Economia nell’antica Roma: ricchezza, lusso e potere

Nell’antica Roma la ricchezza era insieme simbolo di prestigio e causa di corruzione morale. Da Catone a Vespasiano, un viaggio tra filosofia, speculazione immobiliare, banchetti sontuosi e propaganda imperiale.
Busto di imperatore romano con corona d’alloro, monete d’oro, coppa decorata e frutta davanti al Colosseo.

«Et virum bonum quom laudabant, ita laudabant: bonum agricolam bonumque colonum».

«E quando lodavano un uomo buono, lo lodavano così: buon agricoltore e buon colono: se ne ricava il guadagno più onesto e sicuro».

Nell’economia dell’antica Roma, l’agricoltura occupava una posizione privilegiata nella gerarchia morale delle attività produttive. Per autori come Catone e Cicerone, coltivare la terra rappresentava una scuola di moralità, virtù e frugalità, mentre il commercio e l’accumulazione della ricchezza suscitavano giudizi assai più controversi.

Cicerone (I secolo a.C.), nel trattato De officiis (Sui doveri), definisce il commercio al dettaglio come qualcosa di «sordido», perché obbliga a mentire sul valore della merce per guadagnare, mentre elogia l’agricoltura definendola nobile, redditizia, piacevole e adatta a un cittadino libero con un corpo sano per l’esercito. Tollera solo il commercio all’ingrosso, soprattutto se serve a comprare terre.

Fioriscono in questo periodo i trattati sulla gestione agraria, come il De agri cultura di Catone e il De re rustica di Varrone.

Economia nell’antica Roma: il mito dell’Età dell’Oro e la ricchezza della terra

Nei miti romani l’abbondanza economica e il commercio non sono visti come segni di progresso, ma come inizio della corruzione morale. Nella mitologia raccontata da poeti e filosofi come Ovidio e Seneca, l’Età dell’Oro è un’epoca pre-economica. La terra dona tutto spontaneamente, non esistono proprietà privata né navi.

L’invenzione del commercio marittimo è considerata un atto di hybris (superbia): viola i confini della natura per brama di guadagno (lucrum).

L’antico dio romano delle ricchezze sotterranee e minerarie è Dis Pater (spesso abbreviato in Dite), legato alle ricchezze del sottosuolo, il «padre ricco». Il dio della ricchezza regna dove si celano miniere preziose e la forza generativa della natura.

Catone il Censore disprezza il lusso, ma i romani sono ossessionati dai banchetti

Marco Porcio Catone (II secolo a.C.), noto come il Censore, è il più accanito difensore del mos maiorum (il costume degli antenati) e si batte contro la diffusione del lusso (luxuria) e della raffinata influenza ellenistica a Roma.

Per lui, l’ostentazione della ricchezza mina la virtù e la stabilità dello Stato. Eppure, nell’arte romana si manifesta la tensione tra il disprezzo filosofico per il lusso e il desiderio di ostentare il successo economico.

«La città è afflitta da due vizi tra loro opposti, l’avarizia e il lusso, rovinosi malanni che hanno fatto crollare tutti i grandi imperi».

Il pensiero di Catone viene riportato da Tito Livio in Ab Urbe condita.

Nei dipinti murali di Pompei ed Ercolano il cibo e i beni di lusso, come vetri costosi, argenteria e cacciagione, sono soggetti sempre più frequenti.

Aumentano progressivamente i liberti, gli ex schiavi arricchiti: non possono vantare nobiltà di sangue e utilizzano quindi l’arte per mostrare il proprio potere d’acquisto, dissacrando i severi ideali filosofici della sobrietà (frugalitas).

Crasso e i «pompieri speculatori»

Non tutti gli uomini di potere si distinguono a Roma per l’altezza morale.

Marco Licinio Crasso (115-53 a.C.), l’uomo più ricco della fine della Repubblica, costruisce gran parte della sua fortuna sfruttando le tragedie.

Roma non ha un corpo di pompieri pubblico, così organizza una brigata privata di 500 schiavi specializzati.

Quando scoppia un incendio, Crasso corre sul posto e si offre di comprare l’edificio in fiamme a prezzi stracciati, aggiungendo anche quelli vicini.

Se il proprietario accetta, i suoi schiavi spengono il fuoco e Crasso ristruttura l’immobile per rivenderlo o affittarlo. Se il proprietario rifiuta, lo lascia bruciare.

Anatomia economica · Roma antica

La ricchezza: virtù dichiarata, potere esercitato

Due logiche coesistenti nella società romana: il modello morale dell’attività economica e le pratiche attraverso cui si costruivano patrimoni e influenza.

Il modello morale

La ricchezza legittima

  • Agricoltura Fonte di reddito considerata nobile e appropriata al cittadino libero.
  • Frugalità Misura del comportamento individuale e della rispettabilità pubblica.
  • Autonomia Possesso della terra associato a stabilità e indipendenza.
  • Diffidenza commerciale Sospetto verso guadagni percepiti come speculativi o moralmente ambigui.
Le pratiche del potere

La ricchezza operativa

  • Patrimonio immobiliare Accumulazione di proprietà e acquisti opportunistici, come nel caso di Crasso.
  • Ostentazione Banchetti, consumi e lusso come manifestazioni di rango sociale.
  • Munificenza imperiale Elargizioni e opere pubbliche come strumenti di prestigio politico.
  • Fiscalità pragmatica Entrate pubbliche ricercate anche attraverso imposte socialmente controverse.
Chiave di lettura

La contraddizione non riguarda soltanto la quantità di denaro posseduta: riguarda quali modi di acquisirlo, impiegarlo e mostrarlo fossero considerati socialmente legittimi.

GrifoNews · Elaborazione editoriale. Schema interpretativo basato sui temi e sugli esempi discussi nell’articolo. Le due colonne non rappresentano categorie sociali rigidamente separate, ma orientamenti morali e pratiche economiche che potevano coesistere.

La parsimonia di Augusto: modera l’immagine del patrimonio personale

Nel testamento di Augusto, ricordato da Svetonio nella Vita di Augusto, il primo imperatore (27 a.C.-14 d.C.) si preoccupa di moderare l’immagine della propria ricchezza personale, dichiarando che ai suoi eredi «non sarebbero andati più di 150 milioni di sesterzi» e giustificandosi «per la modestia del patrimonio privato».

Il suo orgoglio è quello di aver tenuto ingenti somme a disposizione per lo Stato e dato numerose elargizioni al popolo, come documentato anche nelle Res Gestae Divi Augusti, il resoconto autobiografico delle sue imprese.

«Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo».

Una delle frasi più famose attribuite ad Augusto, riferita alla monumentale trasformazione urbanistica ed edilizia di Roma.

La cornucopia e la propaganda imperiale: l’arte sostituisce il denaro con l’abbondanza

Sulle monete romane e sui rilievi monumentali, come l’Ara Pacis di Augusto, l’economia viene spesso rappresentata attraverso l’allegoria dell’Abbondanza o della Pax, anziché mediante immagini direttamente riconducibili alle attività bancarie o commerciali.

Il messaggio visivo è politico: «La pace portata dall’imperatore fa prosperare la terra».

L’economia prospera è simboleggiata da spighe di grano, frutti e dalla cornucopia, più che dal denaro in sé.

Le anfore d’olio e di garum, salsa a base di pesce fermentato, recano iscrizioni commerciali (tituli picti) che forniscono informazioni sull’origine, sul contenuto e su altri aspetti della circolazione delle merci.

La bellezza di un oggetto d’uso comune risiede nella sua efficienza e provenienza geografica, simboli dell’estensione dell’Impero.

Nel dossier

Economia e potere nell’antica Roma

Tre percorsi complementari per comprendere come Roma disciplinava il credito, organizzava gli scambi e attribuiva alla moneta un significato economico e politico.

  1. La Lex Claudia e il controllo del credito: come Roma disciplinava (e temeva) i prestatori di denaro

    Il rapporto tra potere politico, attività commerciali e controllo della ricchezza nella Repubblica romana.

  2. I trapeziti greci e i mensarii romani: la finanza pre-moderna tra usura e ingegno

    Dalle valutazioni morali sul denaro alle figure che gestivano concretamente credito e operazioni finanziarie.

  3. La moneta romana antica: storia, valore e mercato numismatico

    L’evoluzione della moneta come strumento degli scambi e come testimonianza del potere e dell’identità politica.

Per Vespasiano «Pecunia non olet»: il denaro non ha odore

L’imperatore Vespasiano (69-79 d.C.) eredita un Impero provato dagli eccessi di Nerone e dalle guerre civili.

Per risanare le casse dello Stato introduce numerose tasse, tra cui un’imposizione legata alla raccolta dell’urina dalle latrine pubbliche, utilizzata nelle attività artigianali, in particolare dai lavandai.

Secondo il racconto tramandato da Svetonio, suo figlio Tito lo rimprovera per la natura sgradevole di questa entrata fiscale.

Vespasiano gli avvicina allora al naso una moneta proveniente dal primo pagamento dell’imposta e gli domanda se ne avverta il cattivo odore. Alla risposta negativa del figlio, osserva che quel denaro proviene proprio dall’urina.

L’episodio è all’origine del celebre motto «Pecunia non olet», il denaro non ha odore, formulazione proverbiale che riassume il significato del racconto antico.

Apparato documentale

Fonti e riferimenti

Fonti

Testimonianze letterarie e documenti dell’antichità per approfondire il rapporto tra ricchezza, morale economica e rappresentazione del potere nella società romana.

  1. Fonte primaria · Trattato agrario

    Catone il Vecchio. De agri cultura, prefazione, §§ 1–4.

    L’agricoltura come attività moralmente rispettabile, il valore del buon coltivatore e il confronto con commercio e prestito a interesse.

    Testo latino
  2. Fonte primaria · Filosofia morale

    Marco Tullio Cicerone. De officiis, libro I, §§ 150–151.

    La gerarchia morale delle professioni, il giudizio sul commercio al dettaglio e all’ingrosso e l’elogio dell’agricoltura.

    Consulta la fonte
  3. Fonte primaria · Biografia storica

    Plutarco. Vita di Crasso, II, 4–6.

    L’acquisizione di immobili colpiti dagli incendi, il patrimonio immobiliare di Crasso e l’impiego di oltre cinquecento schiavi specializzati nelle costruzioni.

    Consulta la fonte
  4. Fonte primaria · Documento epigrafico

    Augusto. Res Gestae Divi Augusti, §§ 15–21.

    Le elargizioni al popolo, le distribuzioni ai veterani, l’impiego del patrimonio personale e il finanziamento di opere pubbliche.

    Documento originale
  5. Fonte primaria · Biografia imperiale

    Svetonio. Vita di Augusto, XXVIII e CI.

    La trasformazione monumentale di Roma, il patrimonio testamentario dell’imperatore e la rappresentazione della sua ricchezza privata.

    Consulta la fonte
  6. Fonte primaria · Biografia imperiale

    Svetonio. Vita di Vespasiano, XXIII, 3.

    L’imposta legata all’urina, il rimprovero di Tito e l’episodio della moneta da cui deriva il proverbio «Pecunia non olet».

    Testo latino
  7. Fonte primaria · Letteratura latina

    Publio Ovidio Nasone. Metamorfosi, libro I, vv. 89–150.

    Il mito dell’Età dell’Oro, la fertilità spontanea della terra e la progressiva comparsa della navigazione e dell’estrazione delle ricchezze sotterranee.

Nota sulle fonti

Le testimonianze degli autori antichi riflettono prospettive morali, letterarie e politiche proprie del loro tempo. I racconti biografici e gli episodi esemplari devono essere distinti dalle ricostruzioni storiche documentabili; le Res Gestae costituiscono inoltre un’autonarrazione pubblica del principato augusteo.

Cristina Luciano, autrice di GrifoNews
L’autrice

Cristina Luciano

Autrice · Arte, cultura e storia economica

Cristina Luciano si occupa di arte, cultura e storia, con particolare attenzione alla storia dell’arte italiana, all’antiquariato e ai rapporti tra patrimonio, società ed economia. Ha maturato una lunga esperienza editoriale e opera nel settore dell’antiquariato, affiancando alla conoscenza diretta delle opere una formazione filosofica e un interesse specifico per le arti visive.

Aree di competenza: storia dell’arte, antiquariato, cultura classica, patrimonio storico, arte ed economia.

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