DOI -
06Fonte ufficiale
U.S. Customs and Border Protection. “Customs Trade Partnership Against Terrorism (CTPAT).”
Documenta l’avvio del programma nel novembre 2001, la sua struttura e l’attuale presenza di oltre 11.400 partner certificati, responsabili di oltre il 52% del valore delle merci importate negli Stati Uniti.
Fonte ufficiale -
07Normativa
United States Congress. 2006. Security and Accountability For Every Port Act of 2006 (SAFE Port Act). Public Law 109-347, 13 ottobre.
Fornisce il quadro legislativo federale del CTPAT e delle misure statunitensi di sicurezza portuale e della supply chain.
Testo ufficiale -
08Archivio istituzionale
Transportation Security Administration. “2001–2006: The Inception of the Transportation Security Administration.”
Ricostruisce la creazione della TSA il 19 novembre 2001 mediante l’Aviation and Transportation Security Act, Public Law 107-71, e il nuovo assetto federale della sicurezza del trasporto.
Documento originale
Guerre, debito e spesa pubblica
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09Research paper
Crawford, Neta C. 2021. “The U.S. Budgetary Costs of the Post-9/11 Wars.” Costs of War Project, Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University. 1 settembre.
Fonte della stima di circa 8.000 miliardi di dollari fra spesa e obbligazioni future legate alle guerre successive all’11 settembre.
Documento originale -
10Research project
Brown University, Costs of War Project. “U.S. Federal Budget.”
Documenta gli interessi già sostenuti sul debito connesso alle guerre post-11 settembre, la spesa per homeland security e gli obblighi per l’assistenza ai veterani.
Consulta la fonte -
11Research paper
Peltier, Heidi. 2020. “The Cost of Debt-financed War: Public Debt and Rising Interest for Post-9/11 War Spending.” Costs of War Project, Brown University.
Analizza specificamente il ricorso all’indebitamento, anziché a imposte di guerra dedicate, per il finanziamento dei conflitti post-2001.
Documento originale
Assicurazioni e rischio estremo
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12Fonte istituzionale
U.S. Department of the Treasury. “Terrorism Risk Insurance Program.”
Ricostruisce il TRIA del 26 novembre 2002 e le successive riautorizzazioni del programma federale di condivisione delle perdite, attualmente previsto fino al 31 dicembre 2027.
Fonte ufficiale -
13Fonte settoriale
Insurance Information Institute. “Background on: Terrorism Risk and Insurance.”
Fonte per le perdite assicurate dell’11 settembre espresse a valori 2024, per la quota sostenuta dai riassicuratori e per la distribuzione fra business interruption e danni materiali.
Consulta la fonte
Finanza e contrasto al terrorismo
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14Standard internazionale
Financial Action Task Force. “IX Special Recommendations.”
Documenta l’estensione del sistema internazionale antiriciclaggio al contrasto del finanziamento del terrorismo, comprendendo congelamento degli asset, segnalazione delle operazioni sospette e controllo dei trasferimenti.
Fonte ufficiale
Globalizzazione e geopolitica
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15Fonte istituzionale
World Trade Organization. “China and the WTO.”
Conferma l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio l’11 dicembre 2001 come 143° membro.
Fonte ufficiale -
16Fact sheet · Ricerca istituzionale
Liang, Xiao, Nan Tian, Diego Lopes da Silva, Lorenzo Scarazzato, Zubaida A. Karim e Jade Guiberteau Ricard. 2026. “Trends in World Military Expenditure, 2025.” Stockholm International Peace Research Institute, aprile.
Fonte del dato sulla spesa militare mondiale nel 2025, sull’undicesimo anno consecutivo di crescita e sul military burden globale pari al 2,5% del PIL.
Fonte ufficiale
Iter legislativo TRIA 2026
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17Iter legislativo · Fonte ufficiale
U.S. House Committee on Financial Services. 2026. “House Passes Committee Bill to Reauthorize the Terrorism Risk Insurance Program.” 30 giugno.
Documenta l’approvazione alla Camera di H.R. 7128, TRIA Program Reauthorization Act of 2026, con voto 373–15. Il procedimento legislativo non equivale ancora all’entrata in vigore della nuova proroga.
Fonte ufficiale










