I prestiti alle imprese aumentano ormai da un anno. Nello stesso periodo il costo del nuovo credito è risalito e i criteri di valutazione si sono fatti più analitici. Non è una contraddizione statistica: è il modo in cui un sistema bancario dotato di strumenti di misurazione più fini distribuisce una quantità crescente di risorse su una platea che non si allarga alla stessa velocità.
Ci sono due date ravvicinate che meritano più attenzione di quanta ne stiano ricevendo. Il 9 settembre Banca d’Italia diffonderà l’aggiornamento di Banche e moneta, con i dati sui finanziamenti relativi a luglio: sarà il primo aggiornamento mensile che consentirà di osservare l’andamento del credito alle imprese dopo il rialzo dei tassi deciso dalla BCE a giugno. Il giorno successivo, 10 settembre, il Consiglio direttivo della BCE comunicherà la propria decisione di politica monetaria, in una riunione che i mercati considerano tutt’altro che scontata dopo la pausa di luglio e l’accelerazione dell’inflazione registrata ad agosto.
Tra le due scadenze si colloca una domanda che i titoli tendono a semplificare: le banche stanno prestando di più oppure di meno?
Chiave di lettura
La quantità non misura l’accesso
Credito d’impresa
secondo trimestre 2026
L’aumento dei prestiti alle imprese non descrive un mercato più aperto in modo uniforme. Volumi in crescita, costo del denaro più alto e criteri di valutazione più granulari possono convivere perché le banche non distribuiscono il credito in modo indifferenziato: aumentano l’esposizione verso imprese, settori e operazioni considerate compatibili con il proprio profilo di rischio e la riducono altrove. Il passaggio decisivo è quindi dalla quantità aggregata alla qualità della selezione. Bilanci, flussi di cassa, struttura finanziaria, settore, garanzie e capacità prospettica concorrono sempre più alla classificazione dell’impresa. Per questo due aziende apparentemente simili possono ricevere risposte molto diverse: il mercato non sta semplicemente riaprendo, sta diventando più capace di distinguere.
La risposta corretta è che stanno facendo entrambe le cose, verso soggetti diversi. E questo è precisamente il punto.
Il dato aggregato non è una fotografia del mercato
Dire che il credito alle imprese cresce significa dire che aumenta l’ammontare complessivo dei finanziamenti in essere. Non significa che quell’aumento sia distribuito in modo omogeneo tra dimensioni aziendali, settori, territori e profili di rischio. La media aritmetica registra tanto l’impresa che ottiene condizioni migliorate quanto quella che si vede respingere la richiesta: le somma, non le distingue.
Le analisi territoriali di Banca d’Italia rendono la divergenza già visibile. In Campania l’espansione del credito alle imprese nel 2025 ha riguardato soprattutto le aziende medio-grandi e i comparti manifatturiero e dei servizi. Per le piccole imprese e per le costruzioni i finanziamenti hanno continuato a ridursi. In Emilia-Romagna la stabilizzazione è stata trainata dalle imprese di maggiore dimensione e dai servizi, con tassi rimasti più elevati per le aziende più piccole e per quelle giudicate più rischiose.
Il mercato del credito non si sta semplicemente riaprendo dopo la stretta monetaria. Si sta segmentando.
Il costo del denaro ha già cambiato direzione
Per buona parte del 2025 e del primo trimestre 2026 la narrazione dominante è stata quella della discesa: tassi ufficiali in calo, spread in contrazione, condizioni progressivamente più accessibili. Quella fase si è chiusa. L’11 giugno la BCE ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25% con efficacia dal 17 giugno, riconoscendo l’impatto inflazionistico dello shock energetico. Il 23 luglio ha scelto l’attesa, con Lagarde che ha avvertito come l’effetto pieno di quello shock sui prezzi non si fosse ancora manifestato. La stima preliminare Eurostat del 1° settembre, con l’inflazione dell’area euro risalita al 3,3% dal 2,9% di luglio e la componente energetica al +14,3% su base annua, ha reso la riunione di oggi la più incerta dell’anno.
Nel frattempo il costo del credito alle imprese si era già mosso. Secondo il rapporto mensile ABI il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle società non finanziarie è salito dal 3,26% di marzo al 3,76% di giugno, mentre il tasso medio sullo stock complessivo dei prestiti a famiglie e imprese ha raggiunto il 4,08%. Negli stessi mesi le erogazioni hanno continuato a crescere, con i prestiti alle imprese in aumento per il dodicesimo mese consecutivo a giugno.
Vale la pena fermarsi su questa sovrapposizione, perché è la smentita più netta di un’intuizione diffusa. Nel secondo trimestre 2026 il credito alle imprese è cresciuto in volume e si è contemporaneamente irrigidito in prezzo. Non esiste alcuna legge che leghi la quantità di credito erogato alla facilità di ottenerlo. Il tasso determina quanto costa un finanziamento. Il rischio determina prima di tutto se quel finanziamento verrà concesso, per quale importo, con quali garanzie e su quale durata.
La Survey on the Access to Finance of Enterprises della BCE relativa al secondo trimestre restituisce la stessa asimmetria vista dal lato delle imprese: il 42% netto ha segnalato un aumento dei tassi sui prestiti bancari, il 31% un incremento degli altri costi di finanziamento e il 10% richieste di garanzia più stringenti, a fronte di una disponibilità complessiva rimasta sostanzialmente invariata. La quantità tiene. Le condizioni no.
La divergenza
Tre curve, un solo mercato
Il credito può crescere senza diventare più facile da ottenere. Volumi, prezzo e selettività descrivono tre dimensioni diverse dello stesso sistema bancario.
La selettività non è una chiusura: è una capacità di classificazione
Per anni il dibattito sul credito alle PMI si è retto su una contrapposizione binaria tra banche che finanziano e banche che chiudono i rubinetti. È una rappresentazione sempre meno utile, perché descrive una scelta che le banche non sono più costrette a fare in quei termini.
Bilanci, Centrale dei Rischi, andamento dei rapporti, puntualità nei pagamenti, leva, marginalità, flussi di cassa, esposizione settoriale, garanzie e informazioni prospettiche concorrono con pesi differenti alla costruzione di un profilo, elaborato attraverso modelli interni di rating e sistemi di scoring sempre più granulari. La conseguenza operativa è che un intermediario può aumentare l’esposizione verso la parte del portafoglio che considera migliore, ridurla sulla fascia intermedia e azzerarla su quella che giudica incompatibile con la propria propensione al rischio, senza che il saldo complessivo diminuisca. Anzi, può crescere.
Crescita dei volumi e maggiore selettività non sono in tensione. Sono la stessa politica creditizia osservata da due angolazioni diverse.
La selezione passa anche per i settori
La Bank Lending Survey della BCE di luglio segnala per il secondo trimestre un moderato irrigidimento netto dei criteri di concessione alle imprese nell’area euro, motivato dall’aumento dei rischi percepiti e da una minore tolleranza al rischio. Il dato interessante emerge però disaggregando: l’irrigidimento è risultato particolarmente pronunciato nell’industria automobilistica e nei comparti manifatturieri ad alta intensità energetica, con condizioni più restrittive anche nelle costruzioni e nel commercio all’ingrosso e al dettaglio. Per il secondo semestre le banche europee ne attendono un ulteriore inasprimento in numerosi comparti.
La connessione con il quadro macroeconomico è diretta. Lo stesso shock energetico che ha spinto la BCE a rialzare i tassi a giugno agisce simultaneamente sul denominatore del merito di credito, comprimendo i margini attesi delle imprese energivore e alterando la struttura dei costi dei settori a valle. La politica monetaria e la valutazione del rischio di credito reagiscono al medesimo evento per canali distinti, e i loro effetti si sommano sulle stesse aziende.
Un’impresa può quindi presentare numeri accettabili e operare in un comparto verso il quale la banca ha già un’esposizione elevata, oppure che considera vulnerabile a shock energetici, geopolitici o commerciali. La valutazione non riguarda soltanto chi sei. Riguarda anche dove sei posizionato.


Il capitale della banca entra nell’equazione
Esiste poi un livello quasi invisibile dall’esterno ma decisivo: il capitale dell’intermediario. Un finanziamento non assorbe soltanto liquidità, genera un’esposizione al rischio che va incorporata nel calcolo delle attività ponderate. Con l’applicazione del quadro CRR3, che recepisce nell’Unione la parte finale di Basilea III, diverse regole di ponderazione sono cambiate.
Sarebbe una conclusione affrettata dedurne una stretta generalizzata sul credito alle PMI. L’European Banking Authority rileva che nel 2025 l’aumento dei requisiti patrimoniali osservato in numerose giurisdizioni è stato in parte determinato dalle nuove regole sul rischio operativo. Osserva al tempo stesso che le banche europee restano complessivamente ben capitalizzate, con margini ampi rispetto ai requisiti. Il problema non è la scarsità di capitale. È la sua allocazione: ogni euro di patrimonio deve essere impiegato tenendo conto del rendimento atteso e del rischio assunto, e due operazioni di identico importo possono avere per la banca un valore economico molto diverso.
È il passaggio in cui il rating dell’impresa smette di essere un giudizio e diventa una variabile di costo.
Architettura della selezione
Che cosa vede davvero la banca
La valutazione non coincide con il bilancio: combina capacità di rimborso, rischio dell’impresa e costo dell’esposizione per l’intermediario.
Bilanci, marginalità, leva, posizione finanziaria, andamento dei rapporti e puntualità nei pagamenti.
Flussi di cassa attesi, capitale circolante, portafoglio ordini, investimenti e scadenze finanziarie.
Il rischio dipende anche dal comparto, dalla sua vulnerabilità e dall’esposizione che la banca possiede già nello stesso settore.
Rating e scoring determinano quanto l’esposizione è coerente con la propensione al rischio dell’intermediario.
Il finanziamento genera attività ponderate per il rischio: operazioni dello stesso importo possono avere costi economici diversi.
Possono mitigare la perdita attesa e migliorare la struttura dell’operazione, ma non sostituiscono la capacità di rimborso.
Il risultato non dipende da un singolo indicatore: nasce dall’incrocio tra qualità dell’impresa, capacità futura di generare cassa, rischio settoriale e convenienza economica dell’esposizione per la banca.
Le garanzie mitigano la perdita attesa, non il merito di credito
Le garanzie pubbliche hanno svolto negli ultimi anni una funzione rilevante nel facilitare l’accesso al credito delle PMI. Anche qui la semplificazione è tentante e sbagliata. Una garanzia riduce una parte della perdita attesa dal finanziatore, migliora la struttura dell’operazione e può rendere sostenibile un progetto altrimenti difficile da finanziare. Non converte un’impresa finanziariamente fragile in un’impresa solida, perché non sostituisce la generazione di cassa. Il credito resta un rapporto fondato sulla capacità futura di rimborso.
Il bilancio guarda indietro, la banca guarda avanti
Qui si colloca probabilmente il cambiamento più rilevante per le imprese di dimensione minore. Il bilancio resta il documento di riferimento ma arriva strutturalmente in ritardo, descrivendo una situazione che al momento dell’analisi può essere già mutata. Non viene sostituito. Viene integrato con informazioni di natura diversa: andamento recente dei ricavi, marginalità, capitale circolante, flussi di cassa attesi, portafoglio ordini, investimenti programmati, scadenze finanziarie, concentrazione della clientela. È la logica in cui assumono peso crescente gli indicatori prospettici e le misure che mettono in relazione i flussi disponibili con il servizio del debito.
Non basta più dimostrare che l’impresa è stata in equilibrio. Occorre rendere credibile l’ipotesi che continuerà a esserlo dopo avere assunto nuovo debito, in uno scenario in cui il costo di quel debito può salire ancora.
Immaginiamo due imprese con fatturato, marginalità e posizione finanziaria netta comparabili. La prima produce mensilmente una situazione economico-finanziaria aggiornata, controlla circolante e scadenze, dispone di un budget verificabile e sa spiegare attraverso quali flussi intende rimborsare. La seconda presenta l’ultimo bilancio disponibile e affida la propria proiezione futura a un’affermazione generica. Contabilmente possono somigliarsi. Sul piano informativo non si somigliano affatto. Per chi deve assumere un rischio pluriennale quella differenza è essa stessa una componente della bancabilità. Più gli strumenti di analisi diventano granulari, meno la relazione personale con la filiale può compensare una scarsa qualità del dato. La relazione non è diventata irrilevante: ha smesso di funzionare come sostituto dell’informazione e ha iniziato a funzionare come strumento per interpretarla.
La linea di frattura si è spostata
Il fenomeno non è italiano. L’European Banking Authority rileva per il 2025 una crescita complessiva del 2,7% dei finanziamenti delle banche europee a famiglie e imprese non finanziarie, con il credito alle PMI in espansione del 2,9% e aspettative di ulteriore crescita in diversi segmenti. Contemporaneamente la BCE registra nel secondo trimestre 2026 un irrigidimento netto dei criteri e un aumento della quota di domande respinte. Non è un’anomalia statistica: è il meccanismo.
Il caso italiano presenta però una sfumatura che conviene non appiattire. Nella Bank Lending Survey relativa al secondo trimestre le banche italiane hanno segnalato un lieve allentamento dei criteri di offerta alle imprese, in controtendenza rispetto alla media dell’area euro, mentre il quadro europeo resta caratterizzato da elevata attenzione ai rischi geopolitici ed energetici. Sostenere che le banche italiane abbiano semplicemente stretto il credito sarebbe improprio. La combinazione osservabile è un’altra: maggiore disponibilità accompagnata da una valutazione più analitica.
Per anni l’accesso al credito è stato raccontato come un conflitto tra due soggetti, l’impresa che chiede e la banca che decide. La trasformazione in corso suggerisce che il confine più rilevante non passi più lì. Passa all’interno dell’universo delle imprese: tra chi produce informazione finanziaria con continuità e chi la produce soltanto su richiesta, tra chi conosce il proprio fabbisogno in anticipo e chi scopre di averne uno quando la cassa è già sotto pressione, tra chi governa circolante, flussi e struttura del debito e chi osserva quasi esclusivamente fatturato e utile. Due aziende dello stesso settore, di dimensioni simili e con bilanci apparentemente comparabili possono trovarsi su lati opposti di quella linea.
Che cosa osservare adesso
La decisione attesa oggi pomeriggio a Francoforte non modificherà la logica di fondo del mercato del credito, qualunque sia l’esito. Se il Consiglio direttivo procedesse a un secondo rialzo, la pressione sul costo del nuovo credito alle imprese proseguirebbe in un momento in cui i criteri di concessione sono già orientati alla prudenza in diversi comparti. Se mantenesse i tassi invariati, la selettività settoriale rilevata dalla Bank Lending Survey non verrebbe comunque meno, perché dipende dalla percezione del rischio più che dal livello dei tassi ufficiali. Una pausa a Francoforte non allenta i criteri applicati a un’impresa energivora, dal momento che il fattore che li ha irrigiditi continua ad agire sul suo conto economico.
Il 30 settembre Banca d’Italia diffonderà le statistiche su condizioni e rischiosità del credito per settori e territori. È il rilascio che permetterà di verificare se la segmentazione stia emergendo anche nella distribuzione territoriale del credito, aggiungendo una dimensione ulteriore a quella settoriale e dimensionale già visibile.
La domanda che conta, per un’impresa, ha smesso di essere se le banche abbiano ricominciato a prestare. È diventata un’altra: che cosa deve poter osservare oggi un intermediario per attribuire a questa specifica impresa un profilo compatibile con il proprio rischio accettabile, in un contesto in cui il costo del denaro ha ripreso a salire.
Apparato documentale
Fonti e riferimenti
Documenti istituzionali, statistiche e fonti primarie utilizzati per ricostruire l’evoluzione del credito alle imprese, delle condizioni bancarie, della politica monetaria e del quadro prudenziale europeo.
Politica monetaria e inflazione
Banca centrale europea
European Central Bank. 2026. Monetary Policy Decisions. 11 giugno 2026.
Documenta il rialzo di 25 punti base dei tre tassi ufficiali BCE, con il tasso sui depositi portato al 2,25% dal 17 giugno 2026.
Documento originaleBanca centrale europea
European Central Bank. 2026. Monetary Policy Decisions. 23 luglio 2026.
Documenta la decisione di mantenere invariati i tassi ufficiali e la valutazione BCE sull’incertezza legata allo shock energetico.
Documento originaleEurostat
Eurostat. 2026. Euro Area Annual Inflation up to 3.3%. Euro indicators, 1 settembre 2026.
Fonte della stima preliminare dell’inflazione dell’area euro al 3,3% in agosto 2026 e della componente energetica al 14,3%.
Fonte ufficialeCredito e condizioni di finanziamento
Banca centrale europea
European Central Bank. 2026. Survey on the Access to Finance of Enterprises in the Euro Area — Second Quarter of 2026. 20 luglio 2026.
Documenta l’aumento netto dei tassi segnalato dal 42% delle imprese, degli altri costi di finanziamento dal 31% e delle richieste di garanzie dal 10%.
Consulta la fonteBanca centrale europea
European Central Bank. 2026. The Euro Area Bank Lending Survey — Second Quarter of 2026. 21 luglio 2026.
Fonte sul moderato irrigidimento dei criteri di credito alle imprese nell’area euro, sull’aumento dei rifiuti e sulle differenze tra settori.
Documento originaleAssociazione Bancaria Italiana
ABI. 2026. Rapporto mensile — Aprile 2026. 20 aprile 2026.
Fonte del tasso medio del 3,26% sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese registrato a marzo 2026.
Archivio ufficialeAssociazione Bancaria Italiana
ABI. 2026. Rapporto mensile — Luglio 2026. 20 luglio 2026.
Documenta il tasso medio del 3,76% sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese a giugno e il 4,08% sul totale dei prestiti.
Archivio ufficialeItalia e differenze territoriali
Banca d’Italia
Banca d’Italia. 2026. Indagine sul credito bancario nell’area dell’euro: principali risultati per le banche italiane — 2° trimestre 2026 e prospettive per il 3° trimestre 2026. 21 luglio 2026.
Documenta il lieve allentamento dei criteri sui prestiti alle imprese segnalato dalle banche italiane, in controtendenza rispetto alla media europea.
Documento originaleBanca d’Italia
Banca d’Italia. 2025. L’economia della Campania. Economie regionali, n. 36, 12 novembre 2025.
Fonte sulle differenze dimensionali nell’andamento del credito e sulla persistente cautela dei criteri di concessione nella regione.
Fonte ufficialeBanca d’Italia
Banca d’Italia. 2026. L’economia dell’Emilia-Romagna. Economie regionali, n. 8, 2026.
Documenta la stabilizzazione del credito trainata dalle imprese maggiori e dai servizi e i tassi più elevati per aziende piccole o rischiose.
Fonte ufficialeBanca d’Italia
Banca d’Italia. 2026. Agenda delle pubblicazioni — settembre 2026.
Verifica le date di pubblicazione di Banche e moneta: serie nazionali del 9 settembre e delle statistiche su condizioni e rischiosità del credito del 30 settembre 2026.
Calendario ufficialeCapitale bancario, rischio e CRR3
European Banking Authority
European Banking Authority. 2026. Risk Assessment Report — June 2026.
Documenta la crescita del 2,7% dei finanziamenti a famiglie e società non finanziarie nel 2025, il +2,9% del credito alle PMI e il quadro patrimoniale del settore bancario europeo.
Report originaleUnione europea · EUR-Lex
Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea. 2024. Regolamento (UE) 2024/1623 del 31 maggio 2024 che modifica il regolamento (UE) n. 575/2013 per quanto concerne i requisiti per il rischio di credito, il rischio di aggiustamento della valutazione del credito, il rischio operativo, il rischio di mercato e l’output floor. GUUE L, 19 giugno 2024.
Fonte normativa primaria del quadro comunemente indicato come CRR3 e dell’attuazione nell’Unione degli elementi finali di Basilea III.
Testo normativo










